TomBoy:
Serios

Mi sono mangiato un po’ le palle per essermi lasciato sfuggire il dj-set di Tomboy in occasione dell’after-show degli Lcd Soundsystem a Milano organizzato dai ragazzi di Pig Magazine ( giornale per il quale ho l’onore di collaborare e scrivere e che consiglio vivamente a tutti di comprare e di richiedere in edicola ). Mi sono mangiato le palle soprattutto dopo aver dedicato la giusta attenzione a Serios, progetto solista pubblicato dal belloccio Danese. Dico solista perché, per chi non lo avesse ancora inquadrato, Tomboy è in realtà Tomas Barfod, già batterista degli Who Made Who, band che ci ha fatto muovere il culo parecchio lo scorso anno.

E’ diverso tempo che Mr Barford gironzola con un dj-set che senz’altro svela i suoi gusti di musicista affermato e perfettamente inserito all’interno delle frequentazioni giuste ( se poi ci mettiamo che è pure il manager della Gomma Records abbiamo un altro James Murphy, con il quale infatti condivide diversi progetti indie dance ) e non era difficile pure notare che gli Who Made Who sono entrati in un batter d’occhio nel giro che conta, cosa che intuisci subito quando ti telefona uno come Tiga e ti chiede un remix per il suo nuovo album o Erol Alkan ti invita a suonare al Trash. Ad ogni modo la cosa puzzava un po’ di fuffa. Un po’ quelle cose alla Dunckel ( il 50 % degli Air ) che ha fatto un disco di cui nessuno ricorderà l’esistenza ( dite la verità, molti di voi nemmeno sapevano che era uscito..) nel giro di qualche settimana o dell’uscita solista di Tom Yorke, mi dispiace per i fan accaniti, ma assolutamente inutile e indegna di un genio del suo calibro, arrivata con un ritardo di cinque anni ( almeno per chi bazzica in territorio glicht-pop e non ascolta solo gli Stereophonics ) come una mozzarella vallelata che giace scaduta in uno scaffale del supermercato ( il mio amico Roger Ramone mi passerà l’espressione e gli sarò per sempre debitore. ). Ed invece cazzo no. Serios di Tomboy è un disco ultra-cazzuto, che si toglie completamente dallo stile e dai progetti portati avanti dalla band e piglia una strada autoctona e molto, molto personale. Il leiv motiv dell’album è il Funk, nella sua accezione più ampia, più versatile e dicotomica possibile, quella cioè che mette sullo stesso piano i Kraftwerk e i Funkadelic, quella di Prince e di Afrika Bambaata, quella mistura sexy, elettronica e satura di bassi slabbrati più di quelli di una valletta che sta all’origine del break tipico dell’electro. Pornodelia sleezy che ben si adatta ad un pre-party istrionico e pronto a decollare ma che, se suonato al volume giusto, regala anche delle giuste vibra da dancefloor. La cosa che più attizza tuttavia resta la vena vagamente synt-pop che attraversa tutto il disco e che, nuotando nella bambagia dell’eleganza tout-cort e ahime correndo il rischio di far breccia sui fighetti fanatici dell’aperitivo, impregna il disco e lo rende assolutamente perfetto per qualunque contesto ( da qui il rischio che ne consegue..diventare una sottoforma di tappezzeria sonora. ) Ma fidatevi, se miscelato tra i Phoenix, Junior Boys, Architecture in Helsinki e Erlend Oye è semplicemente perfetto e se adorate quel beat elegante che vi fa sentire dei gourmet della musica elettronica, allora godrete.








