TomBoy:
Serios

April 9th, 2007

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Mi sono mangiato un po’ le palle per essermi lasciato sfuggire il dj-set di Tomboy in occasione dell’after-show degli Lcd Soundsystem a Milano organizzato dai ragazzi di Pig Magazine ( giornale per il quale ho l’onore di collaborare e scrivere e che consiglio vivamente a tutti di comprare e di richiedere in edicola ). Mi sono mangiato le palle soprattutto dopo aver dedicato la giusta attenzione a Serios, progetto solista pubblicato dal belloccio Danese. Dico solista perché, per chi non lo avesse ancora inquadrato, Tomboy è in realtà Tomas Barfod, già batterista degli Who Made Who, band che ci ha fatto muovere il culo parecchio lo scorso anno.
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E’ diverso tempo che Mr Barford gironzola con un dj-set che senz’altro svela i suoi gusti di musicista affermato e perfettamente inserito all’interno delle frequentazioni giuste ( se poi ci mettiamo che è pure il manager della Gomma Records abbiamo un altro James Murphy, con il quale infatti condivide diversi progetti indie dance ) e non era difficile pure notare che gli Who Made Who sono entrati in un batter d’occhio nel giro che conta, cosa che intuisci subito quando ti telefona uno come Tiga e ti chiede un remix per il suo nuovo album o Erol Alkan ti invita a suonare al Trash. Ad ogni modo la cosa puzzava un po’ di fuffa. Un po’ quelle cose alla Dunckel ( il 50 % degli Air ) che ha fatto un disco di cui nessuno ricorderà l’esistenza ( dite la verità, molti di voi nemmeno sapevano che era uscito..) nel giro di qualche settimana o dell’uscita solista di Tom Yorke, mi dispiace per i fan accaniti, ma assolutamente inutile e indegna di un genio del suo calibro, arrivata con un ritardo di cinque anni ( almeno per chi bazzica in territorio glicht-pop e non ascolta solo gli Stereophonics ) come una mozzarella vallelata che giace scaduta in uno scaffale del supermercato ( il mio amico Roger Ramone mi passerà l’espressione e gli sarò per sempre debitore. ). Ed invece cazzo no. Serios di Tomboy è un disco ultra-cazzuto, che si toglie completamente dallo stile e dai progetti portati avanti dalla band e piglia una strada autoctona e molto, molto personale. Il leiv motiv dell’album è il Funk, nella sua accezione più ampia, più versatile e dicotomica possibile, quella cioè che mette sullo stesso piano i Kraftwerk e i Funkadelic, quella di Prince e di Afrika Bambaata, quella mistura sexy, elettronica e satura di bassi slabbrati più di quelli di una valletta che sta all’origine del break tipico dell’electro. Pornodelia sleezy che ben si adatta ad un pre-party istrionico e pronto a decollare ma che, se suonato al volume giusto, regala anche delle giuste vibra da dancefloor. La cosa che più attizza tuttavia resta la vena vagamente synt-pop che attraversa tutto il disco e che, nuotando nella bambagia dell’eleganza tout-cort e ahime correndo il rischio di far breccia sui fighetti fanatici dell’aperitivo, impregna il disco e lo rende assolutamente perfetto per qualunque contesto ( da qui il rischio che ne consegue..diventare una sottoforma di tappezzeria sonora. ) Ma fidatevi, se miscelato tra i Phoenix, Junior Boys, Architecture in Helsinki e Erlend Oye è semplicemente perfetto e se adorate quel beat elegante che vi fa sentire dei gourmet della musica elettronica, allora godrete.

Lcd soundsystem:
Sound of Silver

March 21st, 2007

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Capita puntualmente, nella storia della musica pop, di avvertire un’urgenza. L’urgenza di cambiare pagina, di tradurre la vibrazione che attraversa il nostro tempo in qualcosa di tangibile, qualcosa in grado di raccontare alle generazioni che verranno cosa eravamo così come allo stesso tempo di spiegare meglio a noi stessi i giorni che stiamo vivendo. Superato l’hype da prime pagine nei rotocalchi e tutta la mefitica coolness che avvolge inesorabile ogni cosa emerga dall’underground con le caratteristiche di un prodotto vendibile per l’industria mainstream, si fanno finalmente i conti con la realtà. La realtà dice che Sound of Silver è il disco che, se fossi ancora un musicista o qualcosa del genere invece di un semplice accumulatore di strumenti stupidi, avrei voluto scrivere. Sound of Silver è il presente ed il futuro prossimo della pop-music, non un disco denso di particolari innovazioni ( ammesso che fare qualcosa di nuovo sia sinonimo di fare qualcosa di giusto, mito che dovrebbe essersi lacerato con il tramonto delle avanguardie ma che pare sopravvivere solerte ed inutile tutt’ora…) ma un disco che segna una strada da seguire e ci fa pure un paio di graffiti utili a disegnare un suono. Sono passati diversi anni da quando Losing my edge, singolo ammazzatutto con cui il Dj-musicista-producer-promoter James Murphy da il benvenuto al nuovo beat che di li a poco avrebbe fatto impazzire chiunque, Breatney Spears e Janet Jackson comprese; Quel beat sporco e sudaticcio che pareva uscito da un improbabile orgia tra i Talkin Heads di 1997 e gli Sly and The Family Stones, quella perfetta sintesi meticcia tra la disco music afro-gay, il funk omofonico dei Funkadelic e l’irruenza del punk bianco. Tutto questo in una definizione, scomoda ed ingiusta come tutte le definizioni, punk-funk. L’impronta è quella di Liquid Liquid, Gang of Four, Arthur Russel e tutta la new York tardi anni 70 che conta, ma dire che la cosa finisce qui è riduttivo perché il timbro Dfa Records ( etichetta di James Murphy nrd ) è quanto di più riconoscibile e irresistibilmente cool abbia attraversato l’ultimo quinquiennio e quel miscuglio irresistibile diviene il nuovo must a cui fare riferimento. In quel miscuglio passano pure pure i Kraftwerk, i Can ( che Murphy asserisce di aver visto alla prima esibizione a Colonia nel 1968 proprio in Losing my edge ), pure il Lou Reed di Song for Drella. Sono passati diversi anni e gli entusiasmi si sono affievoliti e proprio questo clima da “ post” favorisce il verificarsi delle cose più interessanti. Lcd Soundsystem e !!! ( nel frattempo i Rapture, altro grande nome della casa Dfa ha firmato per una Major…) sono da considerarsi come i due dischi che meglio di qualunque altro segneranno la rotta di questo 2007. Se l’universo di riferimento resta il medesimo, aumenta la consapevolezza del proprio metro stilistico e la tavolozza dei colori utilizzati per comporre si fa decisamente più variegata. (more…)

Jamie T:
Panic Prevention

March 7th, 2007

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Era da tempo che non sentivo un disco geniale. Non ci sono cazzi, Jamie Treays, questo ventenne di Wimbledon ( Londra Sud ) con la faccia da coglione ed i brufoli è un fottuto genio. Ci sono dischi interessanti a sbrega, un sacco di ottime cose, ma da qui a fare un disco geniale è tutta un’altra cosa. Senza scomodare l’aristocrazia del pop-rock e quei dischi su cui siamo tutti d’accordo, chiariamo il concetto di disco geniale, almeno secondo il sottoscritto. Mellow Gold di Beck è un disco geniale. Moon Safari degli Air è un disco geniale. Kid A dei Radiohead è un disco geniale, solo che non si tratta di un genio terrestre. Ecco Panic prevention, disco d’esordio di Jamie T mi ha dato un po’ quella sensazione lì. Una vibra tutta di stomaco, che per quanto fighi e ultra cool, i vari FranzFerdinand-Kasabian-KaiserChiefs-BlocParty e compagnia bella non ti daranno mai. Quelli fanno buoni dischi, buoni per andare ad un party o per scopare in macchina o fumarsi una canna a letto, tutte cose di assoluto rispetto certo, ma non ti cambiano la vita. Ecco un disco geniale è un disco che può avere un’influenza sulla tua vita. (more…)

Deerhoof:
Friend opportunity

February 21st, 2007

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La prima volta che ho ascoltato i Deerhoof (non ricordo con precisione cosa, forse Reveille ) pensavo di avere impallato lo stereo e di aver sfondato l’amplificatore, o in alternativa di aver fumato davvero troppo. Seguendo i tradizionali criteri di fruizione musicale risulta davvero impossibile tentare di far comprendere a qualcuno che non li conosce cosa cazzo suonino i Deerhoof. Se consideriamo che la musica trasmette delle sensazioni ( emotive ma talvolta anche fisiche ) direi che lo status che meglio rappresenta la musica dei Deerhoof è quel mal di testa cronico e pungente che spesso da anche una forte sensazione di nausea. Frughiamo ogni sospetto: Non il mal di testa che scaturisce quando si ascolta qualunque merda incisa da Yoko Ono e nemmeno la nausea che ti prende quando innavertitamente ascolti i Pooh. Piuttosto quel mal di testa da abuso, causato cioè dal sovraccarico di stimoli e di imput ( naturali o indotti dalla chimica poco importa, il principio è il medesimo ) a cui viene sottoposto il proprio organismo. Ecco i Deerhoof sono un po’ così, da usare con estrema cautela. Laceranti esplosioni, urletti in stile sala parto, melodie meravigliose interrotte da spasmodiche accelerazioni e bruschi cambi di registro, musica che letteralmente scardina ogni idea di musica. Inutile negare che i Deerhoof si muovono in quella desolante terra di nessuno che sta a cavallo tra indie e garage, ma rispetto al manifesto programmatico del “ movimento “ e all’attitudine simil-intellettualoide e cagacazzi dei gruppi garage ed indie ( Blonde Redhead, Sonic Youth ) i Deerhoof sono divertenti al limite del demenziale e cosa ancor più ammirevole sembrano divertirsi davvero molto. (more…)

Hot club de Paris:
Drop it’ til it pops

February 21st, 2007

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Ho sempre avuto un debole per le cose sgangherate. Per questo mi sono letteralmente innamorato degli Hot Club de Paris al primo ascolto. Il trio di Liverpool suona obliquo come i Pavement che fanno una cazzuta cover degli Smiths al doppio della velocità dei Ramones, spesso andando fuori tempo. La loro improvvisa notorietà oltre i confini di Albione si deve ai Settlefish che li hanno scorazzati in giro per il globo scegliendogli come open act dei loro concerti. Ora gli Hot Club de Paris vanno con le loro gambe e presto saranno in Italia ( 26 marzo Milano, 27 Roma, 28 Bologna ) a presentare quello che per molti è uno dei debut album dell’anno. Drop it til it pops è un concentrato di adrenalina post-punk, armonie brit e ,cosa più intrigante, beat barzotti alla Futurheads e June of 44, sparati oltre l’iperspazio dei 130 bpm. Anfetaminici e nervosi come tifosi allo stadio dunque, ma soprattutto terribilmente divertenti ed ironici. Di quell’ironia sagace e dissacrante che non può passare inosservata soprattutto in quella terra di musoni misantropi e iper-depressi che sembra essere l’universo indie-rock. Titoli che sembrano usciti dal cervello di Bugo come “ 3.55 del mattino, penso sia ora di tornare a casa “ o ancora ( questo davvero fenomenale ) “ ciao, ho scritto una canzone d’amore per te, si chiama Welcome to the jungle “ danno il senso del piglio stilistico di questi tre cazzoni di Liverpool, luogo in cui prendere per il culo il Rock equivale ad andare in Vaticano a parlare di matrimoni Gay. (more…)

Klaxons:
Myths of the Near Future

February 8th, 2007

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Sono mesi che non si parla d’altro. I Klaxons, così come solo in U.K può succedere, sono famosi e bravissimi ancor prima di aver pubblicato un cazzo. Bastano una manciata di singoli ( Atlantis to Interzone, Magick, ma soprattutto Gravity’s Rainbow, un fucile caricato ad amfetamine che trova spazio già da tempo sulla playlist di ogni indie-dancers che si rispetti) per cedere alle lusinghe concettuali costruite ad arte ( come spesso succede e noi sempre lì a correrci dietro…dannata stampa Britannica..) sui Klaxons e sulla svolta epocale di cui questa next big thing doveva farsi carico. Qualche coordinata per chi non sa di cosa stiamo parlando: Voci più che giustificate e comprovate insistono da tempo su un latente e marciante revival anni 90 in Gran Bretagna, con particolare focus sull’estetica Rave, Techno ed Acid House. Per chi c’era, ma anche per chi quel giorno lì inseguiva la sua chimera ( io ad esempio all’epoca ero talmente assorto nel Grunge ed ero troppo impegnato a girare vestito in pigiama di flanella per capire cosa stesse succedendo intorno a me ) gli anni 90 inglesi ed in particolare la straordinaria commistione tra Rock e Acid culture diedero vita a fenomeni epocali come il Madchester sound e a gruppi come Primal Scream, The Stone Roses, Pink Riot, Lost Penguin, Trash Fashion e co. (more…)

Beck:
The information

December 5th, 2006

Ora, chiaro è che qualunque disco di Beck, per quanto merdoso, sarà di certo superiore a moltissima fuffa che ci viene propinata. Ma guardiamoci in faccia. The information, ineccepibile sul piano stilistico ( ci mancherebbe altro, c’è Nigel Godrich che tenta una via di redenzione buttando qualche sample qua e là , ma pure lui pare a corto di miracoli da un po’ di tempo e da l’impressione di aver finito le carte magia dal suo deck ndr ) è bruttino. Il motivo è semplice, certe sonorità e certi escamotage creativi ormai appartengono al nostro dna musicale e non stupiscono più. Fa un errore grossolano Beck, quello di pensare che il suo eclettismo, il suo stile innovativo ( 10 anni fa certamente, ma ora? ) siano condizioni sufficienti a fare un buon album, dimenticandosi ad esempio di scrivere delle canzoni decenti. Ok il packaging del cd è figo, soprattutto gli stickers. Allora fai un album di stickers, magari da comprare in edicola. Il logo e la cover sono fighi, ma assomigliano terribilmente a tutto quello che ora va di brutto ( un po’ low-fi, un po’ videogioco anni 80 stile flux, un po’ copertina da smanettone di micro-music e chip sound ndr ). Anche l’idea dei video fatto coi telefonini dovrebbe comunicarci che sei uno sintonizzato sui nostri bpm, uno che ci sta dentro, ma i Beastie Boys hanno fatto una cosa più figa della tua dando delle telecamere ( semi-professionali, non dei cazzo di telefonini ) al pubblico durante i concerti e realizzando poi un dvd con le riprese amatoriali. (more…)

Badly Drawn Boy:
Born in The U.K

December 1st, 2006

Su Damon Gough alias Badly Drawn Boy non possono esserci molti dubbi. Quando ispirato, il che avviene frequentemente, raggiunge vette di cantautorato pop che gente tipo Bright Eyes non sfiorerà nemmeno con i suoi 42 dischi in tre anni, metà dei quali inutili. Sense of humor, immaginario fanciullesco prosaico e intriso di pathos nostalgico, arrangiamenti semplici su melodie complesse, amore per il suono orchestrale e classicheggiante, sono elementi che mi spingono all’incauto paragone con il genio compositivo del John Lennon periodo solista. Badly Drawn Boy non nasconde certo il suo amore per la tradizione pop inglese, celebrata sin dal titolo e più volte ribadita all’interno dell’album ( che inizia con l’inno nazionale…incredibile pensate una cosa del genere fatta da un Italiano..tipo Mino Reitano che canta I-ta-lia ). (more…)

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