The next big thing: Glasvegas

Il nuovo anno si apre all’insegna dei Glasvegas, la nuova creatura di Mr.Alan Mcgee, mentore della creation records che dice di adorarli e venerarli alla stregua di giovani divinità. Solo per questo vale la pena di fermarsi qualche secondo a riflettere visto che Mcgee, problemi di cocaina a parte, è uno che ci vede lungo e l’ultima volta che l’abbiamo visto così gasato era per una band di cazzoni hooligan di Manchester che aveva scovato in un infimo pub, successivamente passati alla cronaca con il nome di Oasis. Ad ogni modo la band di Glasgow ( ma quanto ne sanno questi Scozzesi?! ) arriva al suo debut album con la strada ben spianata dai due singoli ” Geraldine ” e ” Daddy’s gone ” e alla prima settimana di uscita vende 56.000 copie in Inghilterra piazzandosi al secondo posto dietro ai Metallica. Miracoli che avvengono solo nella terra di Albione. Definire il sound dei Glasvegas in una parola è semplice: Epico. Prendete il wall of sound caro a Spector ( e pure a Mcgee…pensate a Definitely Mabybe degli Oasis o ai Jesus and Mary Chain sempre prodotto di casa Creation ) e aggiungeteci un pò di nostalgia Smiths e tanti tanti echi di sixties. Nel caso dei Glasvegas però le citazioni non sono imbarazzanti, perchè palesemente note e dichiarate, a meno che voi non abbiate sedici anni e questo sia il terzo cd che vi comprate in vita vostra. Nonostante l’accessibilità pop dei ritornelli, nonostante i coretti, nonostante i campanellini, gli archi e tutto il repertorio, i Glasvegas sono meno accessibili di quanto sembrano. I sette minuti iniziali di Flowers and football tops la dicono lunga e sono lussi discografici che solo band come i Verve sembrano potersi permettere nel 2008 così come l’assenza di brani prettamente da club ( tappa ormai quasi obbligata per tutte le band…) o la tendenza al melodrammatico spinta ben oltre il livello degli Editors. Ecco, forse pure troppo. Unica pecca del disco l’eccessiva ” drammaticità ” degli arrangiamenti e pure della voce che ha volte ” soffre ” un pò troppo e tende all’emo. Ma forse è pure un problema di contesto. A volte spiegare ad un Italiano le dinamiche del pop Inglese è come spiegare il melodramma Napoletano ad uno del Ghana. I Glasvegas ( che è il nome con cui gli Scozzesi chiamano Glasgow..un pò come Jesolangeles che è il nome con cui gli Jesolani chiamano Jesolo ) sono immersi nella loro ” Scozzesità ” fino al midollo.

It’s my own cheating heart ad esempio è una ballads completamente in slang scozzese, secondo me incomprensibile pure ad uno che viene dal Galles. Una di quelle cose da cantare sbronzi quando la tua ragazza ti ha lasciato. Ecco, un pò tutto il disco è così. Da mettere su quando ti prende la sbronza triste, quando ti abbbracci col tuo migliore amico, quando la tua squadra del cuore ti ha deluso, quando vuoi dar sfogo alla tua emotività ma non vuoi sembrare gay. Comunque un gran disco, pure se spariscono domani e non ne sentiremo più parlare. Tipo la Beta Band. Quanti di voi se la ricordano? eppure erano fantastici. Ma questa è un’altra storia.