Baustelle:
Amen

February 14th, 2008

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Amen appunto, nuovo disco dei Baustelle. A detta di molti il disco della consacrazione, assolutamente meritata considerando cosa si sente in giro, dopo quel capolavoro assoluto di neo-pop italiano che fu La Malavita e due precedenti capitoli sepolti nel marasma dell’underground italiotto da rockit che tanto fecero discutere gli smanettoni da forum e gli amanti di gemme preziose e semi-sconosciute. I Baustelle ce la faranno ad essere la next big thing Italiana, un po’ perché il bel Francesco Bianconi ci sa fare ed è uno dei migliori songwriters di ultima generazione ( lo testimonia la bellissima Bruci la città interpretata magistralmente da Irene Grandi e scritta da lui ) capace di fondere insieme contenuti e attitudine pop da classifica; Capace di creare del sottotesto, si diceva una volta riferendosi ad autori come Luigi Tenco o alla scuola cantautoriale Genovese. Se ci mettiamo poi che i gruppi ad alto potenziale depressivo, introspettivi e diciamo pure un po’ pallosi, agli adolescenti Italiani piacciono sempre un sacco, i Baustelle arrivano provvidenziali come l’influenza il giorno prima dell’interrogazione. Ma veniamo al disco, anticipato dall’iconoclastia cinica, ironica ed incredibilmente radiofonica di Charlie fa surf, singolo già in heavy rotation sulle radio che apre il cuore e fa canticchiare allegramente anche quando si tratta di “ prendere a mazzate “ un adolescente un po’ irrequieto. Ecco la magia del pop, che ti fa cantare sorridendo una cosa senza neccessariamente condividerla. Amen si presenta, onestamente, male. Cazzo per un gruppo stiloso come i Baustelle, sempre perfetti nella loro finta trasandatezza dandy e radical chic fino al buco del culo, non si poteva scegliere una copertina più brutta. Ok Rachele ha degli occhi indiscutibilmente bellissimi, ma la copertina è davvero brutta, oltre ad assomigliare in modo imbarazzante a quella di un disco dei Las, a quella di Arcanoise dei Peazza e ad altri miliardi di cose che non vi sto a citare. Comunque, superato lo shock della copertina che tralatro ho deciso di omettere per non disturbare l’estetica generale della blogzine il disco scivola via piacevolmente anche se un pò a tentoni. Ad un primo ascolto ( si ok l’ho ascoltato 7-8 volte in macchina, non è che ce l’ho su dalla mattina alla sera ) balza subito all’orecchio che non ci sono gli arrangiamenti barocchi e naif di La Malavita e forse non ci sono nemmeno pezzi così validi e trascinanti come nel vecchio album. Si sentono meno i Pulp e Morrisey e un pò di più la roba di casa nostra, con qualche eco del primissimo Battiato,di Tenco e pure di Battisti, in contrasto, a volte riuscito a volte meno, con arrangiamenti e scelte di suoni che tentano di inseguire la contemporaneità ma senza una traccia precisa. Lo stesso vale per i testi. Questo sottobosco di isipirazione religiosa, sempre accennato ma mai esplorato con dovizia di causa, questo catastrofismo da tramonto dell’occidente di Splenger, questo astio nei confronti del neo-liberismo e dello yuppismo in genere, ogni tanto suona scontato e rompe pure un pò le palle. Onestamente preferivo i temi decadent-romantici della Malavita e quel tono ” universale ” e molto letterario a questo tuffo nel contemporaneo in cui si richiede neccessariamente all’ascoltatore di immedesimarsi.

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Non che non si condividano i temi, per l’amor di Dio, ma lo cantavano già egregiamente i CCCP trent’anni fa ( tralatro citati un pò furbamente anche in Charlie fa surf ). Ecco che in alcuni episodi come Baudelaire o Colombo sembra di sentire i Bluvertigo dieci anni dopo, con l’urgenza di sembrare per forza contemporanei senza rendersi conto che forse nel caso di un gruppo così fortemente ” connotato ” come i Baustelle è meglio restare sospesi nel tempo che confrontarsi con una contemporaneità che sta andando musicalmente da tutt’altra parte. In genere dunque Amen appare meno immediato ( proprio perchè privo di quell’universalità che aveva caratterizzato la Malavita, penso a canzoni come I Provinciali oppure il Corvo Joe che non avrebbero stonato in un disco di De Andrè ), un pò più criptico e disomogeneo e si avverte l’inevitabile pressione derivata dalle attese che una band del genere inevitabilmente deve affrontare. Se alcuni episodi brillano di luce propria, da La vita va a il liberismo ha i giorni contati, alcuni risultano francamente imbarazzanti, come l’aeroplano o ancora panico! che oltre a plagiare inesorabilmente Nancy Sinatra dovrebbe rivelarci un lato ironico e scanzonato dei Baustelle che tutto sono meno che dei burloni. L’effetto è simile dunque a quello di un emerito rompicoglioni antipatico e musone che prova a fare il simpatico perchè ha bevuto due bicchieri di vino. Superato anche lo scoglio del live, da sempre tallone d’achille della band ( la band sarà supportata da turnisti professionisti ) e potendo contare già su una nutrita schiera di estimatori e di fans, i Baustelle saranno senza dubbio la prossima band Italiana, dopo i Negramaro, a fare il grande salto nel guazzabuglio del pop mainstream. Ma temo che non sarà questo il disco-caronte che gli traghetterà all’inferno.

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