
Ora, era davvero difficile trovare un’icona gay più gay di Ercole imbrigliato in qualche intrico amoroso di ambiguo orientamento. Non ci sono cazzi e non c’è nemmeno da fare tanto i contrariati, voi che sudate sulla pista con possenti groove incazzosi e pensate di essere dei machos, o anche dei nachos. La disco music è da sempre gay oriented, fatta da gay per i gay, poi pazienza se piace anche agli altri. Ed è per questo che è così sexy e oltraggiosa, così incredibilmente rivoluzionaria e carica di pathos. Per questo motivo molti la amano e altrettanti la odiano. Perchè destabilizza le proprie certezze, sopratutto in campo sessuale ed annienta il sottile e labile confine dell’identità sessuale chiusa ed indiscutibile. Come l’heavy metal o come i film sui cow-boy. Insomma avete mai visto una donna su un film di cow-boy? guardate che Broken Montain ha scoperto l’acqua calda. Comunque non divaghiamo, Hercules and love affair è, per il momento, il miglior disco uscito nel 2008. Dietro al progetto si cela Andy Butles, bel giovine operante nella grande mela con una passione sfrenata per i classici. In tutti i sensi. Dagli evidenti riferimenti alla mitologia ellenica ( Hercules theme ) e all’iconografia del periodo ( bei fustacchioni gnudi, discoboli dai bicipiti possenti, fanciulli efebi e compagnia bella ) sino a quelli per la disco-music classica. Quella di New York city, dell’afro beat di Arthur Russel. Ma anche la prima house di Chicago. Calda. Oltraggiosa. Sensuale. Il disco non poteva che uscire per DFA, etichetta newyorkese ( Lcd Soundsytem, BlackDice, The Rapture per intenerci ) che meglio di chiunque altra ha saputo interpretare questo spririto e renderlo attuale. Il disco è anticipato dal singolo Blind, il primo vero anatema dell’anno 2008. Il pezzo è semplicemente perfetto. Godetevelo finchè resterà una cosa da condividere privatamente tra appassionati perchè è destinato a diventare il tormentone dell’estate e a luglio vi avrà già rotto le palle. Ma ha un incanto e una magia notevole. Quando passa per radio ti fermi un secondo e ti senti trascinare dal quel groove monocromatico e pastoso. Poi arriva quella voce. Ti lascia esterefatto. Nel senso che ti spiazza. Non è la voce che ti aspettavi di sentire. Non capisci se è una di quelle minchiate tipo Love Generation di Bob Sinclar o se sotto c’è della sostanza. Poi arrivano le trombette e dici cazzo no, le trombette no. Poi ascolti bene e pensi, porca troia le trombette che figata.Poi ancora quella voce, che incanta e seduce. Efebica ed innaturale, mitologica. Quella voce è il divino Antony.

Un efebo sgraziato, uno scherzo della natura. Con una voce lieve come un liuto,tuttavia in grado di sedurre Zeus con la sua fragilità. Oppure Diana cacciatrice. Antony va a letto con Bjork. Non che scopano insieme, ci mancherebbe, lui è definitivamente assessuato ed incarna uno stato di purezza assoluta, come le sacerdotesse di Apollo. Sono molto amici e a lei piace dormire con lui e accarezzargli la testa e proteggerlo, come un peluche. Parafrasando il buon My Robot Friend, Andrew Butler con questo pezzo ha esaudito la richiesta di una generazione: Sdraiare la vellutata voce di Antony sopra un manto di beat celestiali. E cazzo se c’è riuscito. Ora se vivessimo in un mondo normale, uno così dovrebbe cantare in Vaticano davanti al Papa perchè cazzo davvero ti mette in sintonia con l’universo e ti aiuta a comunicare con Dio. Vabbè. Ad ogni modo non che il resto del disco sia da meno; Si prosegue sui medesimi binari in almeno un paio di episodi cruciali ( You Belong ) e nel complesso siamo difronte a 46 minuti di epopea disco e mitologia della dance, stile a manetta, bassi liquidi e funk, odore di sesso e urina e tutto quel campionario lì. Lì a danzare tra gli angeli che, si sa, non hanno sesso e se ce l’hanno lo tengono ben nascosto tra i calzoni.