Più giovani di ieri:
Simon Reynolds, l’indie-pop ed il culto dell’innocenza

“ I was so much older then / i’m younger than that now “
Allora ero molto più vecchio, oggi sono più giovane.
The Byrds
Adoro Simon Reynolds e penso che tutti quelli che hanno a che fare con il music business dovrebbero leggerlo. Penso che un aspirante dj, ancor prima di iniziare a smanettare sui piatti o diventare un nerd tutto brufoli e Ableton, dovrebbe leggere Generation Ecstacy, into the world of techno & rave culture ”, infelicemente tradotto in Italia con il titolo di generazione ballo/sballo, che così a dirla tutta fa un pò Lucignolo come titolo. Anche tutti coloro che aspirano a diventare critici musicali, praticamente nessuno, visto che grazie al web 2.0 lo siamo diventati praticamente tutti, dovrebbero leggere alcune pietre miliari della critica musicale, soprattutto Britannica, prima di sparare minchiate sui vari blog. Ad ogni modo Simon Reynolds, prima fanzinaro tra i più ispirati ( memorabili i suoi pezzi su Monitor ) successivamente critico musicale tra i più accreditati al mondo ( ha scritto su Melody maker, Nme, ed ora sul New York Times, su Village voice, su Wire e su Rolling Stones e innumerevoli altre testate con i contro ) è autore di autentiche pietre miliari del giornalismo musicale. L’occasione per parlare di lui è ghiotta, dato che è uscito da un paio di mesi anche in Italia Bring the noise ( 1985-2008 Hip-hop-rock, edizioni isbn ), raccolta di articoli pubblicati dal 1985 al 2008 su diverse testate, qui riproposti uncut e con dei brevi commenti dell’autore. Dunque, considerando che alcuni articoli scritti da Reynolds risalgono a vent’anni fa e considerando che l’autore aveva poco più di vent’anni quando li ha scritti c’è da restarci secchi. Considerate oltretutto che esiste pure un volume antecedente, dal titolo Rip it up and start again ( in Italia pubblicato sempre da isbn col titolo post-punk 1978-1984 ). Stupisce oltre che per l’incredibile bagaglio ( più che bagaglio direi bagagliaio..) cultural-musicale che Reynolds ha sin da sbarbatello, per la sicurezza e la varietà di argomenti ( contesto storico, riflessioni sul sociale, psicanalisi ) con cui vengono trattati i temi. Si passa con disinvoltura dai Mantronix ai Public Enemy( definiti un grande gruppo rock, sulla base dell’accezzione defjamiana di rap come rock nero…), dagli Usker du alla House degli esordi, dai Primal Scream ai Sonic Youth. A volte emerge la spigolosa spavalderia tipica dei cicciottenni ed un pizzico di snobismo da intellettuali che scopano poco e leggono troppo, ma ci pensa lo stesso autore a sdrammatizzare alcune posizioni estreme ( tipo il rap è una musica senza contenuti, destinate a durare poco ) ritornando sui suoi passi oltre vent’anni dopo e prendendo un pò per il culo il suo alter-ego sbarbo. Comunque, ci tenevo a proporvi in questa sede uno degli articoli di Reynolds più famoso e affascinante, uscito il 28 giugno 1986 sul Melody Maker con il titolo ” più giovani di ieri, l’indie pop ed il culto dell’innocenza”. Stupiscono davvero non solo le incredibili intuizioni di un Reynolds 23nne, ma pure le analogie con la scena musicale contemporanea ( con dei cortocircuiti per certi aspetti molto simili a quelli di quel momento storico ). Bella, giudicate voi. Le parti scritte in Italic sono tratte dall’articolo originale di Reynolds ( dalla traduzione Italiana di Michele Piumini per isbn ).

Si è aperto un varco tra le definizioni di White e Black. Il rock ” serio “, non è mai stato così bianco, il mainstream pop mai così nero e radicato in r&b, soul e disco. E’ interessante notare come le principali accuse mosse dalla scena indie al pop da classifica siano, in termini di pop nero, le sue qualità milgliori: Melansaggine/sentimentalismo/sdolcinatezza si traducono in soul, iperpulizia in sound di classe, levigatezza in eleganza. Green ha accusato di razzismo la musica di gruppi indie come gli Smiths e in un certo senso ha ragione. Ciascun genere considera l’altro irragionevole e sconcertante. I neri trovano inconcebile l’idea di dotarsi di un look e di un sound trasandato e di produrre un fracasso assolutamente imballabile. Se invece scorrete i vinili del tipico fan dei Cure, troverete ben poche registrazioni di Micheal o Janet Jackson ( l’unico pezzo ” disco ” presente sarà Blue Monday dei New Order. ) Non credo che Morrisey esageri quando dichiara il suo odio per il funk o sentenzia che ” il reaggae fa schifo “. Se lo esaminiamo da vicino, l’indie-pop si qualifica come l’opposto del pop. Il pop da classifica si basa tutt’ora sui ritmi dance, mentre l’indie pop da classifica ha eliminato qualsivoglia elemento r&b. attingendo a modelli ultrabianchi quali Velvet Underground, Television e via dicendo. Il rock cosidetto serio è una cultura celebrale, tutta orientata alla contemplazione e alla passività corporea. Il maistream pop è invece una cultura corporea che al significato predilige il ballo e la spettacolarità. Certo, la gente balla l’indie pop/rock, persino brani ferocemente anti-dance come never understand dei Jesus and Mary Chain, ma in senso stretto l’indie pop richiede reazioni fisiche che contravvengono alle norme da ballo in senso stretto, inteso come pavoneggiamento sessuale, sacrificandone l’elemento cool. L’indie andrebbe ballato come Morrisey, con gesti bizzarri e sopra le righe che richiamano la ” danza libera ” della controcultura; Di fronte al bombardamento rumoristico, è sempre più quotata l’immobilità: La musica di Husker du, Sonic Youth e Jesus and Mary Chain, può farti al massimo ondeggiare la testa, ma di norma il frastuono ti paralizza in uno stato di estasi celebrale.
Che dire, assolutamente fantastico. Reynolds individua alla perfezione i tratti salienti della dicotomia bianco/nero che attraversa tutta la storia della musica pop ed analizza alla perfezione il momento storico 1984-1987 e tutte le sue skizofrenie. Il pop da classifica mutua dalla disco music, dal funk nero e dalle allusioni sessuali tipiche del soul ( cosa che succede tutt’ora ) il suo manifesto programmatico, mentre il rock fatica a stento a riprendersi dalla sbornia del progressive e ad entrare nei nuovi ingranaggi del music buisness, almeno fino all’esplosione del metal da una parte e del glam rock da classifica dall’altra. Incuriosisce che ciò che oggi viene comunemente definito indie-rock abbia drasticamente virato verso un’attitudine più ” funk ” e corporea e meno celebrale, pur mantenendo viva la tradizione letterario/semantica delle cult band anni 80 ( Cure, Joy Division, Smiths ). Se pensiamo ai nuovi paladini indie come Arctic Monkeys, Kaiser Chiefs, Franz Ferdinand, Klaxons, ma anche Kooks, Killers ecc ecc, difficilmente non troviamo un pizzicume di funk, alla maniera per intenderci di Gang of Four, Talkin Heads e via dicendo nei loro pezzi. Le hits devono funzionare nei club, devono girare sopra 127 bpm ed avere un buon groove; Questa la lezione che il rock ha imparato non tanto dal pop anni 80, quanto dal background musicale che quel tipo di pop scopiazzava; la musica black. Vediamo ad esempio la tematica amorosa come viene affrontata nei due casi:
l’indie-pop tende a dipingere l’amore in termini di devozione e idealizzazione, praticamente privo di allusioni sessuali. L’esperienza dell’innamoramento viene descritta in termini onirici, extracorporei. All’indie pop interessano i dettagli del corteggiamento, delle atmosfere evocate. Sofferto e problematico, l’amore indie-pop è un amore adolescenziale. Un tempo il rock si nutriva dell’ostentazione del corpo e del desiderio,rivelando la cruda verità dei sensi. E’ interessante dunque notare come il ” puro amore ” sia diventato più trasgressivo del libertinismo o della sfrontatezza sessuale alla Mick Jagger.
Anche in questo caso la riflessione ha del geniale; Se il pop mainstream ha mutuato dal soul e dal r&b la sua carica erotica e il suo atteggiamento sessualmente sfacciato, è anche vero che il messaggio è stato spogliato della sua carica più eversiva. Se faceva un certo effetto vedere Jagger dimenarsi come un ossesso sul palco, toccarsi i genitali o se i gridolini estatici di James Brown turbavano la casalinga della Brianza, è altresì vero che l’ostentazione sessuale portata ai massimi termini ( l’avvento del videoclip accellerò di brutto questo passaggio ) non fa più notizia è ha davvero poco di eversivo, ieri come oggi. Ecco allora che l’ambiguità sessuale, intesa come andoginia non come bisessualità, il maschio sentimentale e poco sicuro di sè, la ragazza ingenua e dai tratti sessuali appena accennati, sono l’immaginario erotico-sentimentale di cui si nutrono i gruppi indie del periodo, attitudine che continuerà anche con il grunge dove anzi l’elemento femminile tende addirittura a sparire del tutto. Un’ultima riflessione sul look; Leggete qua.

Un’idea di innocenza infantile pervade la scena indie. Si predilige l’ingenuità, l’entusiasmo ed il disordine tipici della fanciullezza. Si percepisce un atteggiamento condiviso di rimpianto, la voglia di stabilire un legame magico e candido con il mondo. Si tratta di una concezione romantica dell’infanzia, abbracciabile solo da una mente letteraria (ovvero il tipico fan indie). In realtà i bambini di oggi vogliono crescere in fretta e assomigliare a Simon le Bon o Madonna. L’infanzia ha riacquistato importanza perchè offre un immaginario ricco di potenziale dissidente. Laddove la ribellione rock si basava sulla verità censurata del desiderio adolescenziale,questa forma di indisciplina non è solo consentita ma prescritta come modello. Gli anni sessanta spadroneggiano nello schema indie perchè sono gli ultimi nei quali le idee di infanzia e di innocenza perduta erano monete corrente. Gli hippy, i situazionisti, ma pure la psicanalisi pone nel gioco la componente cruciale per la rivoluzione culturale. La musica ( pensiamo ai Pink Floyd ) rifletteva questa convinzione secondo la quale crescere è un percorso di brutalizazzione. Non di rado sembra che l’indie tipo si sforzi di assomiglaire ad una persona qualunque degli anni sessanta o cinquanta. Ecco dunque le tracce di abbigliamento pre-permissivismo: cardigan, soprabiti, eskimo, giacche corte, foulard, berretti e zazzere corte che probabilmente appaiono peculiari a quanti un tempo dovevano adottare quel look e oggi si godono il diritto di esibire una lunga chioma cotonata. Mescolati a questi elementi, troviamo i tratti infantili: Magliette da compleanno, felpe fuori misura, fiocchi e nastrini, colori vicaci, orecchie bene in vista. Persistono sporadici elementi punk o psicadelici ma l’effetto complessivo è infantile, perchè l’infanzia è l’unico momento della vita in cui i colori vivaci sono appropriati. Nel tentativo di non vestirsi come si pensa debbano vestirsi le donne per essere sexy, alcune ragazze sono incappate in uno stile ricco di connotazioni pedofile. La scena indie si sforza di proteggere l’innocenza dall’impatto di una cultura sofisticata. Ecco perchè attinge quasi esclusivamente da modelli bianchi; L’etica fai da te non attechisce nella musica nera, dove prevalgono raffinatezza e professionalità ( almeno fino all’avvento del rap ). Un tempo il rock ribelle poteva nutrirsi dell’animalismo proibito dell’ R&b, ma oggi quell’energia sessuale è solo un altro ingranaggio dell’immensa macchina del music buisness. Il conflitto tra desiderio e materialismo illustrato da Satisfaction degli Stones, non è più all’ordine del giorno.
Anche in questo caso, le similitudini con la scena odierna sono moltissime; Dalla diffusa nostalgia ( sia nella musica pop che nella dance..) per un ipotetico periodo dell’oro ( nel nostro caso gli anni 90 ) spesso osannato da persone che non lo hanno nemmeno vissuto direttamente ma attraverso l’eco distorta dei loro fratelli maggiori. Ecco dunque orde di vent’enni impazzire per le hit di Corona e Snap, conoscere a memoria tutti i personaggi di Beverly Hills 2010, celebrare attraverso party,grafiche e t-shirt i mitici 90’s intesi come l’ultimo periodo storico pre-virtuale. Dove la cioccolata era Ciobar, si giocava ancora a pallone sotto casa e i dischi si compravano in negozio. Avverto in ragazzi più giovani di me di qualche anno una pulsione nostalgica che non appartiene invece alla mia generazione, che odiava le hit commerciali che suonavano in discoteca e di certo non si vantava di guardare Beverly Hills ( anche se lo guardavamo tutti ) e che non sente minimamente la mancanza di quel periodo. Anche le riflessioni sul look le trovo particolarmente appropriate ed attuali e penso che si possa leggere in modo pressochè analogo l’esplosione di colori a cui abbiamo e stiamo assistendo ultimamente, sopratutto nella scena nu-disco in cui sembra che domini l’estetica ” mettitti quello che ti compra la mamma “. Se poi ci aggiungete che la prossima tendenza pare sia il look Hippie ( stile mgmt per intenderci..), allora ecco il cerchio chiudersi.
