Summer in hummer Gain on top e.p

July 30th, 2010


Gain on top: Summer in hummer e.p by Tunz tunz records

Ecco finalmente ” summer in hummer “, il nuovo e.p dei Gain on top, uscito ovviamente sulla nostra tunz tunz records e disponibile in esclusiva su beatport. Quattro tracce inedite, quattro generi completamente differenti, un unico stile. Come sempre tenendo sempre un’occhio alla pista. Speriamo vi piaccia. Sopra una preview di tutte le tracce ed il link per comprare l’album su beatport. Stay maximal.

The next big thing: Glasvegas

December 22nd, 2008

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Il nuovo anno si apre all’insegna dei Glasvegas, la nuova creatura di Mr.Alan Mcgee, mentore della creation records che dice di adorarli e venerarli alla stregua di giovani divinità. Solo per questo vale la pena di fermarsi qualche secondo a riflettere visto che Mcgee, problemi di cocaina a parte, è uno che ci vede lungo e l’ultima volta che l’abbiamo visto così gasato era per una band di cazzoni hooligan di Manchester che aveva scovato in un infimo pub, successivamente passati alla cronaca con il nome di Oasis. Ad ogni modo la band di Glasgow ( ma quanto ne sanno questi Scozzesi?! ) arriva al suo debut album con la strada ben spianata dai due singoli ” Geraldine ” e ” Daddy’s gone ” e alla prima settimana di uscita vende 56.000 copie in Inghilterra piazzandosi al secondo posto dietro ai Metallica. Miracoli che avvengono solo nella terra di Albione. Definire il sound dei Glasvegas in una parola è semplice: Epico. Prendete il wall of sound caro a Spector ( e pure a Mcgee…pensate a Definitely Mabybe degli Oasis o ai Jesus and Mary Chain sempre prodotto di casa Creation ) e aggiungeteci un pò di nostalgia Smiths e tanti tanti echi di sixties. Nel caso dei Glasvegas però le citazioni non sono imbarazzanti, perchè palesemente note e dichiarate, a meno che voi non abbiate sedici anni e questo sia il terzo cd che vi comprate in vita vostra. Nonostante l’accessibilità pop dei ritornelli, nonostante i coretti, nonostante i campanellini, gli archi e tutto il repertorio, i Glasvegas sono meno accessibili di quanto sembrano. I sette minuti iniziali di Flowers and football tops la dicono lunga e sono lussi discografici che solo band come i Verve sembrano potersi permettere nel 2008 così come l’assenza di brani prettamente da club ( tappa ormai quasi obbligata per tutte le band…) o la tendenza al melodrammatico spinta ben oltre il livello degli Editors. Ecco, forse pure troppo. Unica pecca del disco l’eccessiva ” drammaticità ” degli arrangiamenti e pure della voce che ha volte ” soffre ” un pò troppo e tende all’emo. Ma forse è pure un problema di contesto. A volte spiegare ad un Italiano le dinamiche del pop Inglese è come spiegare il melodramma Napoletano ad uno del Ghana. I Glasvegas ( che è il nome con cui gli Scozzesi chiamano Glasgow..un pò come Jesolangeles che è il nome con cui gli Jesolani chiamano Jesolo ) sono immersi nella loro ” Scozzesità ” fino al midollo. (more…)

Buzz band

October 14th, 2008

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” Siamo una buzz band, sappiamo di non avere un futuro, per questo cerchiamo di prenderci tutto quello che possiamo prima di sparire per sempre. ” Un manifesto programmatico semplice ed efficace che, dietro una patina di apparente nichilismo naif, cela un’approccio ben calibrato e studiato nei confronti del music buisness e dei suoi isterismi mediatici. Difficile discernernere tra le band paccottaglia che ogni giorno ci propinano i media ( sempre più invadenti,sempre più sensazionalistici..NME in testa ). Difficile credere che ogni nuova band, sia LA BAND. LO hanno capito bene gli MGMT e pur consapevoli di essere vittime di questo meccanismo, hanno cercato di prenderne le distanze, dissimulando un pragmatico atteggiamento di distacco nei confronti della skizofrenia generata dalla 2.0 generation nei loro confronti. Ecco perchè ci troviamo a parlare di Oracular Spectacular, loro disco d’esordio, a quasi un anno dalla sua uscita. Perchè tale era l’isterismo generato intorno a questi due cazzoni, che pensavo si trattasse dell’ennesima stronzata da copertina. In parte, senz’altro, lo sono e ne sono ben consapevoli. Ma già il fatto che non pensino di essere i Radiohead li rende più simpatici della media. Inoltre il loro disco è tra i più bei esordi dai tempi degli Arctic Monkeys e tra i miei preferiti usciti quest’anno. Quindi, consapevole che molti come me probabilmente si sono fermati ad ascoltare il singolo pigliatutto Time to Pretend pensando che la meraviglia finisse lì, consiglio vivamente di farsi tutto il disco, perchè ne vale davvero la pena. Andrew e Ben, ovvero gli MGMT, sono due ex-studenti di Brooklin con la passione comune per il prog-rock degli anni 70 e per una non meglio precisata forma di Hippismo contemporaneizzato. (more…)

Le luci della centrale elettrica:
Canzoni da spiaggia deturpata

July 15th, 2008

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Ok lo ammetto, è un mare di tempo che non scrivo qualcosa, per meglio dire di qualcosa. A questo proposito ringrazio quanti continuano a scrivermi chiedendomi qualche bazza in termini di uscite discografiche ed affini, puntualmente disilluse da la solita estate iper-frenetica a cui il mio lavoro principale mi costringe. Aggiungeteci poi che: a) Mi prende pure bene andare in spiaggia, cioè cazzo dopotutto abito al mare. b) Non è che ci sia poi molto di interessante di cui parlare. In effetti, tralasciando la bordata hype legata alla nuova ondata di french touch, tralasciando la solita euforia da party boy estatici che sorridono sempre e che riempiono i fotoblog di espressioni ebeti ( tra cui troneggia la mia, si intende ndr ), mi trovo un pò imprigionato in quello stato euforico-contemplativo da post coito. Dopo cioè un inverno davvero fulmicotonico e gonfio di belle serate, bella musica ( bella gente, bella situazione?! Dio mio come cazzo scrivo..vi prego uccidetemi ) adesso me ne sto qui, a riempire gli spazi vuoti ( pochi ) col joypad in mano, sparando alla cazzo sul nuovo episodio della saga di gta dove interpreto un Niko Bellich spietato come l’ultima finanziaria. Tempo sprecato? col cazzo. I migliori momenti della nostra vita, li passiamo con un joypad in mano. Comunque mentre mi trastullo e mi gingillo su queste elucubrazioni, arriva un disco di cui non si può non parlare. Per la verità il disco è uscito da tempo, per la verità giaceva sulla mia pila di ” cose da fare ” da tempo innumerevole, ma non ho mai sentito l’imput necessario a prendermi la briga di ascoltarlo. Devo ammettere che il titolo ha fatto la sua: Canzoni da spiaggia deturpata è un titolo davvero bellissimo. Ma andiamo con ordine. L’autore di questo capolavoro, a mio avviso uno dei più beli dischi Italiani degli ultimi due anni, si chiama, ironia della sorte, Vasco e viene da Ferrara, quella Ferrara di cui tutti noi conoscono la Blade Runneriana visione che si ha della zona industriale arrivando dall’autostrada. Quel concentrato abnorme di industria pesante, di zolfi e fumi che uccidono, di grigiume urbano puzzolente e avvizzito che, misteriosamente, ha un fascino tutto suo. Quel tripudio di luci e lucette. Le luci della centrale elettrica, appunto. Vasco da Ferrara, non ha nemmeno 25 anni ed un talento reale,difficile da mettere in discussione. Il talento oggettivo di chi sa scrivere canzoni, di chi non si gingilla dietro inutili e caricaturali macchingegni, di chi non è nemmeno così nerd da sembrare figo, di chi vive ai margini delle cose che contano. Una voce, una chitarra. Un paio di sovraincisioni. Il resto è puro flusso emozionale, il flusso che appartiene ai grandi cantastorie. (more…)

Hercules and love affair:
s/t

March 27th, 2008

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Ora, era davvero difficile trovare un’icona gay più gay di Ercole imbrigliato in qualche intrico amoroso di ambiguo orientamento. Non ci sono cazzi e non c’è nemmeno da fare tanto i contrariati, voi che sudate sulla pista con possenti groove incazzosi e pensate di essere dei machos, o anche dei nachos. La disco music è da sempre gay oriented, fatta da gay per i gay, poi pazienza se piace anche agli altri. Ed è per questo che è così sexy e oltraggiosa, così incredibilmente rivoluzionaria e carica di pathos. Per questo motivo molti la amano e altrettanti la odiano. Perchè destabilizza le proprie certezze, sopratutto in campo sessuale ed annienta il sottile e labile confine dell’identità sessuale chiusa ed indiscutibile. Come l’heavy metal o come i film sui cow-boy. Insomma avete mai visto una donna su un film di cow-boy? guardate che Broken Montain ha scoperto l’acqua calda. Comunque non divaghiamo, Hercules and love affair è, per il momento, il miglior disco uscito nel 2008. Dietro al progetto si cela Andy Butles, bel giovine operante nella grande mela con una passione sfrenata per i classici. In tutti i sensi. Dagli evidenti riferimenti alla mitologia ellenica ( Hercules theme ) e all’iconografia del periodo ( bei fustacchioni gnudi, discoboli dai bicipiti possenti, fanciulli efebi e compagnia bella ) sino a quelli per la disco-music classica. Quella di New York city, dell’afro beat di Arthur Russel. Ma anche la prima house di Chicago. Calda. Oltraggiosa. Sensuale. Il disco non poteva che uscire per DFA, etichetta newyorkese ( Lcd Soundsytem, BlackDice, The Rapture per intenerci ) che meglio di chiunque altra ha saputo interpretare questo spririto e renderlo attuale. Il disco è anticipato dal singolo Blind, il primo vero anatema dell’anno 2008. Il pezzo è semplicemente perfetto. Godetevelo finchè resterà una cosa da condividere privatamente tra appassionati perchè è destinato a diventare il tormentone dell’estate e a luglio vi avrà già rotto le palle. Ma ha un incanto e una magia notevole. Quando passa per radio ti fermi un secondo e ti senti trascinare dal quel groove monocromatico e pastoso. Poi arriva quella voce. Ti lascia esterefatto. Nel senso che ti spiazza. Non è la voce che ti aspettavi di sentire. Non capisci se è una di quelle minchiate tipo Love Generation di Bob Sinclar o se sotto c’è della sostanza. Poi arrivano le trombette e dici cazzo no, le trombette no. Poi ascolti bene e pensi, porca troia le trombette che figata.Poi ancora quella voce, che incanta e seduce. Efebica ed innaturale, mitologica. Quella voce è il divino Antony.
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Un efebo sgraziato, uno scherzo della natura. Con una voce lieve come un liuto,tuttavia in grado di sedurre Zeus con la sua fragilità. Oppure Diana cacciatrice. Antony va a letto con Bjork. Non che scopano insieme, ci mancherebbe, lui è definitivamente assessuato ed incarna uno stato di purezza assoluta, come le sacerdotesse di Apollo. Sono molto amici e a lei piace dormire con lui e accarezzargli la testa e proteggerlo, come un peluche. Parafrasando il buon My Robot Friend, Andrew Butler con questo pezzo ha esaudito la richiesta di una generazione: Sdraiare la vellutata voce di Antony sopra un manto di beat celestiali. E cazzo se c’è riuscito. Ora se vivessimo in un mondo normale, uno così dovrebbe cantare in Vaticano davanti al Papa perchè cazzo davvero ti mette in sintonia con l’universo e ti aiuta a comunicare con Dio. Vabbè. Ad ogni modo non che il resto del disco sia da meno; Si prosegue sui medesimi binari in almeno un paio di episodi cruciali ( You Belong ) e nel complesso siamo difronte a 46 minuti di epopea disco e mitologia della dance, stile a manetta, bassi liquidi e funk, odore di sesso e urina e tutto quel campionario lì. Lì a danzare tra gli angeli che, si sa, non hanno sesso e se ce l’hanno lo tengono ben nascosto tra i calzoni.

Baustelle:
Amen

February 14th, 2008

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Amen appunto, nuovo disco dei Baustelle. A detta di molti il disco della consacrazione, assolutamente meritata considerando cosa si sente in giro, dopo quel capolavoro assoluto di neo-pop italiano che fu La Malavita e due precedenti capitoli sepolti nel marasma dell’underground italiotto da rockit che tanto fecero discutere gli smanettoni da forum e gli amanti di gemme preziose e semi-sconosciute. I Baustelle ce la faranno ad essere la next big thing Italiana, un po’ perché il bel Francesco Bianconi ci sa fare ed è uno dei migliori songwriters di ultima generazione ( lo testimonia la bellissima Bruci la città interpretata magistralmente da Irene Grandi e scritta da lui ) capace di fondere insieme contenuti e attitudine pop da classifica; Capace di creare del sottotesto, si diceva una volta riferendosi ad autori come Luigi Tenco o alla scuola cantautoriale Genovese. Se ci mettiamo poi che i gruppi ad alto potenziale depressivo, introspettivi e diciamo pure un po’ pallosi, agli adolescenti Italiani piacciono sempre un sacco, i Baustelle arrivano provvidenziali come l’influenza il giorno prima dell’interrogazione. Ma veniamo al disco, anticipato dall’iconoclastia cinica, ironica ed incredibilmente radiofonica di Charlie fa surf, singolo già in heavy rotation sulle radio che apre il cuore e fa canticchiare allegramente anche quando si tratta di “ prendere a mazzate “ un adolescente un po’ irrequieto. Ecco la magia del pop, che ti fa cantare sorridendo una cosa senza neccessariamente condividerla. Amen si presenta, onestamente, male. Cazzo per un gruppo stiloso come i Baustelle, sempre perfetti nella loro finta trasandatezza dandy e radical chic fino al buco del culo, non si poteva scegliere una copertina più brutta. Ok Rachele ha degli occhi indiscutibilmente bellissimi, ma la copertina è davvero brutta, oltre ad assomigliare in modo imbarazzante a quella di un disco dei Las, a quella di Arcanoise dei Peazza e ad altri miliardi di cose che non vi sto a citare. Comunque, superato lo shock della copertina che tralatro ho deciso di omettere per non disturbare l’estetica generale della blogzine il disco scivola via piacevolmente anche se un pò a tentoni. Ad un primo ascolto ( si ok l’ho ascoltato 7-8 volte in macchina, non è che ce l’ho su dalla mattina alla sera ) balza subito all’orecchio che non ci sono gli arrangiamenti barocchi e naif di La Malavita e forse non ci sono nemmeno pezzi così validi e trascinanti come nel vecchio album. Si sentono meno i Pulp e Morrisey e un pò di più la roba di casa nostra, con qualche eco del primissimo Battiato,di Tenco e pure di Battisti, in contrasto, a volte riuscito a volte meno, con arrangiamenti e scelte di suoni che tentano di inseguire la contemporaneità ma senza una traccia precisa. Lo stesso vale per i testi. Questo sottobosco di isipirazione religiosa, sempre accennato ma mai esplorato con dovizia di causa, questo catastrofismo da tramonto dell’occidente di Splenger, questo astio nei confronti del neo-liberismo e dello yuppismo in genere, ogni tanto suona scontato e rompe pure un pò le palle. Onestamente preferivo i temi decadent-romantici della Malavita e quel tono ” universale ” e molto letterario a questo tuffo nel contemporaneo in cui si richiede neccessariamente all’ascoltatore di immedesimarsi.

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Non che non si condividano i temi, per l’amor di Dio, ma lo cantavano già egregiamente i CCCP trent’anni fa ( tralatro citati un pò furbamente anche in Charlie fa surf ). Ecco che in alcuni episodi come Baudelaire o Colombo sembra di sentire i Bluvertigo dieci anni dopo, con l’urgenza di sembrare per forza contemporanei senza rendersi conto che forse nel caso di un gruppo così fortemente ” connotato ” come i Baustelle è meglio restare sospesi nel tempo che confrontarsi con una contemporaneità che sta andando musicalmente da tutt’altra parte. In genere dunque Amen appare meno immediato ( proprio perchè privo di quell’universalità che aveva caratterizzato la Malavita, penso a canzoni come I Provinciali oppure il Corvo Joe che non avrebbero stonato in un disco di De Andrè ), un pò più criptico e disomogeneo e si avverte l’inevitabile pressione derivata dalle attese che una band del genere inevitabilmente deve affrontare. Se alcuni episodi brillano di luce propria, da La vita va a il liberismo ha i giorni contati, alcuni risultano francamente imbarazzanti, come l’aeroplano o ancora panico! che oltre a plagiare inesorabilmente Nancy Sinatra dovrebbe rivelarci un lato ironico e scanzonato dei Baustelle che tutto sono meno che dei burloni. L’effetto è simile dunque a quello di un emerito rompicoglioni antipatico e musone che prova a fare il simpatico perchè ha bevuto due bicchieri di vino. Superato anche lo scoglio del live, da sempre tallone d’achille della band ( la band sarà supportata da turnisti professionisti ) e potendo contare già su una nutrita schiera di estimatori e di fans, i Baustelle saranno senza dubbio la prossima band Italiana, dopo i Negramaro, a fare il grande salto nel guazzabuglio del pop mainstream. Ma temo che non sarà questo il disco-caronte che gli traghetterà all’inferno.

Architecture in Helsinky:
Places like this

September 19th, 2007

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Guardando gli Architecture in Helsinki non ci si può che rodere il fegato dalla gelosia. Sono ultra-nerd, hanno delle t-shirt fantastiche, delle barbe bellissime e indossano occhiali buffi senza per questo perderne in dignità. Vivono in promiscuità o almeno danno l’idea di farlo, e sicuramente fanno dei lavori fighissimi tipo il grafico o quello che da da mangiare ai delfini al parco Oltremare di Riccione. Non ne parliamo, come minimo avranno tutti il Mac, ma non il titanium che fa un po’ troppo sborrone, ma quello più piccolo, per non far pesare ai meno fortunati il loro potente potere d’acquisto datogli dai loro dollaroni Australiani. Già perché a dispetto del nome, che suggerisce un habitat da sogno tipo Jonkopin, sulle rive meridionali del lago Vattern ( da dove arrivano gli I’m from Barcellona, i quali appunto non sono affatto di Barcellona ), un paese di 81.000 abitanti dove camminando ci si può imbattere in Erlend Oye dei Kings of Convinience che pesca su una barca che sembra appena uscita dalla casa nella prateria e si passa il tempo organizzando cineforum casalinghi o confenzionando marmellate fatte in casa. Invece gli Architecture in Helsinki sono Australiani, per la precisione di Melbourne ma evidentemente hanno capito subito che lasciare in qualche modo alludere di essere Svedesi, Islandesi o comunque nordici, faceva decisamente più figo che rischiare di essere equiparati al prodotto culturale medio cacato da quella terra di vaccari che è l’Australia e che, a parte gli ACDC e Mr Crocodile Dundee non ha fatto granchè per il progresso dell’umanità. (more…)

Shitdisco:
Kindom of fear

May 9th, 2007

cs262290-02a-big.jpgRestando in tema di party-band il nome degli Shitdisco non è certo l’ultima cosa arrivata, sebbene Kindom of fear, primo disco della band, sia uscito solamente da un paio di mesi. In realtà la mia copia mi è arrivata solo stamattina e dato che volevo ascoltarlo tutto prima di parlarne accuratamente, ho dovuto rimandare di un bel po’ questo pezzo. Questi tuttavia sono alterchi che riguardano esclusivamente me e le poste Italiane e di cui probabilmente non fotte un cazzo a nessuno. Torniamo agli Shitdisco, nome dicevamo piuttosto chiacchierato nell’ultima stagione discografica e che si inserisce nel pieno di quel mood disco-punk che tanto sta facendo vibrare i nostri cuori da un po’ a questa parte. In realtà del quartetto di Glasgow si vociferava già da tempo, e per tempo intendo diversi anni. Pur accostati alla scena cosiddetta nu-rave e spesso associati ( per motivi di marketing e di sensazionalismo vario ) a band come Klaxons, Sunshine Underground e New Young Pony Club, in realtà gli Shitdisco bazzicano tra cinetica disco ed irruenza punk già da qualche anno. Era il 2005 quando il devastante singolo-missile patriot da dancefloor I Know kung-fu lato a Disco blood lato b - e porca troia che lato b- usciva sul mercato e faceva impazzire molti ( tra cui il sottoscritto ) di coloro che avevano trovato House of Jealous Lovers dei Rapture come il pezzo che ci avrebbe portato nel futuro della party-music. Insomma gli Shitdisco non hanno fatto in tempo a saltare sul treno del nu-rave perché sono arrivati in stazione troppo presto e non hanno avuto cazzi di aspettare che passasse il treno. Appena lasciata la stazione, magari per una birra al bar, ecco quel cazzo di treno arrivare ed una manica di deficienti fluorescenti corrergli dietro e salirci di corsa. Ecco perché Kindom of Fear non è poi così spiazzante. Esce con parecchi anni di ritardo e, che vi piaccia o no, il tempismo è una cosa da non sottovalutare nella musica pop contemporanea. Non voglio dire che sia un disco brutto ( ben altri sono i dischi brutti ) ma questo ipercinetismo da mangiatore di pastiglie non fa poi così breccia nel mio cuoricino, e con tutta l’indulgenza che si può avere con i pionieri, tutta la faccenda appare allo stato attuale un po’ trita. In teoria, tolto l’hype e l’eccitazione del momento, dovrebbero restare le canzoni ( intese come melodia, strofa, ritornello eccetera ) che però non sono belle come quelle dei Sunshine Underground. (more…)

Arctic Monkeys:
Favorite worst nightmare

May 6th, 2007

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Un cumshot nei pantaloni, ancora prima di cominciare a darci dentro di brutto. Si può descrivere solo così Favorite worst nightmare dei quattro sbarbatelli di Sheffield. Un album torrenziale, rumoroso, velocissimo e cazzo credetemi incredibilmente Rock. In alcuni punti addirittura power-rock. Fuzz a manetta, riff vintage di puro cherosene Rock’n ‘Roll e una furia martellante ai tamburi. Tutto questo considerando che le attese erano parecchie, sopratutto dopo che in NME aveva così sentenziato a monte dell’uscita: ” il secondo disco più atteso dopo il più grande debutto della storia della pop music, ovvero Definiteley Maybe degli Oasis “. Roba da cagarsi sotto. Non è il solito luogo comune, la solita stronzata da giornalisti che sostengono che ” la band soffre della tipica paranoia da secondo disco ” eccetera eccetera, quella per intenderci che ha cancellato band piene di conturbanti aspettative come i The Music dall’olimpo della musica pop Britannica; Nel caso degli Arctic la faccenda era davvero besa ed era un attimo scazzare di brutto. Whatewer people say i am, that’s what i’m not, debut album della band, è entrato nel guiness dei primati come l’album di debutto che ha sbaragliato le classifiche inglesi più velocemente, battendo gli Oasis e vendendo 360.000 copie in una settimana ( perdipiù uscendo con un’etichetta indie, la Domino ). (more…)

!!!:
Mith takes

April 18th, 2007

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Ancora New-York, ancora centro. Porca troia brucerà ai fanatici del Brit Pop, tra cui annovero tra le prime fila il sottoscritto, che non ci siano proprio cazzi, perlomeno in termini di Party band. Quando ci si mettono quelli di oltreoceano, sebbene New-York sia la città meno Americana degli Stati Uniti, è tutto un altro muovere di chiappe. La premessa, che altro non vuol essere se non una “ riflessione a voce alta “ , prende vita da una considerazione che vado sostenendo da almeno un anno. Colto da isteria da Cool Britannia, mi sono sparato dal vivo ( quasi ) tutte le band di cui si è fatto un gran parlare ( dai Bloc Party ai Klaxons, tanto per capirci nrd ) negli ultimi due anni e i concerti in cui mi sono divertito di più sono stati quelli dei Rapture ( novembre scorso mi pare..) e quello più recente degli Lcd Soundsystem( di cui trovate pure un resoconto poco più sotto..nrd ), entrambe band Americane. (more…)

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