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electroboogo

Mixtape:
Late night I dance alone part II



Mixtape: Late night I dance alone: Part II by Electroboogo on Mixcloud

 

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Nassau

“Riporto qui l’intervista integrale che i ragazzi del blog Italo Job hanno fatto a Nassau, controverso e misterioso produttore/ghost che sta facendo molto parlare di sè nei blog di mezzo mondo…tra i suoi dj preferiti cita anche me..ovviamente sono onorato.. un grazie particolare anche ai ragazzi di The Italo Job per la segnalazione. Di seguito l’intervista integrale.
Boogo

 

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La deriva del feticcio

” L’ammissione alla Rock and Roll Hall of Fame, per le quali le band concorrono 25 anni dopo la loro nascita, è l’ultimo rito di passaggio prima dell’aldilà del rock. ” In certi casi l’artista è letteralmente morto; In tutti gli altri lo è la sua vita creativa “.
Simon Reynolds

 

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Velleità ( da terza età )

” Le velleità ti aiutano a dormire, quando i soldi sono troppi o troppo pochi “
I Cani

 

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Basement Jaxx - Just one kiss
Electroboogo bootlegone remix

A volte, si sa, faccio la musica col computer. Prendo una cosa che mi piace, ad esempio questo fantastico sample di voce del prezzo Just one Kiss dei Basement Jaxx, e ci cucisco sopra un altro vestito. A volte l’esperimento funziona e la cosa riesce bene, altre volte viene una merda. Ma questo è venuto bene, non tanto per merito mio, ma perchè l’atmosfera del vocal è davvero strafiga ed io mi sono limitato a costruirci sopra un groove piuttosto minimale che ne restituisca intatta la sensazione di ” asettico - algido - algebrico ” della voce che, a dispetto di quanto voluttuosamente sussurra, resta piuttosto sulle sue. Per intenderci mi fa venire in mente una super figa Svedese; Una di quelle che ti caga e non ti caga, ma poi quando stai per andartene, ti chiede tra il sommesso e l’altezzoso di darle un altro bacio. Un pò puttana un pò signora, direbbero alcuni. Un pò pirata, un pò signore diremo tutti se a canticchiare fosse un uomo, magari di mezz’età. Ma forse sono solo delle seghe che mi sono fatto ed è più semplice che ascoltiate il disco e basta. Ah, si può anche scaricare senza andare in prigione, sia qui sotto che nell’apposita sezione del sito.

 

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La legge di Murphy

Se qualcosa può andare male, allora lo farà “.

 

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Bio

Faccio cose, vedo gente. Ascolto Rock ma ballo la Techno. Suono discretamente entrambi.

Booking info? click here.

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Mixtape: Late night I dance alone



Mixtape: Late night I dance alone by Electroboogo on Mixcloud

 

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House bloody house

( Aprile 2007 )

Il nome caldo di questa stagione musicale è quello dei Justice, fin qui niente di nuovo e buona pace per coloro che sostenevano un ritorno in pompa magna delle sonorità da dancefloor più deep e garage. Per i  Justice si sono sprecate tonnellate di inchiostro nei giornali di settore ( anche se il primato Italiano spetta a Pig, primo tra tutti a parlare del fenomenale duo francese e a dedicarli persino una copertina ) per i Justice  si sono mobilitati cool hunter di mezzo mondo, per i Justice ecco sono arrivati feedback positivi da ogni festival europeo e persino tra chi annovera tra i suoi principali ascolti roba come Sonic Youth o Fugazi. Pochi cazzi insomma, il nome caldo su cui si è concentrata l’attenzione nell’ultima stagione musicale è stato il loro e il buzz intorno al loro debut album fastidioso e insopportabile peggio di quello dell’Ape maia nella stagione degli accoppiamenti. dopo una manciata di singoli che avevano elettrizzato i dancefloor più alternativi del pianeta e grazie ad una strategia promozionale a dir poco geniale firmata da Pedro Winter  e dalla sua Ed Banger  sì esatto, rispettivamente manager e label dei Daft Punk  ndr ) il loro debut album ha strappato scene di isteria collettiva in ogni angolo del pianeta. Se vi siete persi qualcosa in questi ultimi mesi o vivete in una catacomba o state ancora lì ad ascoltare i Procol Harum e Leonard Choen, ecco il riassunto delle ultime puntate. Xavier de Rosnay e Gaspart Augè sono Francesi, hanno poco più di vent’anni  e fanno i grafici. La passione per la musica fa da colonna sonora alle loro esistenze e accompagna le loro vite, ma non è un esigenza pulsante ed offensiva quanto piuttosto un sottile e sagace passatempo. I nostri hanno un solido background Heavy metal e classic rock, strimpellano qualche strumento e si dilettano con l’uso di qualche software da smanettoni digitali ed un paio di vecchi campionatori. Un bel giorno decidono di partecipare ad un contest e di fare un remix di un pezzo di uno sfigatissimo ( nell’accezzione manzoniana del termine, ovvero una band a cui la provvidenza aveva proprio voltato le spalle  ) brano di una semi sconosciuta band britannica, i Simian. Non vincono, ma quel remix di “ never be alonestrong “ ( questo il titolo del brano ) ha qualcosa di magico e qualcuno sembra intuirne il potenziale. Pedro Winter, manager dei Daft Punk ha da poco aperto la sua piccola label, la ed banger records, chiamata così in omaggio alla suggestiva pratica dell’head banging ( ovvero scuotere testa e relativa folta chioma durante i concerti di Heavy Metal ) che ogni buon rocker pratica quando si reca ad un concerto Heavy. L’intuizione è folgorante e Never Be Alone diventa una hits mondiale di dimensioni spropositate, al punto da vincere a ben tre anni di distanza dalla sua prima pubblicazione il premio come miglior video agli mtv music awards, con relativo sdegno di Kayne West a cui pare proprio la faccenda non sia andata giù. Per la cronaca i Simian in questione altro non sono che le ceneri da cui nasceranno di lì a poco i Simian Mobile Disco, altro nome caldissimo della scena nu-rave/electro britannica nonché produttore esecutivo di Klaxons e sound engineer dell’ultimo disco degli Arctic Monkeys. Ma non divaghiamo. I Justice diventano così la punta di diamante della Ed Banger che da lì in poi comincerà a guadagnare consensi spropositati fino ad essere votata come l’etichetta musicale più influente del pianeta lo scorso anno dall’academy awards. Nella scuderia Ed Banger entrano nomi come Mr Oizo ( il pupazzo giallo dello spot Levi’s di qualche anno fa..ricordate.? quel brano con quel basso fuzz distortissimo…ndr ), Sebastian, Uffie e una manciata di artisti che, con soli pochi singoli all’attivo ma davvero molta attitude e uno stile inconfondibile, stanno tracciando la rotta della musica che verrà. Ma torniamo ai Justice, nome di punta di quello stile curiosamente definito bloody house  che sta facendo letteralmente impazzire i clubber di ogni galassia e sta incuriosendo notevolmente anche altri segmenti di popolazione. Immaginatevi l’irruenza sonora dei Metallica di Justice for all ( ed infatti nome, cover del disco firmata dal geniale so me, e un po’ tutta l’estetica del fenomeno è un sostanziale tributo alle grandi band della scuola heavy degli anni 80 e 90 ) , il suono grezzo e torrenziale di Cowboy from Hell  dei Pantera  e la ritmica compulsiva e satura di bassi dei Prodigy  e moltiplicateli per cento e avrete un’idea abbastanza verosimile del sound dei Justice. Nulla di simile aveva mai varcato i confini di un club. Il paragone con i Daft Punk ( entrambi francesi, stessa etichetta discografica, entrambi un duo ) è inevitabile e sebbene i nostri non sembrino apprezzare il paragone ( pare che non scorra buon sangue tra i due ensemble ) hanno già condiviso numerose date del tour mondiale del duo. In particolare i punti di contatto con le ultime produzioni targate  Daft Punk  ( pensiamo ad esempio a Robot rock, brano seminale che da solo contiene tutta l’estetica sonora della bloody house e pubblicata circa due anni prima dell’esplosione del fenomeno ) sono troppe per pensare ad una semplice coincidenza, sebbene ai Justice vada riconosciuto il merito di aver canonizzato il genere e di averci costruito sopra una carriera. Anche in Italia, sebbene sempre marginalmente rispetto ai grandi circuiti trans-nazionali, il fenomeno si è respirato, grazie alle intuizioni del già citato magazine Pig che ad un paio di party Milanesi ha ospitato i Justice ( insieme a Simian Mobile Disco, Mr Oizo e un po’ tutto il roster di  Ed Banger con cui i ragazzacci Milanesi coltivano un simbiotico e prolifico rapporto ormai da diverso tempo ). Tra gli artisti Italiani che cavalcano quest’onda, non possiamo non segnalare gli amici e compagni di consolle nelle scorribande targate excuse me Bloody Beetroots ( foto sopra ) che stanno macinando consensi a tutto spiano e confezionando una serie di remix ( Alex Gopher, Fox’n Wolf, Crookers ) di cui si vocifera molto bene nel mare burrascoso della rete. Proprio in questi giorni impegnati nella registrazione e produzione di un pò di materiale per conto dei Rinocerose ( pare che i Francesi siano rimasti folgorati dal suono dei due terroristi sonori e abbiano preso armi e bagagli per trasferirsi qualche giorno a Bassano a registrare del materiale…). Obbligatorio un giro nel loro space che trovate qui sotto e soprattutto vederli dal vivo, per aprezzare e godere della loro irruenza e del loro ruvido approccio al set, tra macchine,campionatori e schizzi di sangue.

 

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Se qualcuno vi sta sulle palle regalateli Metal music machine

( Maggio 2006 )

Tra i dinosauri del Rock, non esiste modo più elegante e raffinato per dire a qualcuno che ti sta sulle palle che regalare una copia di Metal music machine di quella mezza checca di Lou Reed. Non tanto perché l’album sia oggettivamente fastidioso, purulento ed estremamente irritante, quanto perché il suo valore concettuale supera maldestramente ed inconsapevolmente la sua bruttezza. Cioè non è come la merda cacata nella sala di un museo da Duchamp e provocatoriamente definita merda d’artista e come tale volta a suscitare un qualche dibattito sul ruolo dell’arte nella società del capitalismo avanzato eccettera, questo disco è una merda cacata da un maestro dell’arroganza psicopatica che, per qualche ragione sconosciuta persino e soprattutto all’autore, per un certo periodo storico è stata considerata una sorta di manifesto programmatico, se non addirittura il suo più alto momento creativo da una bolgia isterica di neo-movimentaristi punkadelici. Cioè dopo aver definito il concetto di metropoli contemporanea con album come Transformer  e Berlin,  altrettanto riconosciuti certo, ma per diversi anni non accolti da ferventi entusiasmo, ci è voluto un divertissement arrogante e fanfarone come Metal music machine per erigere Lou Reed  a reuccio distrofico, paranoico, nichilista ed iper-tossico dell’infame regno della suburbia metropolitana Newyorkese. E come spesso diciamo in questa rubrica, un po’ di storia dunque. “ Il violento rifiuto di Lou Reed verso i suoi anni glitter è il perfetto spartiacque tra i primi anni settanta e l’ultima parte del decennio” scrive Mark Edwards sul London Sunday Times. Alla costante ricerca di una propria identità artistica ( per meglio dire, un proprio io ), Lou Reed spesso è stato la parodia di sé stesso. Ammaliato dal fascino androgino di Bowie e dall’istrionismo di Jagger,ha cercato negli anni del suo periodo glitter di copiarne le movenze e gli atteggiamenti sul palco, con risultati scoraggianti a causa in primis della sua goffaggine intrinseca e in misura minore dalla sua scarsa estensione vocale. La cover di Transformer  ( foto sopra ) è l’iconografia esemplare della tensione che ha dominato Reed nei primi anni della sua carriera solista. Teso in una terra di nessuno,  truccato come un travestito Wharoliano, bisessuale dichiarato ( ma in realtà omosessuale latente e tassativamente misogino ) non ha nulla del fascino androgino alieno di David Bowie  ( che tralatro produsse il disco ) né tantomeno la carica erotica di Jagger e assomiglia piuttosto ad un Frankestein  emaciato sul baratro della distruzione. Il 1975 è un anno cruciale per il rock. La scena glitter si era esaurita. Era nato il punk. Era arrivato Springsteen  ( per tutta la sua carriera Reed ebbe un rapporto ambiguo con il cantautore definito allo stesso modo un genio e poche settimane dopo un emerito coglione nrd ). Dylan era rinato. Ma soprattutto il punk. Nessun gruppo più dei Velvet Underground godette dei benefici del Punk e nessun cantante della vecchia generazione più di Lou Reed. Alla fine del 73, anno di apertura del  CBGB’S che divenne il quartier generale del punk a New York, la scena cittadina era allo sfascio e nessuno era sopravissuto agli eccessi della vita underground. Nessuno a parte  i musicalmente irrilevanti New York Dolls e Lou Reed  le cui crude cronache sui bassifondi cittadini contribuirono non poco ad aprire la via al punk rock. Frammenti di Ramones, Blondie, Television, Talkin Heads cominciavano a dare i primi segni di vita sin dal 74 e a costituire la seconda costellazione di stelle Newyorkese che di lì a poco avrebbe insegnato il punk pure agli Inglesi. Come sostiene Brian Eno  “ pochissima gente aveva comprato l’album The Velvet Underground and Nico ma quei pochi avevano tutti formato un gruppo “. Ed infatti molte delle personalità più creative degli anni 70 come Stooges, Patti Smith, Television, Pere Ubu, Ramones, Richard Hell, Brian Eno, Roxy Music, Cabaret Voltaire, Buzzcocks, Talkin Heads, Wire </strong>rispecchiano e confermano totalmente la fondamentale influenza musicale dei Velvet. Alla fine del 75, mentre Lou era alle prese con l’album Coney Island Baby, stavano nascendo due forti correnti Rock che minacciavano di lasciarlo indietro. In ambito mainstream Dylan dominava le classifiche con il suo album forse più pop, Desire, Bowie stava collaborando con Lennon e aveva un singolo al primo posto della classifica Americana ( Fame ) e Bruce Springsteen con Born to Run era la next big thing planetaria. Parallelamente nell’aria si avvertiva il buzz intorno alla neo-nata scena punk e alle band di riferimento del panorama underground Newyorkese. Coney Island Baby era un buon album certo, ma non poteva minimamente competere con Born to run di Springsteen, Horses di Patti Smith o the Ramones dei Ramones. Ed è qui che entra in ballo Metal music machine. Nel 1975, dopo tre anni estenuanti di tour senza tregua che accompagnarono i suoi album di maggior successo commerciale e in totale balia dell’anfetamina, Lou si trovò alle prese con una richiesta contrattuale della sua label discografica per un nuovo album. Lou, sull’orlo di un esaurimento nervoso e come sempre indifferente alle pressioni della casa discografica presentò un disco che andava al di là delle aspettative più estreme dei suoi fan. Una stridente, cacofonica, fastidiosa e lacerante ora e quattro minuti di puro feedback e noise dal suggestivo titolo Metal music machine. L’unica cosa che i dirigenti della RCA sapevano era che Lou con i suoi ultimi tre album aveva fatto guadagnare alla label un sacco di dollaroni e quindi, pur tra mille perplessità, avallarono il progetto. Lou Reed racconterà all’amico-nemico Lester Bangs di essere scappato in cesso per poter esplodere in una risata-ghigno mefistofelico non appena appreso la notizia. La casa discografica fece pressioni per pubblicare il disco sotto la collana Read Seal ( dedicata alla musica neo-classica e sperimentale ) ma Reed si oppose fermamente e suggerì di inserire nella copertina un avviso del tipo “ attenzione, niente canto. Brano migliore, nessuno. Assomiglia a, una scarica statica dell’autoradio. “. Ma non lo fecero. Metal music machine, che per la cronaca uscì doppio ( cioè vi rendete conto…cazzo, doppio!! ) era costruito in modo che ogni lato durasse 16.01 minuti e la quarta facciata era stampata in modo che l’ultimo solco del vinile fosse concentrico e ripetesse senza sosta una serie di rumori insopportabili, finché uno disperato non si alzava e toglieva la puntina dalla piastra. A Lou Reed non pareva vero. Sostenne in numerose interviste di aver composto Metal music machine in sei anni e invitò tutti ad ascoltarlo con molta attenzione per captare una serie di melodie classiche che aveva inserito all’interno del muro di rumore. Non tutti si bevvero questa stronzata. Rolling Stone lo votò peggior disco dell’anno. Per la verità nessuno se la bevve. Lou Reed, quasi ad esorcizzare il cataclisma commerciale che di lì a poco avrebbe scatenato tra i suoi fan, dichiarò: “ Ho fatto uscire Metal music machine proprio perché è come un gigantesco vaffanculo. Volevo fare piazza pulita e liberarmi di tutti quei cazzo di stronzi che vengono ai miei concerti e si mettono a urlare Vicious o Walkin on Wilde Side. Vaffanculo, questo disco è una truffa. Certo e vi trufferò ancora. “La cosa sarebbe dovuta finire lì ed invece, ironia della sorte e destino del Rock’ n’ roll, Metal music machine divenne il manifesto programmatico-concettuale del più sconvolgente movimento musicale che attraversò il mondo del pop dal 77 al 79: Il Punk. Metal music machine trasformò Lou Reed nel profeta messianico del Punk e in una sorta di icona vivente. Nel gennaio 1976 nacque la rivista punk, diretta da Jhon Holmstrom che dedicò la sua prima copertina a Lou Reed. D’un tratto sembrava che tutti dovessero qualcosa a Lou Reed e nella seconda metà degli anni 70, quando la sua carriera era ormai ad un punto morto e aveva cominciato ad intraprendere la strada del declino, Reed fu resuscitato ed esaltato da una generazione di giornalisti sostenitori della scena Punk e da una serie di gruppi che di lì a poco avrebbero segnato per sempre la storia della musica punk. Tutti avevano un debito di riconoscenza con Lou Reed e divenne terribilmente di moda citare Metal music machine come il disco più influente e caratterizzante della sua carriera. Avrebbe potuto diventare una specie di Elton Jhon dimenticato da tutto e da tutti ed invece divenne il padrino del Punk pronto a dispensare consigli al Tom Verlaine della situazione o farsi fotografare, come una puttana addomesticata, insieme alle rockstar più in voga del momento. Il tutto grazie ad un’ora di rumore puro che resta, ad oggi, uno dei dischi più controversi della storia del Rock.

 

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Datf punk is playng at my house

( 2008 )

Ne parliamo con un pò di ritardo certo, mi sono pure rotto il cazzo di spiegarvi il perché. Tempo ancora un paio di settimane ed electroboogo.com tornerà ad essere la cool-hunting blogzine attenta a tutto ciò che succede e sempre sul pezzo ( di qualunque pezzo si tratti ) che amate tanto leggere mentre scaricate dvx porno. Sebbene in ritardo, sebbene dalla prospettiva asettica dell’intellettuale seduto davanti al pc sulla tazza del cesso mentre gingilla con i gioielli di famiglia, non potevamo buttare giù due righe pure noi in onore dei Daft Punk e delle faccende che li riguardano. Prima di tutto la loro esibizione al festival Traffic  di Torino, allo stesso modo osannata da circa 60.000 sbronzoni in delirio estatico dinnanzi alla Louvriana consolle-piramide del duo e criticata da qualche ciccione rimasto deluso perché  “ in fondo sono solo due tizi mascherati che schiacciano un paio di pulsanti. “ Io sto esattamente nel mezzo. Non si può certo restare indifferenti di fronte ad una produzione elefantiaca, coraggiosa, assolutamente geniale e costruita con garbo ed eleganza ( spesso, quando non si hanno problemi di budget, è un attimo scivolare nel pacchiano-truzzo stile banda della Magliana..) euclidea e algoritmica. Chi ha avuto la fortuna di assistere al datf punk show ( forse più corretto di Daft punk live ) credo che faticherà a dimenticarselo, grazie allo straordinario lavoro di light-designer, ingegneri, video artisti e tecnici vari. Poi ci sono i due robot seduti sopra la piramide, che danno l’impressione di non fare assolutamente un cazzo. Muovono delle leve, ma se li si guarda con malizia danno l’impressione di muoverle alla cazzo di cane, senza una logica precisa. Forse hanno semplicemente un cd, probabilmente masterizzato, in play. Io personalmente farei così. Mi intascherei i miei 160.000 euro ( prezzo di listino dello show ) per mettere su un cd, vestirmi da robot e starmene sbronzo da far schifo davanti a 60.000 persone urlanti. Dai cazzo chi non lo farebbe? Chi si romperebbe le palle a fare un vero live con le macchine, magari rischiando di sbagliare l’inclinazione del pitch control, o andando fuori tempo o cancellare inavvertitamente la banca dati con i suoni. Una volta, ad un live con la mia band, gli Zimmer mit frhustuck, eravamo talmente ubriachi da non riuscire a collegare il mac alla drum machine con il risultato che abbiamo suonato tutto il nostro repertorio electro con il banco suoni dei peruviani della stazione, tutto cimbali, maracas e campanacci. Sembravano i los lobos ( locos, loros come cazzo si chiamavano…insomma quelli della lambada )  teutonici. Ad ogni modo, così va lo show-biz, non tutto quello che brilla è oro e spesso le maxi-produzioni servono a sopire le carenze oggettive di questo o quell’artista. Almeno così sostengono i detrattori. Ma poi ci sono le 60.000 persone che ballano come ossessi e soprattutto una parola show, che da sola dovrebbe spiegare molte cose. Chiunque va a vedere un concerto di che ne so, Madonna  dovrebbe sapere che Madonna  in realtà canta pochissimo e supportata da sei coriste su palco ( più due fuori palco, in gergo chiamate “ soustain “ ) ma chissenefotte, noi siamo qui per lo show, mica mi aspetto che mi faccia una versione unplugged di Gloria  in stile Patty Smith. Idem per lo show dei Daft Punk: Si ok schiacciano dei pulsanti forse, forse nemmeno quello, ma cosa cazzo ti aspettavi da due tizi che si fanno chiamare Daft Punk e che da anni si vestono da robot e fanno la più geniale ed irriverente musica elettronica da ballo del secolo. Ti aspetti di ballare no? e hai ballato, quindi non rompere le palle. Altrimenti trastullati e vatti a vedere Steve Vai e fatti una sega ad ogni suo merdabondo assolo. In questi giorni si è inoltre parlato molto di loro per l’uscita del loro film Electroma, presentato a Cannes fuori concorso lo scorso anno. Diretto da Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo il film, forse meglio il lungo-metraggio dato che non presenta nessuna delle caratteristiche tipiche del film ( esempio banale la trama ) narra la vicenda di  due robot che cercano di diventare umani mediante ogni mezzo, incluso il suicidio. Ho visto il film. E’ decisamente palloso. Ok, i primi venti minuti sei tutto flashato ( soprattutto sei hai fumato ) ma poi, una volta capito il meccanismo, è facilmente intuibile dove si andrà a parare. Cioè si poteva ottenere lo stesso risultato con un cortometraggio di 6 minuti. Se dovessi definirlo, direi che è una sorta di film musicale muto. Mi rendo conto che non vuol dire una mazza, ma credetemi che è proprio così. La cosa buffa è che la musica non è dei Daft Punk, i quali hanno preferito affidarsi ad una pletora di amici e collaboratori musicali che hanno sonorizzato le immagini. La track più bella è “ Universe “ di Sebastian Tellier, la più insignificante quella di Brian Eno, dal titolo “ In dark trees “.

 

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American Appareal

( 2007, non mi ricordo quando )

Non sono un fan della prima ora del brand American Apparel.  Per dirla tutta, le prime cose che mi è capitato di vedere mi facevano cacare e mi facevano venire in mente cose tipo le foto delle copertine dei vhs con Barbara Bouchet che ti insegna a fare aerobica o la tipa che insegnava ginnastica a quelli di Amici e che poi hanno cacciato su media-shopping a vendere delle cose perchè era diventata troppo cicciona. Il mondo di riferimento del brand è costellato da costumi interi in lycra lucidissima, t-shirt slabbrate dai colori sgarcianti indossate da tipe con l’aria sfatta ma molto sofisticata, calzini in spugna come quelli che mi comprava la mia mamma ai magazzini Davanzo con l’immancabile tricolore e la scritta Italia 90. Ma soprattutto i fouseaux, noti anche con il termine volgarizzato di ” ciclisti ” perlomeno dalle mie parti. Ad ogni modo un vero capo-feticcio dei tardi anni 80 ( e anche primi anni 90, soprattutto nella variante li metto sotto i Jeans strappati, anzi a brandelli, come Hulk dopo che è tornato normale ) I foseaux di American Apparel coprono una gamma di colori vastissima, da ogni tipo di viola mai apparso sulla faccia della terra al giallo canarino, fino alla conturbante variante zebrata e/o leopardata che farebbe invidia ad ogni matta del paese. ( si sa che tendenzialmente ogni paese ha una matta e che di norma questa indossa dei fouseaux e/o ciclisti ). Tutto questo prima che mi capitasse di visitare il negozio monomarca che A.A ha recentemente aperto in Porta Ticinese  a Milano e che  mi ha fatto un pò ricredere. Oltre ad avere acquistato un bel po’ di mutande dalle colorazioni insolite ( tipo culo marrone elastico panna, oppure culo viola elastico bianco ) e una felpa viola Tim Burton in pura ciniglia ( ” potrò usarla come asciugamano nel caso si infeltrisse al primo lavaggio “, ho pensato mentre gingillavo incerto sull’acquisto..poi invece anche dopo diversi lavaggi è ancora perfetta ) ho avuto finalmente modo di approcciarmi alla filosofia del brand, anzi del no-brand per dirla alla Naomi Klein, e di vedere da vicino un bel po’ di capi niente male. La prima cosa che ho notato è che, effettivamente, le foto pubblicate sui vari magazine di moda hanno privilegiato l’aspetto più fluo nuravers anni80 partypeople hoiraybanbianchi del brand, più che altro perchè è quello che balza immediatamente agli occhi dato la totale essenza di elementi decorativi ( stampe, loghi eccetera ) sui capi: Ma ho scoperto che non mi bisogna per forza essere gay per trovare qualcosa di figo. Le due caratteristiche principali del brand sono infatti il colore ( predominante, assoluto, effetto pantone ) ed il materiale ( bisogna effettivamente toccare ogni capo per rendersi conto della qualità e della particolarità dei materiali utilizzati ), entrambe caratteristiche che difficilmente si possono trasmettere con una campagna promozionale fotografica destinata al grande pubblico. I capi American Appareal ( maglieria, pantaloni, intimo ) come già accennato sono infatti privi di qualunque tipo di decorazione o di stampa. Decisamente minimali, seppur coloratissimi. Dov Charney, 34 anni, senior partner e deus ex machina dell’azienda, ha le idee chiare in proposito: “ Le  stampe le facciamo fare agli altri. A noi questo business non interessa “.  E infatti le magliette American Apparel sono vendute sia ai negozi sia alle aziende che le personalizzano in base alla propria filosofia di prodotto. Il quartier generale del brand è nel centro di Los Angeles, in una palazzina di quattro piani dove si produce al 100% internamente senza alcun subappalto, con una particolare attenzione all’ambiente ( l’azienda si sta muovendo in una direzione sempre piu ecologica attraverso il riciclaggio di tonnellate di scampoli di tessuto e l’impiego di cotone organico ) e anche al trattamento dei dipendenti, cosa che non manca di venire ampliamente sbandierata ad ogni occasione. Comunque l’esperienza in negozio è decisamente conturbante e assomiglia più alla visita ad un colorificio che a quella ad un negozio di vestiti. Poi quando esci la commessa ( Giapponese o Cinese ) ti chiede un sacco di dati per registrarti e avere dei vantaggi, eccetera. Io non volevo farlo, perchè mi hanno insegnato che poi queste multinazionali vendono i tuoi dati al governo ma lo facevano tutti quanti e poi c’era questa cosa che rispettavano l’ambiente e pagavano i dipendenti un dollaro e ottanta in più rispetto al contratto nazionale e tutti quei colori sgargianti e allegri e non mi andava proprio di fare il polemico e ho dato la mia mail. E adesso mi arriva una mail al giorno con foto di gente in mutande e calzini di spugna.

 

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Architecture in Helsinki

( 2007 )

Guardando gli Architecture in Helsinki  non ci si può che rodere il fegato dalla gelosia. Sono ultra-nerd, hanno delle t-shirt fantastiche, delle barbe bellissime e indossano occhiali buffi senza per questo perderne in dignità. Vivono in promiscuità o almeno danno l’idea di farlo, e sicuramente fanno dei lavori fighissimi tipo il grafico o quello che da da mangiare ai delfini al parco Oltremare di Riccione. Non ne parliamo, come minimo avranno tutti il Mac, ma non il titanium che fa un po’ troppo sborrone, ma quello più piccolo, per non far pesare ai meno fortunati il loro potente potere d’acquisto datogli dai loro dollaroni Australiani. Già perché a dispetto del nome, che suggerisce un habitat da sogno tipo Jonkopin, sulle rive meridionali del lago Vattern ( da dove arrivano gli I’m from Barcellona, i quali appunto non sono affatto di Barcellona ), un paese di 81.000 abitanti dove camminando ci si può imbattere in Erlend Oye dei Kings of Convinience che pesca su una barca che sembra appena uscita dalla casa nella prateria e si passa il tempo organizzando cineforum casalinghi o confenzionando marmellate fatte in casa. Invece gli Architecture in Helsinki sono Australiani, per la precisione di Melbourne ma evidentemente hanno capito subito che lasciare in qualche modo alludere di essere Svedesi, Islandesi o comunque nordici, faceva decisamente più figo che rischiare di essere equiparati al prodotto culturale medio cacato da quella terra di vaccari che è l’Australia e che, a parte gli ACDC  e  Mr Crocodile Dundee non ha fatto granchè per il progresso dell’umanità. Comunque guardandoli non si direbbe proprio che sono Australiani e si capisce subito che hanno le idee molto chiare su come funziona il risparmio energetico, seguono una dieta ultra bilanciata e povera di colesterolo e sono molto sensibili alle tematiche ambientali. Il termine Architecture utilizzato nel loro nome poi, non può che chiamare a raccolta la miriade di giovani architetti ( molti dei quali Gay ) che tendenzialmente ascoltano folktronica, indie-pop, glitch e musica strampalata in genere. E’ ovvio che solo la gelosia mi muove a tanto astio. In realtà Places like this, ultimo lavoro della band pubblicato di recente, è davvero straordinario. La gamma di strumenti utilizzati, che va dai sinth analogici cari a noi smanettoni fino a strumenti classici come tuba, trombone, clarinetto e flauto dolce fa di Places like this un caleidoscopio sonoro arzillo e vivacissimo, con dei picchi assoluti come Like or not, che sembra Beck che tenta di inchiappettarsi Prince non ci riesce e alla fine si incazza, o ancora Red Turned white, open track grooveggiante piena di deliziosa micro-elettronica da cameretta. In genere Places like this suona leggermente più spigoloso rispetto al precedente In case we die ma generalmente l’atmosfera è quella di casa e per qualche strana ragione i suoni assomigliano tutti a quelli della nostra infanzia o dell’infanzia che avremmo voluto vivere. Brani come Debbie o Same Old Innocence potrebbero essere la sigla di una Heidi futuribile o la perfetta colonna sonora di un pic-nic in un prato mentre si limona tra maschi, tipo i Pet shop boys che incontrano Belle and Sebastian. Menzione di merito anche per i cori ed in generale gli arrangiamenti vocali ( per non parlare dei testi! ); Sfidano la legge di gravità, geniali, irriverenti e davvero troppo stupidi per essere cantati da un individuo in età adulta. Insomma un album istrionico e divertente con un retro gusto amaro vagamente impregnato di malinconia per qualcosa che sembra andato perso, un po’ pirata un po’ signore, assolutamente consigliato.

 

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Intervista a Fujiya & Miyagi

( Scritta per la rivista Pig, 2007 )

L’ Intervista a Fujiya & Miyagi qui riportata è una piccola parte di quella che ho realizzato per conto del magazine Pig e che trovate pubblicata integralmente sul numero di Ottobre della rivista ( che consiglio vivamente di correre a comprare ). Con l’occasione ho pensato di inauguarare anche una nuova categories della webzine, dedicata appunto alle interviste a musicisti, artisti, faccenderi e tutta questa gente col 740 moscio moscio. Il titolo della neo-nata rubrica è, appunto, quattro chiacchere con  e solo ora mi rendo conto che sembra il titolo di un programma della Rai degli anni 80, ma ormai è troppo tardi e quindi resta questo. All’interno della categories troverete interviste a gente famosa che non ha nulla di interessante da dire o sconosciuti pieni di talento, di rockstar sul viale del tramonto e sopratutto mitomani sempre in cerca di notorietà. Non è il caso dei FM che invece sono fighi per davvero. Last but not least un cinque a Simona che mi ha dato una gran mano con la traduzione dell’intervista.

Non fatevi ingannare dal nome: Fujiya & Miyagi non sono Giapponesi e non sono nemmeno in due. Il loro disco Trasparent things è stato una delle rivelazioni dell’anno e per descrivere il loro sound è stato tirato in ballo lo space-funk dei  Can e dei Neu!, l’ammiccamento al dancefloor degli Happy Mondays e persino l’algido algoritmo ritmico dei Krafwerk. In attesa della loro prima apparizione live in Italia, abbiamo scambiato quattro chiacchere via mail con David, voce e chitarra della band.

- Ciao ragazzi, presentatevi

ciao, io sono David suono la chitarra e canto con i Fujiya & Miyagi. Poi c’è Matt che suona il basso e Steve alle tastiere. Veniamo da Brighton, Inghilterra.

- Siete in tre e siete Inglesi…da cosa deriva il nome Fujia & Miyagi?

Fujia è il nome di una marca di giradischi mentre Miyagi è uno dei personaggi della saga di Karate Kid ( ma certo come ho fatto a non pensarci..il maestro Miyagi..togli la cera metti la cera..ovvio ndr )

- Il vostro ultimo disco, transparent things, è stato oggetto di un piccolo culto da parte della stampa e dei media di tutto il mondo. Lcd Soundsystem, Tiga, Two lone Swordsmen, sono tra i vostri più grandi fan. Come ci si sente ad essere considerati così fighi?

Non sono sicuro di sentirmi così. Cioè, non è che ci alziamo la mattina, ci guardiamo allo specchio e diciamo “ accidenti, come siamo fighi “. Sono felice quando a qualcuno piace quello che facciamo, poco importa se si tratta di un’altra band, di un giornalista o di un ispettore del fisco. D’altro canto non ci aspettavamo certo che questo album diventasse così popolare. La verità è che è stata un’incredibile sorpresa soprattutto per noi!!

- Tra le vostre maggiori influenze è stato spesso tirato in ballo il Krautrock degli anni 70 e in particolare gruppi come Can, Faust, Kraftwerk. Quanto c’è di vero in tutto questo?

Si è vero, adoriamo tutti questi gruppi che hai citato ma credo sia forviante pensare che le nostre influenze si fermino qui. Amiamo moltissimo e siamo stati altrettanto influenzati dalla scena elettronica degli anni 90, dal northern soul, da Seirge Gainsbourg, così come dai Can, ovvio. Ma non abbiamo intenzione di copiare nessuno, anche se qualche volta può aiutare essere influenzati da altre persone, soprattutto grandi artisti che stimi. La cosa importante è avere sempre la percezione che le proprie idee e la propria personalità abbiano il sopravvento su ciò che fai e per fortuna questo si avverte molto nella nostra musica. Personalmente penso che ogni cosa derivi o sia stata ispirata da qualcos’altro. Prendiamo ad esempio i  Kraftwer: Amavano molto i Beach Boys e allo stesso tempo furono molto influenzati dalle melodie folk della tradizione germanica. Ma ciò che li ha resi unici è il modo in cui lo hanno fatto. Per questo vorremmo un po’ prendere le distanze dal fatto di essere etichettati come una band di Krautrock. In fondo abbiamo scritto una canzone che ha molto più in comune con Aaliyah  che con gli Harmonia.

- E tra la musica contemporanea quali sono invece le band a cui vi sentite musicalmente più vicini?

I miei artisti preferiti o le band contemporanee che amo hanno davvero poco in comune con noi, musicalmente parlando. Mi piace un sacco l’ultimo disco di Joanna Newson, così come gli Smog o Will Oldham. Ammiro moltissimo sia come musicisti che come persone gli Stereolab, Jamie Liddle,  Robert Wyatt, Ou Revoir Simone e Tunng. La musica che preferisco tendenzialmente arriva dal passato. Non vorrei sembrare un nostalgico, ma i dischi di una volta semplicemente suonavano meglio. Anche perché prima dell’avvento del computer in sala di registrazione, i musicisti dovevano saper suonare alla perfezione. Non c’erano loop, overdub ed effetti vari a darti una mano.

- A dispetto dell’ironia e della leggerezza che attraversa Trasparent things, gli arrangiamenti sono articolati e ricchi di suoni. Quali strumenti usate?

Usiamo un  Korg polysix, un Moog rouge e un korg ms10. Abbiamo anche una tastiera nordia. Steve passa un sacco di tempo alla produzione delle nostre canzoni, e in genere prestiamo molta attenzione al modo in cui i brani suonano. Penso ci sia molta differenza tra una registrazione ed una canzone; Puoi avere un ottima canzone che però suona male e sembra brutta a causa di un pessimo lavoro in fase di produzione e di registrazione, oppure puoi avere delle canzoni non eccezionali che però sembrano stupende grazie ad un ottimo lavoro in fase di registrazione. Chiaramente il massimo sarebbe avere una buona canzone ed una buona registrazione, ma non è così semplice.

- Per la componente elettronica della vostra musica utilizzate il computer o sintetizzatori analogici?

Usiamo un po’ di entrambi,anche se preferiamo di gran lunga i suoni dei sintetizzatori analogici. Se però si combinano le ultime tecnologie in fatto di software con i vecchi sintetizzatori, allora si può ottenere il massimo da entrambi. E’ un po’ il discorso che facevamo prima, i dischi che si facevano una volta suonavano decisamente meglio. Tuttavia facciamo musica contemporanea e non vogliamo sembrare retrò o legati ad un periodo che non esiste più. Come dei viaggiatori del tempo ormai logori.

-  Chi scrive i testi delle canzoni e da cosa prende ispirazione?

Sono io ( David ) che scrivo i testi. In parte prendo spunto da eventi legati alla mia infanzia, ad esempio quella volta che mi sono rotto entrambe le clavicole ( ??? ). Altri spunti da cui posso estrapolare un’idea possono arrivare da una frase che ho sentito da qualcuno, una battuta stupida, un gioco di parole. Amo molto le parole e cerco di scrivere cose interessanti e ricercate, ma allo stesso modo amo la banalità e la semplicità delle cose che si dicono tutti i giorni, e che senti dentro un qualsiasi autobus. L’ispirazione può arrivarmi allo stesso modo da un esperienza che ho vissuto personalmente oppure da qualcosa che ho letto o visto in un film e che però magari non ho mai vissuto in prima persona. Dopo aver visto il film di Robert Bresson, abbiamo scritto una nuova canzone che si chiama Pickpocket ( Diario di un ladro, uno dei capisaldi del cinema minimalista francese dei primi anni 60…mica cazzi nrd ). Non parla del film, ma il titolo è stato il punto di partenza da cui è partita l’idea.

- La canzone pop che avreste voluto scrivere?.

Direi Just a little misunderstanding dei The Contours oppure Love is like an itching in my heart delle Supremes.

- Se doveste scegliere, con quale band vorreste condividere il tour?

Ennio Morricone: Ha firmato la colonna sonora di Danger: Diabolik. Valmonts go go pad è una canzone incredibile. Anche se penso sarebbe il caso di suonare prima di lui, perché dopo sarebbe davvero dura. Un altro gruppo che ci piacerebbe sono i Project Jenny project jan; Sono di Brooklin e sono davvero fantastici.

- Vi ricordate qual è stato il primo concerto che avete visto?

Sono stato costretto ad andare a vedere i  Bucks fizz quando ero piccolo perché mia sorella era una loro fan ed io ero troppo piccolo per restare a casa da solo. Comunque non erano così male. Ma il primo grande gruppo che ho visto dal vivo sono stati i The fall al reading festival nel 1987. Io avevo 13 anni.

- Immaginate di essere gli art-director di un importante festival musicale. A voi la scelta dei gruppi per la line-up.

Se potessi scegliere band ed artisti di qualunque periodo storico e quindi farli suonare al loro massimo livello sceglierei:

Serge gainsbourg ai tempi di Melody nelson

Captain beefheart and the magic band ai tempi di Clear spot

Can che suonano Ege bamyasi

Vivian stanshall che suona Men opening umbrellas ahead

Sly and the family stone che suonano Fresh

Roxy music nel 73

Bowie nel 77

Esg

Parliament che fanno tutto Mothership connection

Arthur Russell con il suo violoncello

Prince

Mf Doom

Aaliyah

Joanna Newsom

Bob Dylan

Cluster nel periodo di Zuckerziet

- Oltre alla musica, avete altri interessi particolari?

Mi piacerebbe cominciare a giocare a bocce.Dove viviamo ci sono un sacco di attempati signori vestiti di un bel bianco che si rilassano giocando a bocce comodamente sui prati. Questo mi pare proprio un bel modo di passare il tempo. Un’altra cosa che mi piace fare è leggere, quando mi ricordo di farlo.

- Qual è l’ultimo film che avete visto?

L’altra notte ho rivisto Rififi  ( di Jules Dassin..un altro classico Francese degli anni 50..ma un bel Alien vs Predator no eh? Ndr ), come sempre strepitoso. Ho comprato anche Inland Empire, ma devo ancora vederlo perché mi da l’idea di essere un po’ pauroso e non voglio guardarlo da solo.

- Una cosa che amate ed una che odiate della vostra città natale, Brighton.

Amo il mare, odio la gente invidiosa e un pò snob che ci abita.

In che rapporti siete con la vita notturna cittadina? Uscite la sera, frequentate i club più trendy, vi ubriacate nelle bettole tra amici?

Tendenzialmente preferisco stare a casa mia o in quella della mia ragazza. Non mi piace più molto andare nei club o nei locali, sono diventati troppo rumorosi per me e poi ci si va troppo tardi. Quando siamo in tour o andiamo a suonare già frequentiamo un sacco di locali, quindi quando sono a casa preferisco uno stile di vita meno frenetico.

- Il video del vostro singolo, Ankle Injuries è uno dei video di animazione più belli visti in giro nell’ultimo periodo. Da cosa è nata l’idea?

Grazie mille! L’idea è tutta del regista,Wade shotter. Magari per qualche elemento visivo a preso spunto dai riferimenti eigthes presenti nel testo, ma per il resto l’idea è completamente sua. E’ davvero un talento.

- Che progetti avete per il futuro?

Stiamo lavorando al nostro prossimo album, che si chiamerà Lightbulbs. Quando non siamo in tour, tutte le nostre energie finiscono lì. Al momento sta venendo molto bene. Non vogliamo ripeterci troppo e rifare un disco identico al precedente, ma credo comunque che sia un lavoro riconoscibile come nostro Tra le canzoni che abbiamo finora registrato ci sono titoli come Je ne comprend pas, Uh, Sore thumb, , Lightbulbs e Goosebumps.

 

 

 

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9/11/66 Paul è morto

( Aprile 2006 )

Alle ore 5.am di mercoledì 9 novembre 1966 Paul Mcartney muore in un incidente stradale. Almeno questo è quanto sostiene una congrega di fan, appassionati e studiosi dell’esagetica Beatlesiana ( simile per quantità di “ apocrifi “ a quella del nuovo testamento ) che si riunisce sotto l’esoterico acronimo di PID, ovvero Paul is dead. La teoria a sostegno del complotto comincia a circolare intorno al 1969 a seguito di un articolo pubblicato dalla rivista studentesca Northern Star della Università dell’Illinois, gettando luce fosca sull’epopea dei quattro ragazzi di Liverpool. Poco tempo dopo, il 12 ottobre 1969, il disc-jockey Russel Gibb dell’emittente radiofonica WKNR-FM di Detroit ricevette la telefonata di un tizio che diceva di chiamarsi Tom e che gli suggeriva di ascoltare attentamente la dissolvenza di alcune canzoni dei Beatles. Fu così che il dj si rese conto che l’ascolto di questi frammenti-audio suggeriva l’avvenuta morte di Paul McCartney. Rafforzano la tesi una serie di indizi lasciati trapelare dagli stessi Beatles attraverso messaggi cifrati e criptici indirizzati ad uso esclusivo di quanti erano a conoscenza del complotto, nella migliore tradizione massonica ed esoterica. A seguito dell’incidente, Brian Epstein insistette con gli altri Beatle per celare al mondo la verità e seppellire Paul in segreto, sostituendolo con un sosia, nello specifico William Campell, un ex poliziotto che assomigliava in maniera imbarazzante a Paul. Detto così pare una stronzata. Significherebbe che questo sbirro sarebbe l’autore di Hey Jude ed Helter Skelter, nonché della sterminata discografia solista di McCartney, e dunque dotato di un talento musicale, compositivo e vocale secondo solo a quello di Lennon e tutt’ora ineguagliato; Il tutto ovviamente coltivato, per imitare il bel Paul, con la mano sinistra. Oltre a ciò, le incongruenze sono molteplici e la teoria del complotto vacilla in più di qualche punto. Ma chi se ne fotte. La vicenda rivela comunque due verità incontrovertibili: La prima riguarda il fatto che I Beatles, soprattutto Jhon, si sono divertiti a giocare con questa leggenda e hanno effettivamente disseminato una serie di indizi a favore dei complottisti gettando molta benzina sul fuoco, complice la passione di Lennon per lo humor nero. La seconda riguarda l’indiscussa frequentazione da parte dei Beatles degli ambienti massonici in voga alla fine degli anni 60 e l’utilizzo dei sistemi di cripto-comunicazione abitualmente utilizzati dagli iniziati alle verità esoteriche. Divertiamoci dunque a ricostruire i presunti indizi. I primi indizi ritenuti “ attendibili “ risalgono all’album Revolver. Nella stupenda copertina realizzata da Klaus Voorman  si vede un Paul defilato ( di profilo ) rispetto al resto del gruppo, tendenza seminale che di lì a poco diverrà un must di tutta l’iconografia Beatlesiana, in cui effettivamente Paul è sempre posizionato in modo da “ rompere “ la naturale simmetria degli altri componenti. Anche dal punto di vista dei testi, i fanatici del PDI hanno fatto emergere una serie di indizi interessanti. Posto che il tema della morte domina l’intero album ( da Tommow Never Knows titolo tratto dal Libro Tibetano dei Morti ad I’m only sleeping ), un paio di versi, oltretutto cantati proprio da Mccartney-Campell sembrano esplicitamente fare riferimento all’accaduto. In Got to Get You Into My Life si dice: I took a ride, I didn’t know what would I find there ( ” andai a farmi un giro, non sapevo cosa avrei trovato “) e poco dopo: and then suddenly I see you (” e all’improvviso ti vedo “), entrambi versi che si riferirebbero al suo fatale giro in macchina e al suo incontro con la morte. Ma il verso più esplicito compare nel celebre brano Eleanor Rigby: Father McKenzie, writing the words of a sermon that no one will hear wiping his hands as he walks from the grave (” Padre McKenzie che scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà […] pulendosi le mani mentre si allontana dalla tomba “). Entrambi i versi (che anche in questo caso non sono consecutivi nel testo della canzone) si riferirebbero al funerale segreto di Paul (anziché a quello della povera Eleanor Rigby al quale ” non venne nessuno “, nobody came ). Ma il bello arriva quando ci si confronta con la copertina di Sgt.Pepper disegnata da Peter Black, che con la sua ricchezza di dettagli e spunti esoterici rappresenta una vera miniera di indizi per i sostenitori del PID. Gli indizi, voluti o meno, sono una moltitudine. ( citando Wikipedia ndr ) Sulla destra compare una bambola che ha sul grembo un’auto bianca con l’interno rosso sangue. La bambola indossa un maglione con la scritta: “ WELCOME THE ROLLING STONES ” (Benvenuti, Rolling Stones).Una composizione floreale gialla in basso a destra ha la forma di un basso Hofner mancino ( lo strumento di Paul ) con tre corde, la quarta corda ( Paul, uno dei quattro Beatles) non c’è più, ed è stata interpretata come decorazione tombale. Gli stessi fiori, secondo alcuni, formerebbero la parola ” Paul ” con un punto interrogativo finale. Paul è anche l’unico a imbracciare uno strumento nero (un oboe), e di nuovo si ritrova qui una mano sulla sua testa. Al centro dell’immagine, nella parte inferiore, compare una statuetta di ?iva (” il distruttore “), con due mani alzate che indicano entrambe Paul. Ancora, John, George e Ringo sono ripresi lateralmente e Paul frontalmente, cosa che contribuisce a far apparire la sua immagine come una sorta di sagomato rispetto alle immagini più tridimensionali dei suoi compagni. Se si prende uno specchio, (rivolto verso la parte alta dell’immagine) e lo si appoggia in modo tale che tagli a metà, orizzontalmente, le parole LONELY HEARTS si formano le due frasi ” 1 One 1 ” e ” He die ” (”1 1 1″ sarebbero i tre superstiti e ” he die “, seppure non del tutto corretto da un punto di vista grammaticale, significa qualcosa come ” lui muore “). Un’altra possibile interpretazione potrebbe essere ” 1ONE IX HE DIE “, in cui ” 11 IX ” starebbe per 9 novembre, data della presunta morte. La freccia che compare fra ” he ” e ” die “, ovviamente, punta proprio verso Paul. Ma la questione più interessante riguarda la presenza all’interno della galleria di ritratti che compongono il pantheon di Sgt Pepper di una serie di figure torbide, tra tutti quella di Aleister Crowley ( il secondo da sx partendo dall’alto ), una delle più controverse figure dell’occultismo di tutti i tempi, cattivo maestro di tutto il rock satanico a venire, Led Zeppelin in testa.Tuttora Crowley è molto popolare negli ambienti della musica rock e divi vecchi e nuovi hanno variamente espresso simpatia per la sua figura: Jimmy Page (come ci ricorda anche Satansalvy nel pezzo dedicato al chitarrista degli Zeppelin) è uno dei maggiori collezionisti mondiali di materiale crowleyano ed ha addirittura acquistato Boleskine House, la casa di Crowley. Ozzy Osbourne e David Bowie lo hanno menzionato nelle loro canzoni (Ozzy gli ha dedicato la canzone Mr. Crowley nell’album Blizzard of Ozz ). Robbie Williams lo ha citato in diverse sue canzoni, Marilyn Manson ha affermato che ne è stato ” ossessionato “. Anche i Klaxons hanno dedicato il brano Magick a Crowley. Soffermiamoci poi sulle canzoni; Vale la pena perlomeno citare Il brano A Day in the Life,nello specifico i versi: He didn’t notice that the lights had changed  (” non si è accorto che la luce del semaforo era cambiata “), He blew his mind out in a car  (” si è fatto saltare le cervella in macchina “), they’d seen his face before  (” la gente aveva già visto il suo volto “). In realtà il riferimento del brano, scritto a quattro mani da Lennon e McCartney, è all’incidente automobilistico che nel 1966 costò la vita a Tara Browne, rampollo dei birrai irlandesi Guinness, evento che tuttora turba noi amanti della soffice scura. Proseguendo nella discografia Beatlesiana, i riferimenti si sprecano:all’interno dell’White album (a pag. 18 nel libretto del CD) compare un individuo che sarebbe Campbell prima della chirurgia plastica. In una foto di Paul che balla, due mani scheletriche sembrano volerlo afferrare dalla schiena. La copertina di Abbey Road è forse quella le cui interpretazioni a sostegno della morte di Paul sono più note. Il gruppo attraversa la strada in fila, e gli abiti suggeriscono davvero una processione funebre: apre John completamente vestito di bianco (sacerdote o forse angelo), Ringo con un sobrio completo nero che potrebbe far pensare al portatore della bara, Paul scalzo, fuori passo rispetto agli altri, con gli occhi chiusi, tiene la sigaretta con la destra (pur essendo mancino); e infine George in jeans e clark potrebbe far pensare al becchino in abiti da lavoro per scavare la fossa. Paul, inoltre, è l’unico dei beatles fuori passo, forse a simboleggiare un’estraneità al vero gruppo. Sulla targa del ” maggiolino ” (” beetle “) Volkswagen bianco parcheggiato a sinistra, simile a un carro funebre, si legge ” 28IF ” (” 28 SE “, interpretato come ” 28 anni SE fosse ancora vivo “). Anche il resto della targa , ” LMW “, è stato letto come ” Linda McCartney Widowed ” (vedova) o come ” Linda McCartney Weeps ” (piange). Dall’altra parte della strada c’è un camioncino della polizia del quale i fautori della teoria del PID sostengono di aver ricostruito che fu mandato in soccorso, nella data fatale, proprio di due persone vittime di un incidente stradale. Mossa sullo sfondo, si vede un’automobile che si allontana, esattamente in linea con Paul. L’unico numero civico che appare, 3, corrisponde a quello dei Beatles superstiti; Sul retro copertina, la S di Beatles è spezzata e, subito accanto, un riflesso sul muro sembra comporre un teschio. Anche nella discografia solista post-Beatles i riferimenti sono molteplici e tutt’ora Paul o gli altri Beatle superstiti non perdono occasione per mischiare nuovamente le carte in gioco. L’ultimo episodio risale ad una puntata dei Simpson del 2005 in cui McCarntey doppiava sè stesso. Se attendete fino alla fine dell’episodio lo sentirete dire ” Comunque sono vivo. o forse no “. Ricordandovi che mancano solo 2 Beatles alla fine del mondo, vi do appuntamento al prossimo mistero R’n'R, sempre qui su Electroboogo.com.

 

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Italiani brava gente

( Giugno 2007 )

A dispetto di un’Italia ( non solo musicalmente parlando ) cazzara e scorreggiona, ce né un’altra dirimpettaia, che si muove sorniona portatrice di nuovi stimoli e di una ventata di ossigeno in una terra altrimenti desolata. Un sottobosco vivace pieno di folletti e nu-menestrelli che fanno la lora cosa senza il bisogno di sbraitare ( pur avvertendone l’esigenza, s’intende ) che ormai non è più ilcaso, senza vergogna nello strizzare l’occhio a certo pop nostrano che tanto poi tutti canticchiamo con l’ipod quando siamo innamorati e senza star lì a lamentarsi che in Italia fare musica è impossibile e che gli Inglesi hanno avuto e sempre avranno il  Jhon Peel  di turno o il New Musical Express con le copertine fighe piene di gruppi con delle pettinature fantastiche. Mi ricordo che una volta una giornalista a chiesto a  Noel Gallagher se conosceva qualche rocker Italiano, tipo Ligabue o Vasco e lui ha risposto: “ chi? “ e poi guardando la faccia della giornalista che era un po’ imbarazzata e aveva abbassato gli occhioni languidi in segno di sconfitta ha aggiunto: “ non sapevo che esistesse del Rock Italiano!….cioè avete il sole, la vespa e soprattutto un sacco di figa…il Rock lasciatelo fare agli Inglesi che non c’hanno un cazzo. “ Parole sante. Osservo la pila di dischi che sto ascoltando in questi giorni. Sono tutti di artisti Italiani. Un paio di questi, cantando in inglese e facendo indie-rock e/o derivati vivranno la loro condizione inalienabile di Italianità come la peggiore delle condanne. Io non sono d’accordo e credo che, anche cimentandosi in un genere totalmente avulso alla nostra tradizione come l’indie-pop-rock ( siamo poi sicuri che sia davvero così? ) abbiamo le nostre carte da giocare. Perché noi Italiani siamo il popolo melodrammatico per eccellenza. L’Italia è la patria del dolce stilnovo, della cavalleria, di Beatrice e di Laura. Per dirla alla Elio, nessuno è più servo della gleba di un Italiano. Specie se innamorato. E gli Italiani sono sempre innamorati. Per questo certo rock macho e cacarone in Italiano non funziona, per questo il maudit di casa nostra lascia sempre il tempo che trova e ti fa venire in mente immagini desolanti come Piero Pelù  e il suo petto-zerbino,  Grignani  che vuole radere aiuole ( ma dico io..!? ) e che magari potrebbe concentrarsi sul petto di Pelù o quei tizi che volevano imitare i  Mothley Crue e cantavano alzati la gonna dai fammi godere. Oppure gli Articolo 31, obelisco dei tamarri più beceri. Funky certamente, ma soprattutto tarri. Ecco invece, prendete i Canadians. A Sky with no Stars è un album struggente e straordinario, senz’altro uno dei migliori album dell’anno. Pur confinato nell’emisfero indie-pop vicino a tante cose ( mi vengono in mente i Grandaddy, i primissimi Blur  e i <strong>Belle and Sebastian ) è pregno di una malinconia post-coito / post-adolescienziale che solo un’Italiano potrebbe concepire. E’ cantato in Inglese certo, ma dice cose che un Inglese ( eterosessuale ) non direbbe mai e con uno stile ed un’intensità unica. Last revenge of the Nerd  un Inglese non avrebbe mai potuto scriverla. Troppo inerme. Troppo acqua e sapone. Troppo provincia Italiana a correre con le chitarre nel baule di un citroen cx verso la campagna. La summa di questo sentimentalismo retrò-malinconico ( la stessa sensazione che provi guardando Ovosodo  di Virzi per capirci ) è il singlolo  Summer teenage girl , uno dei miei pezzi preferiti di tutto l’anno. Un incrocio tra gli Smashing Pumpkins  di 1979 e Max Pezzali. Se qualche radio ci credesse veramente, diventerebbe una hit. Ecco guardatevi pure il video, dove ad un certo punto compare pure una t-shirt degli amici del Wah Wah club..Ma passiamo oltre. Il discorso si fa un po’ diverso per Techicolor Dreams degli A Toys Orchestra  che è un gran disco punto e basta. Istrionici e talentuosi sin dai tempi di Cuckoo boohoo, dimostrano che un gruppo di questa levatura se supporati da una produzione coi contro-cazzi, ha poco da invidiare agli Eels. Pochi cazzi se sono Italiani, il soundwriting è di livello altissimo e non c’ha un cazzo da invidiare a nessuno e contenete il vostro rancone italo-fobico e provate ad ascoltarli senza pregiudizi. Technicolor Dreams è un disco trasbordante personalità e attitudine, pieno di brillanti intuizioni, persino troppo mi verrebbe da dire, al punto che non capisci più dove finisce una traccia e ne comincia un’altra. Andiamo avanti e raccontiamo un’altra storia, quella di My Awesome Mixtape, una delle rivelazioni più piacevoli di questa stagione e nome caldo su cui puntare per i prossimi anni, se non altro in considerazione che dietro al progetto si cela un 21enne che in fase compositiva e di arrangiamenti già avrebbe da dire la sua. My lonely and sad Waterloo è un disco brufoloso triste e malinconico, un po’ ingombrante a causa di qualche riferimento letterario  ridondante e barocco di troppo ( tipico dell’età..sai magari hai appena finito di leggere il tramonto dell’occidente di Splenger e devi in qualche modo metterci dentro una citazione..) e di quella folktronica un po’ glitchy tutta tastierine e batterie elettroniche che fa tanto moda. Ma di certo anche in questo caso c’è della sostanza e se non altro, porca di quella troia, è scritto da un post-adolescente in fase di crescita che parla di cose che conosce molto bene, mica come Max Pezzali che ha 50 anni e ancora scrive di quando girava con lo zaino invicta e il motorino in cerca di un deca di fumo. L’ultimo cd ( e me andrò, direbbe Nikki ) sopra la pila  è Scimmie d’Amore degli Amari .La tentazione più grande è quello di definirlo il ” disco della maturità “, ma il termine poco si addice ad un pulviscolo di trentenni vestiti fluo che fanno di tutto per non crescere ( la famosa sindrome di Max Pezzali? ) e che si nascondono dietro la loro presunta fanciullezza per non prendersi mai troppo sul serio. Eppure dovrebbero farlo, perchè scimmie d’amore è un gran disco di musica pop Italiana, molto meno ” obliqua o sbagliata ” di quanto casa riotmaker  voglia farci credere ed anzi semplicemente perfetta ed in pieno solco di quella tradizione post-leggera che si sperava i vari Silvestri, Bersani, Gazzè  avessero inaugurato e che invece pare ancora ” latitare”. Scimmie d’Amore ( così come Master Gran Mogol ) sta benissimo lì tra i grandi, e guai se i nostri, dopo dieci anni di onoratissima carriera, non puntassero a quello.

 

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The great nu-rave swindle

( Maggio 2007 )

Verrebbe da chiamarla così, questa genuina, colorata e vivace esplosione di colori acid e suoni medi a manetta che, seppur priva di un timoniere scaltro come Malcom Mclaren ( a meno che Pedro Winter della Ed-Banger records non sia il nuovoMclaren.. ) sta letteralmente faccendo incetta di proseliti tra i giovani indie-kids. L’occasione del Myspace secret show di domenica 16 dicembre al New Age di Roncade è ghiotta per alcune considerazioni: Inanziuttto, si c’erano i Justice; La voce circolava già in rete e noi di Electroboogo, pur vincolati dal segreto istruttorio del secret show, lo sapevamo già da mesi e non lo abbiamo mai nascosto a quanti percorrevano il tortuoso sentiero della conoscenza alla ricerca della verità. Eccomi mentre mi trastullo insieme a Xavier dei Justice e Marco più del Muretto. Cazzo i Justice dicevamo, praticamente il nome più hot di questa scena, comodamente definita nurave ( giusto per adeguarsi al sensazionalismo tipico da rivista musicale ) che accorpa una serie di correnti e di discipline diverse, riunite al cospetto di un medesimo manifesto progammatico-estetico ( estetico nell’accezione semantico-filosofica del termine ).  Qualcosa di simile a quanto avvenne, sul finire degli anni 80, con la cultura hip-hop che rappresentò una sorta di simposio tra diversi linguaggi della cultura giovanile contemporanea ovvero la musica ( il Rap ), la grafica ( graffiti, urban-art ) la danza ( break dance ) ed il look ( lo stile over-size eccetera ) e chi più ne ha più ne metta. Ecco il nurave è più o meno la stessa cosa, un magma indefinito dove è facile riscontrare un comune denominatore “ estetico “ attraverso i linguaggi tipici delle culture giovanili ( musica, grafica, moda ) ed i cui contorni appaiono piuttosto sfumati sino a confondersi tra di loro. I tratti salienti di questa corrente sono dunque: Un low-profile apparente, nel senso che spesso è frutto di una precisa scelta estetica, apprezzabile perché impregnato di quella filosofia do it by yoursfelf che fa molto punk-rock ma risibile quanto un punk che va a farsi colorare la cresta dal parrucchiere e spende 200 euri. Un altro comune denominatore è un’attitudine friendly spinta all’inverosimile: Ogni festa, ogni party, deve assomigliare ad una festa delle medie dove tutti conoscono tutti e c’è il tuo nome scritto sul bicchiere di carta. Terzo elemento, una sentimento di imprecisata nostalgia nei confronti di qualcosa ( gli anni 80, il liceo, i cartoni animati, le sigle di fantastico, il glam rock, la nutella, orribili t-shirt con le tigri disegnate, qualunque cosa va bene ) meglio se qualcosa che non si ha vissuto in prima persona e di cui si ha un’idea distorta dal filtro della nostalgia che, come diceva Proust, deforma ogni cosa. Al party di Myspace pensavo a tutte queste cose, tra una birra e l’altra. Appena entrato mi hanno dato una specie di badge-aziendale dove scrivere il mio nome, in modo che gli altri mi potessero riconoscere. Ed infatti è stato così. Cazzo conoscevo tutti sebbene non li avessi mai visti di persona. Una situazione assurda. Centinaia di persone che spiavano il badge dell’altro e poi esclamavano: “ ah ma tu sei bambolona! Ciao io sono dj muffa! ”  e l’altra: “ ah grande dj-muffa!! Però sulla foto che hai sul profilo sembravi più alto “ e poi si guardavano in attesa di qualcosa da dirsi e ovviamente non c’avevano un cazzo da dirsi e restavano lì imbarazzati come quando ad un matrimonio ti presentano un tuo parente che non hai mai visto e per cui non provi nessun tipo di sentimento e siccome è un tuo parente ti senti in colpa. E via dicendo in una babele infinita di profili. Un sociologo sarebbe diventato pazzo di gioia. Quando la realtà virtuale incontra la realtà. E parliamoci chiaro, è myspace la realtà. Comunque oltre al badge circolavano pure delle palline di plastica tipo quelle che trovavi nei distributori a forma di dinosauro Denver quando eri bambino fuori dalla salagiochi e che dentro avevano delle sorprese terribili fatte dai cinesi. ( nostalgia? ). Dentro le palline di vetro c’erano dei messaggi tipo “ su myspace sembravi più figa “ oppure “ su myspace sembravi più simpatico “ eccetera e la cosa era assolutamente geniale, come del resto l’ironia e chi ha la capacità santissima di prendersi per il culo da solo. Questo solo a titolo di cronaca. Andiamo oltre. Ci sono circa 500 persone, non molte considerato l’evento ed infatti faccio fatica a spiegarmi la cosa. Forse la tipologia del secret–show ovvero di un party di cui si conosce la location e la line-up artistica solo all’ultimo mal si presta ad essere organizzata in un club lontano da grossi centri abitati come il New Age. La stessa formula magari applicata a Roma o Bologna di certo funziona meglio per il semplice fatto che le persone possono organizzarsi velocemente per raggiungere un determinato posto e il bacino d’utenza è più ampio. Comunque dei 500 presenti tutti sono perfetti ( scarpe perfette, t-shirt incredibili, molto fluo, molti glowstick, tutti con la croce dei Justice come hanno visto fare ai loro liveshow su Youtube e via dicendo ) e sopratutto 475 sono djs. C’è solo un non meglio indefinito metallaro che diventerà d’ora in poi il mio eroe. Probabilmente è venuto spinto dalla cover graphic dei Justice che in effetti ricorda molto le band Heavy-Metal anni 90 ( vedi Justice for all dei Metallica, croci e via dicendo ) per finire travolto in una serata da incubo con - no dico - musica elettronica. Non dico una chitarra cazzo, ma nemmeno un fottuto basso. L’incubo di ogni metal-truzzo.  Una volta quando capitava di andare ad un concerto di qualche band semisconosciuta del triveneto, sapevi per certo che il 90% del pubblico era composto da chitarristi ed il restante 10 % lo sarebbe diventato dal giorno dopo, soprattutto se il chitarrista della band che si esibiva era figo o aveva una chitarra Jackson nera che faceva urlare di piacere le femmine. Adesso è più o meno lo stesso con i Dj. Quando si va ad una festa, tre quarti del pubblico è composto da dj, potenziali dj, aspiranti dj o amici del dj. I djs di oggi hanno tutti dei nomi molto fighi e una grafica fantastica ma non hanno i dischi perché tutto sommato non sono così importanti. Ed infatti è vero, con tractor o appleton live si mixa abbestia manco fossi Carl Cox e quindi i dischi non servono tanto e basta ascoltare un po’ Pig Radio o scaricarsi la playslit di  Erol Alkan  e dei 2many djs ed il gioco è fatto. Quello che conta è il risultato e se la gente balla va bene così, non sarò certo io a rompere i coglioni che per anni ho finto di suonare delle tastiere-sinth pur non sapendo nemmeno fare un accordo. Comunque allo show di Justice ci sono davvero tutti, semplicemente manca il pubblico. Ci sono le altre band ( qui nella foto eccomi in compagnia di Scuola Furano, Amari e Momo mentre discerniamo delle differenze tra il pessimismo cosmico di Leopardi e quello di Shopenauer ). Ci sono i promoter e quelli che organizzano le serate, ci sono ovviamente flotte di djs. Non ci sono le persone normali, quelli cioè che non sono né djs né promoter né membri di una band né grafici né architetti ( gli architetti non sono gente normale ). E poi c’è poca figa. Non va bene. Volete sapere dello show di Justice? si certo. È tutto qui, lo show siamo noi, la gente che compone la costellazione di questa scena così frizzante e già così malconcia che assomiglia un po’ alla vita. I Justice se ne stanno dietro la loro consolle-muro inaccessibile a tutti, coi loro muri di Marshall finti ( come facevano i Molthley Crue, i Guns e molti dei gruppi Heavy dei primi 90 ) a schiacciare un paio di pulsanti fuori tempo e ad alzare il gain dei medi sino a farci scoppiare la testa. Suonano ( mettono dei dischi? hanno dei campionatori? boh? ) per un’ora e mezza, hanno delle bellissime t-shirt ( come del resto tutti noi, ma chi si credono di essere? ) e la locandina della serata l’hanno disegnata i Malleus e domani sul web gireranno migliaia di foto del party. Che cazzo volete di più?

 

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Eat a bat and became a real rocker

( Giugno 2006 )

Non compri un disco dal 1984? ( o peggio l’ultimo disco che hai comprato è 1984 dei Van Halen) pensi che non ci sia vita dopo i clash? Vai ai concerti della nuove bands solo perché ti costringe la tua fidanzata? Vanti frequentazioni con rockstar morte? Appena senti una band nuova ti scazzi e declami che assomigliano troppo ai Led Zeppelin o ai Cream? Hai tra i top-friends di Myspace delle rockstar morte? Sei amico di Robert Fripp? Sostieni di essere stato tu a convincere Clapton ad suonare con i Blind Faith? Sei citato tra i credits di un disco dei Judas Priest? Sei stata/o a letto con uno dei Kiss? Sei uno dei Kiss? Non sai chi sono gli Strokes? Gli ACDC post Bon Scott non valgono un cazzo? Batman è solo un grosso pipistrello a cui staccare la testa a morsi? Sei iscritto al blog di Steve Vai? Hai la carta di credito american express dei Rolling Stones? Hai visto i Jefferson Airplane dal vivo? Hai mandato dei soldi a Meat Loaf? Sostieni di avere l’unica copia di Chinese Democracy dei Guns ‘n’ Roses? Hai suonato al Live Aid sotto mentite spoglie? Hai, hai avuto o semplicemente hai desiderato avere una chitarra jackson nera? Hai una foto di te con i capelli lunghi nel portafoglio? Hai visto almeno due volte gli Iron Maiden dal vivo? Ti sei tirato giù gli accordi di Wind of Change degli Scorpions? Quando avevi una band nel vostro repertorio figurava una cover strumentale di Anarchy in the U.K. dei Pistols? Allora sei un dinosauro del Rock. Cosa aspetti, loggati al sito e manda una mail a info@electroboogo.com specificando a quale campagna vuoi aderire. L’iscrizione alla campagna  dinosauri del Rock è gratuita e ti consentirà di partecipare ed essere aggiornato su tutte le nostre iniziative tra cui parties, meeting, agevolazioni per concerti ( solo bands in via di estinzione e sul viale del tramonto ).Tra le prossime iniziative di cui ci faremo promotori spiccano la volontà di costruire una statua di Meat Loaf grandezza naturale nella piazza del comune di Mogliano ( che ha accolto entusiasticamente la proposta ), velocizzare il processo di canonizzazione di Eddie, mascotte degli Iron Maiden e cercare di far ottenere a Charlie Watts una pensione di invalidità falsa. Cosa aspetti? Mangia il pipistrello e lotta per la sopravvivenza dei dinosauri del Rock insieme a noi.

 

 

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Dfa remixes vol 2 vs Kitsune Maison vol 3

( Da qualche parte nel 2007 )

Il titolo assomiglia vagamente ad una lotta tra robot giapponesi anni 80. In realtà stiamo parlando di due compilation che raccolgono le produzioni 2006 di due label piuttosto chiacchierate per chi ammette frequentazioni con  il mondo indie-dance. Dfa, Kitsune, così come la Domino seppur in un versante decisamente più rock-oriented ( Franz Ferdinand, Artic Monkeys ) sono di fatto le tre label ( tutte e tre indie anche se poi spesso si affidano alle major per la distribuzione, cosa che garantisce una libertà artistica pur sfruttando i canali della grande distribuzione ) che più di ogni altra hanno segnato la rotta maestra in questo 2006 che ormai volge al desio e che inevitabilmente saranno da tenere d’occhio anche nel 2007. Già dalla loro locazione  ( New York la prima, Parigi-Londra la seconda ) è riscontrabile una dicotomia geografica che è uno dei topoi più frequenti nella storia della musica pop. Di certo New-York è la metropoli meno Americana degli states, ( anzi probabilmente insieme a Detroit la più europeizzata, perlomeno negli orientamenti estetici e di consumo ) ma di certo il timbro sonoro Dfa deve molto all’underground cittadino periodo 78-84 e a cose come Liquid Liquid, The Dance, Funky Mars, Defunkt intimamente impresse nel dna musicale della big apple più sotterranea. Afro-beat, uso smodato delle percussioni, in particolare il campanaccio, a cui viene affidato gran parte del lavoro sporco della sessione ritmica ( la cassa è un elemento ritmico al pari degli altri, niente a che vedere con la House ) e bassline sporche e sudate ( Metro Area docet ), sempre funk certo ma con quel retrogusto che sa di cantina maleodorante, birra calda e donnacce. Andatura ipnotica ed incalzante, che spesso si avviluppa in un crescendo che ricorda gli esperimenti pre-acid ( Marshall Jefferson ) o ancora i deliri percussivi di Arthur Russel o Konk. Insomma New York. Dfa trasforma anche la più pop delle hits ( N.E.R.D, Tiga, Gorillaz ) in qualcosa di brutto, sporco e cattivo peggio degli Stooges. Al momento vanta nella propria scuderia artisti come Hot Chip, Juan Mcluan, Marcus Lambkin e sopratutto Lcd Soundsystem ( gruppo di casa dato che Mr James Murphy è sia il leader degli Lcd che il boss della label ) di certo il cavallo di razza su cui puntare tutto il prossimo anno. Se infatti il nome è ormai ben saldo nell’immaginario underground e dance oriented, è ormai imminente anche la consacrazione pop, grazie ai recenti remix per gente tipo Justin Timberlake, un nuovo album in arrivo a fine Gennaio ( già annunciato come imperdibile ) e sopratutto un ottimo lavoro di concept-promotion fatto con la Nike. Murphy ha infatti inciso e pubblicato per conto del brend un cd con un’unica traccia che dura 43:30 minuti, ovvero il tempo di durata medio di una seduta di Jogging. Ovviamente la traccia è studiata tenendo conto delle varie fasi di affaticamento, almeno così giurano quelli del sale-marketing. Praticamente una versione figa di quei truzzissimi cd che si trovano in vendita al mercatone studiati appositamente per chi fa sport e che in genere conosce bene chi va in palestra o ha la sfiga di andare in piscina la mattina, in concomitanza con il corso per baldone. Kistune invece, etichetta discografica + negozio di vestiti, ha base tra Parigi e Londra. Molti i nomi passati al remix dalla label, dai Digitalism ( primo vero successo per la label che in realtà è sul mercato dal 2001 ) ai Bloc Party, passando per Architecture in Helsinky, Wolfmother, Captain Comatose, Hot Chip, Simian Mobile Disco, Black Strobe, Cut Copy. Attitudine Rock ( songwriting, gusto per la melodia ) selvaggiamente applicata all’emisfero più hardcore ed underground della dance, con risultati davvero sorprendenti. Una linea grafica omogenea ( gusto molto U.K ) che unisce tutte le produzioni e uno style-concept ( musica + moda + grafica ) che riesce a far convivere pacificamente sotto lo stesso tetto il sound Zeppeliniano dei Wolfmother con l’attitudine madchester dei klaxons. Ecco proprio questo ultimo nome è quello che più di ogni altro va tenuto d’occhio, dato che all’irruenza rave and roll delle produzioni su vinile i Klaxons abbinano un live a detta di molti davvero esaltante ( NME gli ha definiti la migliore  nuova band live in circolazione nel 2006 insieme agli Artic Monkeys ) Il 2007 si apre dunque con i migliori auspici e se esistesse un toto scommesse musicale punterei tutto sulle prossime uscite di queste due label, sopratutto con i vostri soldi. Altrimenti beveteveli al bar e rimanete morti di fame. Keep it rollin’.

 

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My sinth is bigger than yours:
Korg ms 10

( Gennaio 2007 )

Cari amici smanettoni compulsivi, anche questo mese la nostra rubrica dedicata al mondo del nerdismo si arrichisce di una new-entry. Rinnovandovi l’invito a partecipare alla nostra competition o a sostenere le nostre iniziative riguardo temi barzotti e privi di utilità ( consultate la sezione del sito ) vi presentiamo questo sinth, gentilmente inviatoci da Lothar Fruhstuck. il Korg  MS-10, targato 1975 , è la Bridgite Bardot dei sintetizzatori, solo con molti più capezzoli. Esteticamente si presenta come un case nero con pannello verticale in metallo e presenta ben 18 pomelli ( i capezzoli appunto ) per la regolazione dell’unico VCO presente ( il Sinth è monofonico, che sarebbe come dire che uno ha una palla sola, ma molto, molto grossa ). La feature più figa e interessante del Sinth e che lo rende adatto a qualunque tipologia di smanettone, è l’ingresso audio esterno che permette di utilizzare l’ MS-10 come filtro per una sorgente sonora esterna, il che tradotto per i rocker abbestia significa che ci puoi attaccare il chitarrone e fare delle cose che nemmeno Thurston Moore in acido si sognerebbe. La fortuna di questo Sinth, oltre al prezzo molto accessibile rispetto ai suoi concorrenti del periodo, è rappresentata dall’innovativa idea di porre il pannello di controllo in verticale rispetto alla tastiera, cosa che oltre ad essere molto stilosa, è pure parecchio congeniale e rende piuttosto intuitivo lo smanettamento rispetto ai modelli precedenti. Di certo suona un po’ strano rispetto ai modelli ultra-tecnologici  di adesso, ma vi ricordo che stiamo parlando di uno strumento che ha 30 anni pertanto non aspettatevi di schiacciare un bottone e sentir venir giù il mondo. Se volete produrre dei suoni con il Kork MS-10 dovete darci di manopole e smanettare come ossessi. Tra i suoi estimatori vanno menzionati i Daft Punk, gli Underworld, i Prodigy ( in particolare l’album Music for the Jilted Generation ), insomma tutta la scena post Acid-House della seconda metà degli anni 90. Sempre nei tardi anni 70 il Korg MS-10 ebbe una certa fortuna anche nell’ambito del Rock Progressive, e smanettoni tipo Keith Emerson all’interno del camion di stronzate che si portava dietro ad ogni concerto c’aveva pure l’ MS-10, anche se probabilmente non fa molto testo dato che questa specie di mostro aveva ogni tipo di tastiera e sintetizzatore prodotto sulla faccia della terra.

 

Modello: Korg MS-10

Proprietario:Lothar Fruhstuck

Data di produzione:1975

Voto: 7/8

Commento: Che dire siamo di fronte ad un classico dei classici, il vero sintetizzatore di Milo. Rigorosamente analogico, design equiparabile, peso ben oltre i 3 kg e sopratutto gestione dei suoni pari a zero, un’autentica cagna Irlandese ubriaca. La redazione è in preda all’invidia.

 

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1) Commercial Breakdown –The Sunshine Underground-

2) Whatever  – Oasis Mtv Unplugged -

3) Store bought bones – Rancoreuts -

4) Supermassive black hole - Muse Rmx -

5) Joker and the thief  – Wolfmother -

6) I’ve seen that face before -Dj Hell remix -

7) Tonite  – Jarvis Cocker -

8) I wish – Babyshambles -

9) I walk the line – Jhonny Cash -

10) Hurricane – Bob Dylan –

 

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Iron Butterlfy: Chi ha messo dell’acido nella mia aranciata

( Novembre 2006 )

Cari dinosauri del Rock, il nostro viaggio all’interno del pleistocene Rock inizia da quel brodo primordiale che sono gli anni 60 Americani. All’interno di questo magma informe in cui si fondono gli echi del blues del Delta ( che comincia a diventare sempre più elettrico e che verrà ben interpretato dal primo Hendrix  e poco dopo dai Cream  sull’altra sponda dell’oceano ) , l’attitudine garage-rock ( sebbene ancora seminale ) e la rinvigorita tradizione Folk bianca, qualcuno un bel giorno immerge un grosso cartone trasudante LSD. Dal brodo emergeranno di lì a poco Greateful Dead  e Jefferson Airplane , che diventeranno a breve esponenti di riferimento del movimento psichedelico. Più che per meriti eminentemente musicali, il ruolo di leadership di questi gruppi all’interno del movimento è dovuto a motivazioni di carattere socio-politico, visto lo stretto legame che lega suddetti gruppi all’intellighenzia anti-estabilishment dell’epoca, in particolare il guru dell’lsd Timoty Leary e la sua cricca di Beatnik in ciabatte e kimono che di li a poco romperanno parecchio i coglioni all’Americana puritana. Pur essendo gruppi straordinari e con le dovute eccezioni ( pensiamo alla strepitosa Dark Star dei Greateful Dead ) entrambi i gruppi non si staccarono mai definitivamente dal loro legame con la tradizione Folk e con l’aspetto più cantautoriale ( blues tradizionale, folk, country ) della musica Americana, rinvigorita e portata ai massimi livelli dall’album Blond on Blonde di Dylan  ( 1966 ), psicadelico nel linguaggio certo ( un improbabile cocktail a base di poesia beat, Marijuana, lsd e riferimenti bibilici e apocalittici ) ma piuttosto asciutto e lineare sul piano prettamente musicale. I Dead e gli Airplane abbracciano questa linea, affidando alle liriche il compito di esplorare l’ignoto ( vicini in questo senso agli sperimentalismi beat di Ginsberg,Ferlinghetti e degli stessi Dylan e Leary ) ma stando con gli strumenti ben ancorati per terra. Se vogliamo invece prendere in considerazione l’aspetto più acido e selvaggio ( privo cioè della coolness dettata dall’appartenere ad un elitario gruppo di intellettuali )  della psichedelia anni 60 è altrove che dobbiamo guardare. Da questo magma, nella città di San Diego intorno al 1965 prende vita il nucleo originario degli Iron Butterfly , band destinata ad un ruolo un po’ marginale nella storia del Rock ( vengono spesso associati ai  Doors per l’uso dell’organo Hammond o citati come band proto-Heavy Metal per giustificare la loro irruenza e la loro totale ignoranza). In realtà la formazione originale è destinata a durare poco e il loro debut album, dall’incoraggiante titolo Heavy, non passerà di certo alla storia. La musica cambia l’anno successivo, quando nella band fanno il loro ingresso il bassista Lee Dorman ed il chitarrista Erik Brann, che allora ha solo sedici anni ma, perlomeno ascoltando come suona, si droga già come ne avesse ventisette.  Con questa nuova formazione e con una quantità di lsd pari a quella consumata da tutti  i fighetti dell’ università di Berkley in un semestre di corsi, gli Iron Butterfly incisero In-A-Gadda-Da-Vida uno dei punti più alti della storia del Rock proto-psichedelico. Nello specifico  la title-track, che nella versione originale dura qualcosa come 25 minuti e successivamente “ sfumata ” a 17 per riuscire a contenerla all’interno di un lato del 45 giri è un compendio di deliri e allucinazioni, barriti di elefanti rosa, echi orientaleggianti e voci sataniche alla Wanna Marchi. Il brano incarna l’aspetto più ignorante e meno compromesso della psichedelia, ridotta in questo caso al minimo termine ( mi drogo  quel tanto e poi inizio a suonare qualcosa ) e lontano dalle elaborate elucubrazioni filosofico-esistenzialiste dei Beatnik alla ricerca non tanto di una verità assoluta quanto di una giustificazione morale al fatto che si drogavamo copiosamente. Trainati da questo singolo e dalle atmosfere decisamente più garage e meno lugubri del brano Iron Butterfly Themes (il pezzo diventerà una hit sulle spiagge della California nell’estate del 1968 )  questo branco di drogati disadattati riuscirà a  garantirsi per più di un anno la permanenza nella top 10 e in a gadda da Vida diventerà il primo album di platino della storia del Rock, con oltre tre milioni di copie vendute. Teneteli un sarcofago al caldo nel vostro museo anche perché pare che gli Iron stiano preparando un disco nuovo, e se mai faranno un tour noi dinosauri del Rock ci saremo.

 

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My sinth is bigger than yours:
Nintendo nanoloop

( Novembre 2006 )

Dopo un paio di mesi di campagna ” my sinth is bigger than yours “, è giunto il momento di un bilancio parziale. Le numerose adesioni mi spingono a pensare che abbiamo finalmente dato una voce ai fanatici del nerdismo ( in tutte le sue sotto-varianti ). Attraverso un revisionismo nostalgico da ventennio abbiamo ripercorso i fasti di un mondo che non c’è più, popolato da brufoli e topexan, interminabili pomeriggi a giocare a  Wonder Boy e primordiali software vocali con cui far bestemmiare il proprio commodore 64 come fosse uno dei Kraftwerk. Abbiamo dato una speranza anche alle vittime del nerdismo ( molte di più di quelle dell’olocausto nazista o del regime comunista )  che per anni sono state picchiate, umiliate, derise. Abbiamo cercato di spiegare ai nostri figli che quindici anni fa si poteva morire per aver indossato una maglia con la scritta  Atari. Grazie alle conquiste del movimento e ad iniziative come le nostre ( il cui eroismo è paragonabile alla resistenza partigiana e a quella di Mike Donovan e Ian Tyler  contro i Visitors anche se la storiografia ufficiale tende a metterli su piani differenti ) possiamo finalmente non vergognarci di ciò che siamo e confessare ai nostri amici Rocker di avere una copia di Thriller  di Micheal Jackson tenuta nascosta dentro la custodia di Master of Puppets dei Metallica per tutti gli anni 90. Con questo spirito battagliero siamo fieri di presentare oggi la Sacra sindone degli smanettoni, l’oggetto di culto che ha ispirato un’intera generazione: il Nintendo nanoloop, offertoci gentilmente da Dj otto-bit , carismatico mentore del gruppo Zimmer mit Frhustuck.  No cari amici, non solo un Nintendo, un Nintendo nanoloop. Quello che vedete sopra raffigurato sembra un comune Nintendo, in realtà è sequencer-sintetizzatore fruibile tramite un normale cartridge che contiene tutte le funzioni necessarie per produrre musica elettronica minimale attraverso le funzioni incorporate al popolare dispositivo di gioco. Il genio che ha prodotto tutto questo si chiama Oliver Wittchow  ed è uno studente della Hochschule fur Bildende Kunste  di Amburgo (Germania uber alles), che non so bene che scuola sia ma di sicuro ci manderò i miei figli a studiare. Cosa ci faccio con un Nintendo Nanoloop direte voi? Posso produrre musica ad 8 bit, quella per intenderci che popola tutti i videogiochi della nostra infanzia caratterizzata da un profilo basso e da un incalzare robotico e molto sintetico. Si ok ma che ci faccio? Beh se siete dei geni potete farci un disco come Silent Youth dei The Knife  e se non lo siete avrete comunque un oggetto che innalzerà il vostro livello di coolness. Il fenomeno micromusic  o chip-music o bit-pop  ( musica fatta con strumenti a 8 bit che non è un mostro pornografico ma una tecnologia di trasmissione dati ormai obsoleta ) che dir si voglia impazza già da tempo nell’universo underground ma pare che la consacrazione al mainstream sia ormai cosa imminente e non esiste club Newyorkese che non dedichi una serata al fenomeno o  trend-setter modaioli pronti a dichiarare di essere degli smanettoni. Panzane!  Non vi abbiamo mai visto ad un raduno di Star-Trek con le orecchie da dottor Spock in testa.

 

Modello: Nintendo nanoloop

Proprietario:Dj otto (b)it

Data di produzione: in produzione

Voto: 8

Commento: L’opinione della redazione di electroboogo è che vale la pena vivere per oggetti come questo. Non c’è nerd che possa resistere, non c’è dancefloor che possa reggere. Immaginate di arrivare ad un party, scansare il dj, attaccare il jack del vostro Nanoloop alla presa microfono e cominciare a suonare. La pista impazzirà, le donne vi desidereranno ardentemente. La rivincita dei nerd.

 

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1) We’re going to be friend  - The White Stripes -

2) American scum - Lcd Soundsytem -

3) Me plus one - Jacques lu Cont rmx -

4) Northern whale - The good, the bad and the Queen -

5) The prayer - Bloc Party -

6) Xerox machine - Client -

7) Get dancey - N.Y Pony club -

8) Space boy dream - Belle and Sebastian -

9) Picture of you - The Cure extended version -

10) Same Jeans - The View -

 

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Jamie T:
Panic

( Settembre 2007 )

Era da tempo che non sentivo un disco geniale. Non ci sono cazzi, James Treays, questo ventenne di Wimbledon ( Londra Sud ) con la faccia da coglione ed i brufoli è un fottuto genio. Ci sono dischi interessanti a sbrega, un sacco di ottime cose, ma da qui a fare un disco geniale è tutta un’altra cosa. Senza scomodare l’aristocrazia del pop-rock e quei dischi su cui siamo tutti d’accordo, chiariamo il concetto di disco geniale, almeno secondo il sottoscritto. Mellow Gold di Beck è un disco geniale. Moon Safari  degli Air è un disco geniale.  Kid A dei Radiohead è un disco geniale, solo che non si tratta di un genio terrestre. Ecco Panic prevention , disco d’esordio di Jamie T  mi ha dato un po’ quella sensazione lì. Una vibra tutta di stomaco, che per quanto fighi e ultra cool, i vari Franz Ferdinand-Kasabian-KaiserChiefs-BlocParty e compagnia bella non ti daranno mai. Quelli fanno buoni dischi, buoni per andare ad un party o per scopare in macchina o fumarsi una canna a letto, tutte cose di assoluto rispetto certo, ma non ti cambiano la vita. Ecco un disco geniale è un disco che può avere un’influenza sulla tua vita. Non voglio fare il nostalgico, ma in genere queste cose capitano quando hai vent’anni e le emozioni che una frase o un riff di chitarra ti danno in quel particolare momento della tua vita te le porti dentro per sempre. Ogni volta che sento 1979  degli  Smashing Pumpkins canto come una checca. Ogni volta che sento Champagne Supernova  degli Oasis, ordino una birra. Ecco se dieci anni fa mi fosse capitato tra le mani un disco come questo, mi avrebbe cambiato la vita e per cambiato la vita non dico che sarei diventato un punkabbestia o che mi sarei arruolato nell’esercito delle 12 scimmie, ma semplicemente che sarebbe entrato nel mio dna emozionale e me lo sarei portato dietro tutta la vita, come una foto sbiadita che tieni sul portafoglio e che hai fatto quando avevi i capelli lunghi e ascoltavi solo gli Iron Maiden. Un disco insomma che se non hai vent’anni non puoi cogliere in pieno e rischi di uscirci a pezzi se ti ci metti ad analizzarlo serio serio, magari pensando a Lennon  o a Roger Waters Jamie T Non è quel tipo di genio universale, adatto a tutte le stagioni come i grandi  classici della letteratura Greca a fumetti che faceva Enzo Biagi, no questo è un ragazzino come tanti che ha messo su disco tutto quello che li passava per la testa, registrando tutto in casa e assemblando alla meno peggio dei loop caserecci fatti con le tastiere che compri alla Rinascente, un basso sgangherato e una manica di amici sbronzi che fanno cori, lo chiamano alle tre di notte sul cellulare per fargli sentire un giro di chitarra astruso e troppo simile a qualunque cosa deI Kinks  e rollano parecchie canne. Ma Panic Prevention non è il solito disco in chiave  lo-fi che ormai ha rotto le palle e che tutto sembra meno che onesto. Panic Prevention è un disco profondamente ispirato. Panic Prevention è un disco ambientato esclusivamente a Londra. La Londra di Jamie T non è la Londra che ci si immagina, assomiglia più ad un’immensa periferia trasformata in una Disneyland grottesca in cui vagano flotte di post-adolescenti senza meta, senza soldi per andare nei club fighi di Camden, senza maglie di Fred Perry o completini in lamè aderenti, rinchiusi in quattro mura a fumare, bere e progettare un avvenire in cui l’unica soluzione per svoltare sembra quella di rapinare una banca. Un’adolescenza che assomiglia ad una condanna, in quella particolare fase della vita in cui scopri che il tuo migliore amico si fa di eroina da circa due mesi, tuo padre ha un amante butterata da cui si fa succhiare l’uccello in macchina e che l’unica via d’uscita dalla periferia sembra buttarsi a capofitto sopra un dancefloor e ballare come un pazzo scatenato il Rock’n Roll (  My little brother just discover Rock’n Roll cantano gli Art Brut e recentemente anche i Tre Allegri Ragazzi Morti in una piacevole cover-rivisitazione del brano in Italiano  ) Una periferia non così distante dalla periferia di qualunque altra città, una periferia che da condizione urbana diventa condizione esistenziale. Una condizione non distante da quella raccontata da Mike Skinner e dai The Streets  o ancora dagli Artic Monkeys, sebbene per diversi motivi entrambi piuttosto vicini all’approccio compositivo sgangherato, nervosamente compulsivo e schizofrenico  di Jamie T. Tuttavia Jamie T ha una peculiarità che lo distanzia ,per certi aspetti , dallo stile Grime dei The Streets. Jamie T non racconta la provincia, la celebra. Jamie T è fantasticamente ispirato nel raccontare le sue storie di botte da stadio, amori finiti per colpa di una serata a base di Special K o ancora di quella volta che una sua amica è annegata mentre rincasava ubriaca da una festa. Jamie T è un folgorante romanziere urbano. Jamie T in questo senso è più Hip Hop di 50 Cent  ed Eminem. Jamie T prende una chitarra classica scordata, suona una specie di  accordo ed è capace di andare avanti delle ore sbiascicando parole con uno spericolato accento slang e facendosi improvvisamente rap, rock, reggae e triturando insieme Clash. Jamie T è già una star in Inghilterra e, ironia della sorte, grazie ad un singolo particolarmente orecchiabile ( il disco straripa di geniali intuizioni pop ) potrebbe diventare una star anche qui, del tipo quelli che poi si vedono al Festivalbar. Magari a cantare su un palco davanti ad una flotta di sbarbe inconsapevoli che ” Before we rock steady down and on the dancefloor / I don’t get no fights when I get angry drunk / Sit down in the corner, man / I’ll soak my fuckin’  socks off/ So who the fuck are we? Just the boys in the city  “.

 

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My sinth is bigger than yours:
roland g-707

( Settembre 2007 )

Se siete arrivati fino a qui, allora significa che siete pronti a tutto. Se avete seguito con attenzione, presunta o simulata, la carrellata di sintetizzatori presentata fin d’ora nella suddetta rubrica e in parallelo sulla fanzine “  La Stanzetta “, allora siete pronti per un colpo di mano epocale. Già perché come professano le elucubrazioni di marketing, come sosterrebbe qualunque Dj dedito alla nobile arte della cassettina ma soprattutto come sostiene Proximo nel Gladiatore, prima di tutto bisogna conquistare la folla. Solo una volta conquistata la fiducia, si può rivelare la propria natura, così come in una buona compilation ( rigorosamente su cassetta ) bisogna sempre cominciare con due brani accattivanti per poi rivelare, al terzo brano, le proprie reali intenzioni. Ebbene è facile fare il figo con dei sintetizzatori anni 70. Probabilmente qualche rocker si è persino convinto che un sintetizzatore in una band tutto sommato non è un’idea così malvagia e se lo usano pure i Muse  deve necessariamente avere a che fare con qualche forma di surrogato Rock. Rischio di ripetermi, troppo comodo giustificare la presenza nella propria vita di un Sinth anni 70. Ma anche il più tenero di voi non concederà nessun alibi per ciò che vi presento oggi: Il Roland G-707, uno degli strumenti simbolo degli anni 80 e probabilmente uno degli strumenti, insieme alla tastiera a tracolla dei Righeira, più odiati e derisi nella storia della musica. Se volete divincolarvi da una conversazione con un chitarrista pesante, tipo uno di quelli che scrive sul forum di Poggiopolini, ditegli che avete un Roland G-707 e, se non tenterà di uccidervi, di sicuro non vi rivolgerà più la parola. Potrei cercare una giustificazione al fatto che posseggo questa ignobile creatura figlia dell’edonismo Reaganiano dicendovi che lo usavano anche i Cure e i Depeche Mode ma la verità è che questo è il Sinth degli Human League, dei igue Sigue Sputnik e che compare anche in un video di Sabrina Salerno. Questa è la verità. Ma veniamo al Sinth. Il Roland g-707 è un sinth-bass con la stessa tecnologia di sintetizzazione della JX-3P. Sono presenti manopole di regolazione per il cut-off e la modulazione di LFO, per poter suonare dei suoni sintetizzati con le corde anziché con la tastiera. Il GR-707 è dotato di 6 voci polifoniche con due DCO per voce, il che significa oscillatori analogici e suoni con la stabilità e il controllo digitale. Il Roland G-707 offre inoltre la possibilità di miscelare i suoni dei pick up originali del basso  con i suoni del synth Roland. Con il midi-out, si può inoltre pilotare i suoni di altre  unità synth, o collegarti ad un pc per l’immissione delle note midi. Il Sinth, che si contraddistingue per un design sinuoso e molto sexi, mal si presta a macho-bassisti e rioot girl, anche perché si rischierebbe di ottenere un effetto ambiguo in considerazione del fatto che il sinth è disponibile in questo bianco zabaione o, in alternativa in rosa confetto con glitter. Se i chitarristi stanno rabbrividendo, vi anticipo subito che esiste una versione di questo sinth anche per chitarra, ma francamente non ne ho mai incontrata una nel mio cammino.

Modello: Roland G-707

Proprietario: Electroboogo museum

Data di produzione: fino al 1986

Voto: 9

Commento: Che dire, siamo dinnanzi ad un sinth che genera dibattito. Il sinth è lo scettro di qualunque reuccio del Sinth Pop, è il bastone di Gandalf il grigio, il Nunchacku di Napoleon Dynamite. Ci vuole coraggio da vendere per presentarsi su un palco con un attrezzo del genere e convincere la folla di non essere Gay.

 

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10 anni di Trash

(  2007 )

Non stiamo parlando di Buona Domenica. Parliamo di una delle one-night più insidiosamente cool e stratosfericamente acclamate del pianeta, una di quelle entrate nella leggenda. Paradossalmente e in piena sintonia con la tradizione ( vedi lo Studio 54  o il Paradise Garage ) la serata Trash chiude ( per meglio dire si evolve in qualcos’altro che al momento ancora non è chiaro…) proprio in uno dei suoi momenti di più fulgido splendore, quando il padrone di casa Erol Alkan  è ormai uno dei Dj e remixer più acclamati in territorio Rock-indiedance e recentemente anche nel Pop che conta. Chiude quando immaginarsi Ravers, Mods, Rocker e Freaks ballare sulle stesse note di un remix di Morrisey non è poi cosa così improbabile. Ogni Lunedì sera ( già qui onore al merito…una serata clubbin di lunedì sera è fantastico….) al The End di Londra ( scendete a Tottenham Court Road e in due minuti ci arrivate )  si svolge la famigerata serata Trash. Ad essere precisi, la serata nasce nel 1997 nel club Plastic People ( Oxford Street ) per poi spostarsi, causa l’ormai limitata capienza del club e il crescente  hype della one-night, al The End e lì restarci.  Le coordinate: l’ingresso costa 5 sterle, non esistono sconti di nessun tipo ( studenti, celebrities ecc )  in modo da consentire un prezzo di ingresso popolare. Nel caso ci siano band dal vivo, l’ingresso è fissato a 6 sterle ( meno di 10 euro ). Ora, giusto per intenderci, ecco alcune delle band che si sono esibite negli anni al Trash: Bloc Party, !!!, Hot Chip, Radio 4, Scissor Sister, Yeah Yeah Yeah e potrei continuare all’infinito. Nomi che adesso fanno una certa impressione, ma all’epoca della loro esibizione altro non erano che un manipolo di quasi-sconosciuti ( eccetto che nel circuito Londinese ) e pure difficili da collocare nei tradizionali circuiti di fruizione musicale ( live, dj, rock, dance ). Va considerato inoltre che l’esibizione di questi gruppi risale a tempi non sospetti, quando cioè quella che si stava lentamente affermando come una scena ( nurave? electro-clash? punk-funk? ) era ancora ad una fase embrionale. Erol Alkan, deus ex machina della one-night, oltre ad occuparsi della direzione artistica e di essere l’inventore della serata, è anche il Dj resident oltre che un ottimo producer e remixer che, grazie alla sua intuizione e ad uno stile e ad un estetica inconfondibile ( e alle giuste conoscenze maturate in questi anni di attività ai margini ) è diventato un punto di riferimento internazionale e un remixer di fama mondiale ( Franz Ferdinand, Chemical Brothers, Daft Punk, Soulwax , The Gossip solo per dirne alcuni…). Ma questa non fu l’unica intuizione di Erol. E’ uno dei pochi promoter ( contemporanei  ) a sfruttare la possibilità di avere un manipolo di artisti internazionali in Day-off ovvero in un giorno in cui tradizionalmente non si fanno show ( il lunedi ), ottenendo così ottimi artisti ad un cachet risibilmente ridotto, ma queste sono seghe tra promoter o aspiranti tali. Il nostro infatti raramente affronta la consolle da solo, ama anzi farsi circondare da amichetti del calibro di Tiga, Soulwax, Jaques lu Cont, James Murphy, The Glimmers, Felix Da Housecat  e via dicendo. Una birra alla serata Trash costa 2 sterle e ½, come al pub. Esiste un dress code abbastanza rigida per accedere alla serata, ma i criteri di selezione corrispondono al sogno di ogni amante dello stile. Non si entra con il pulloverino verde pisello sulle spalle o con le scarpe di camoscio, giusto per intenderci. Il criterio di selezione non si basa tanto su dei crismi estetici ben definiti, quanto sulla consapevolezza individuale di avere o meno un certo tipo di stile ( che in alcuni casi può paradossalmente essere il totale rifiuto di ogni stile. ) Questo perché al Trash non ci si può capitare per caso. Il locale è situato nel centro di Londra e questa scelta è altresì motivata ( e io sono perfettamente d’accordo ) dal dover evitare che flotte di turisti Italiani con lo zaino Invicta e la maglia con scritto “ Baci e Abbracci “ si trovino dentro al club, magari raggiungendo la consolle e chiedendo al Dj qualcosa di ballabile e molestando tutte le donne all’interno ( lesbiche e transessuali compresi ) o chiedendo gli auguri al microfono. Ecco dunque che al Trash si passeggia amabilmente in mezzo a Gothic Punk truccati come Marylin Manson, modelle superfighe, Mod in completo gessato, Glitter girl, New Romantic tristi  e rigorosamente ai margini della pista, Rocker in giubotto di pelle e Jeans strettissimi, ma anche ragazzi e ragazze normalissimi ma con delle straordinarie T-shirt fluo fatte in casa ( stile Klaxons per intenderci..), Ravers impasticcati con occhialoni e leccalecca, adorabili trans pin-up e ogni tipo di umanità degna di questo nome e nessuno sembra fuori posto. Queste cose non succedono per caso, un grande occhio deve saper mettere insieme tutti questi ingredienti e far sì che si amalgamino alla perfezione per creare un quadro perfetto e vivace, e questo è l’occhio di Erol Alkan. Al trash per una sterla puoi noleggiare un vero e proprio armadietto ( come quelli della palestra del liceo per intenderci ) completo di asciugacapelli, specchio ed ogni altra comodità. Così se per caso ami indossare un golfino di canfora rosa e ballare vestito da donna ( e sei un uomo ) come Ed Wood ma tua madre non sa niente, ti puoi cambiare dentro al club e poi tornare serenamente a casa vestito da impiegato del catasto. Due parole sulla musica: Il Trash, fin dai primi anni, manifesta la sua vocazione decisamente anomala e sperimentale nell’accostare serenamente nello stesso Dj Set Madonna e gli MC-5, I Clash e Grace Jones, l’Afro Beat di Artur Russel ( a cui si deve tutto il Punk Funk di ora ) con New Order e Bahuaus insieme ovviamente ai begnamini di casa Blur, Oasis, Stone Roses, Suede ( dal cui singolo Trash prende il nome la serata ) e tutto l’olimpo del Brit Pop. Che questa tendenza si sia ormai codificata e abbia dato luce ad una delle esperienze clubbin più interessanti di questi ultimi anni ( erroneamente poi classificata tutta sotto l’effige dell’electro ) non ci sono dubbi così come è fuori discussione che ultimamente Il trash sia stata  una delle serate più cool e ” modaiole ” di Londra e potesse capitare di imbattersi in un Robbie Williams sbronzo intento a limonare con un transessuale ( la leggenda vuole che Robbie abbia scelto i Soulwax per remixare un suo brano dopo averli sentiti suonare alla serata Trash ) o un attempato Boy George  in cerca di compagnia. Allo stesso modo si può affermare che il Trash è certamente partito in un momento storicamente sfavorevole per imporre al gusto del pubblico e degli addetti ai lavori una funambolica sintesi tra Rock, Pop, New Wave, vecchia Motown , classici Soul, Electro dato che nasce proprio nel momento in cui l’astro del brit pop da i primi segnali di stanchezza e gli Indie Boy agonizzano tramortizzati alla ricerca di qualcosa di nuovo ma di ancora non codificato. Non ci sono band in grado di portare avanti il pesante fardello della second British Invasion, la cool Britannia è morta e sepolta. Ma Erol Alkan e il Trash tengono duro, continuando a proporre lo stile meticcio di  Smiths, Cure , Suede mixati con i Black Sabbath , Groove Afro e trans-reginette di vecchia disco music ormai dimenticata, ispirati da un giro di basso quanto da un vestito. Da uno stile appunto. Quello che segue il comunicato stampa ufficiale che Erol Alkan e lo staff del Trash ha lasciato come testamento.

 

 

It seems fitting that after 10 years, we should seal the lid on something which has been extremely special. Closing it at one of it’s peaks is in honour of the special times we have all shared together.

 

Erol will be leaving his residency to concentrate on new projects, but will still feature in the next chapter, which will take the form of a new night involving many of those who make Trash what is it. But more details of that will follow in due course..

 

We would like to take this opportunity to thank all the bands and dj’s who have guested and played with us, and also thank the staff (from the doors, bars, security, cloakroom and the toilets!) who have worked tirelessly to make Trash happen week in week out, and a big special thank you to our home, The End, who have help make the last 6 or so years as groundbreaking and exciting as they have been.

 

Last and by no means least; to every single one of you who has ever come out on a Monday to dance, drink, laugh, love, cry, court, sing, shout, shuffle, stamp,  jump, cheer and clap; to everybody who dressed up in ways that only they could; to the quiet kids in the corners and the mental party monsters in the middle; to all the lovers; to everyone who should have grown up a long time ago and probably never will; to the Ravers, Rockers, Mods, Club Kids and Freaks; to all the beautiful girls and gorgeous boys and those inbetween; to everyone who nursed a Tuesday hangover and lied to their boss / teacher / parents; to all you wonderful, noisy b*stards, whether you only came once, or were there every week; to all of you..

 

Thank you.

 

Trash was yours and you deserved it.

 

It will love you forever.

 

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Lcd Soundsystem live a Milano

( Marzo 2007 )

E come promesso ce l’abbiamo fatta. Giovedì 22 marzo eravamo a Milano, ironia della sorte proprio in corso 22 marzo c/o il celebre Rolling Stones ad assistere ad uno dei concerti più entusiasmanti di questa stagione. Dopo un viaggio di andata nemmeno tanto rocambolesco, la compagnia del pisello ( cosi chiamata perchè eravamo come sempre solo uomini..) giunge a Milano verso le 20.30 circa. Siamo io, SatanSalvy, My friend Dario, Fizzo e Mario. Il concerto inizia verso le 22.30, almeno così ci hanno detto e, neanche a dirlo, riusciamo in due ore scarse di tempo a: Cenare in un ristorante di amici ( Spaghettino alla chitarra + fritto misto )  e a bere un paio di bottiglie di ottimo bianco. Arriviamo al Rolling Stones gonfi come delle zampogne. Ritiriamo gli accrediti ( scopriamo di essere accreditati anche per l’after show al Plastic , ma purtroppo non ci andremo ) ed entriamo. I primi dieci minuti sono caraterizzati da un imbarazzante tripudio di scoregge ( causate presumo dal fritto misto o forse da un principio di meteorismo condiviso dall’allegra brigata ). Beviamo un mezzo litro di Montenegro per acclimatarci e prendere confidenza con l’ambiente circostante che pullulla di belle ragazzine e bei ragazzotti ( tutti molto cool, sai del tipo studio design a Milano ecc ecc ) e anche noi facciamo la nostra bella figura. Fuori dal Rolling Stones  c’è la Fiat Multipla dei Terotero</strong> ed infatti dentro becchiamo Dario e Kyoko ( senza le sue celeberrime scarpe da concerto, con zeppa alta 22 cm ). Tra la gente individuiamo il Nongiovane, Carlo Pastore ( ora su Mtv, ma per tutti ” quello di Rockit ” ) Saturnino e probabilmente moltra altra gente che ha preferito venire qui piuttosto che andare all’ Holliwood. Ad ogni modo partono gli Lcd Soundsystem e sono un treno merci. James Murphy è un antidivo, ciccione e assolutamente a disagio sul palco, ma porca troia canta come Robert Smith ed incanta come Lou Reed. Assolutamente fantastico. La band ( un pò Hot Chip  un po !!!  ) ha un groove di quelli che devastano e ricordano i Talkin Heads di 1977. Daft punk is playng at my house viene bruciata al secondo posto in scaletta e, considerando quello che viene dopo, davvero non se ne sente la mancanza. Tribulation è un boato che fa tremare il Rolling Stones ( noi siamo già alla terza birra ma almeno abbiamo smesso di scoreggiare ) impossibile stare fermi, si balla anche in cesso e riascoltandola davvero non si può far a meno di notare che razza di concentrato geniale di electro-pop sia questo pezzo. Ma la cosa più fottutamente incredibile sono i quindici minuti buoni di Yeah Yeah Yeah, in cui i nostri riproducono dal vivo il climax del brano su disco, avvalendosi di strumenti percussivi vari ( ad un certo punto sono in tre su cinque a smartellare qualcosa…chi una batteria, chi un campanaccio, chi sua sorella ) e davvero si poga come al concerto dei Pantera o alla festa dell’unità. C’è spazio per tutto, persino per una struggente e Lou Reediana New York i love you, ( brano contenuto sul nuovo disco in imminente uscita anche in Italia ). E sulle parole ” New york, ti amo, ma ogni tanto mi fai soffrire ” James Murphy, birra in mano , saluta e ringrazia, scomparendo dietro alle quinte.

 

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Storia delle corna Rock

( Dicembre 2006 )

L’antropologia del linguaggio non è certo uno degli argomenti che più preme a noi di Electroboogo. Dobbiamo tuttavia fare un’eccezione per disquisire su un argomento che sta a cuore tanto ai dinosauri del Rock quanto ai loro fratellini neofiti del sacro ed inviolabile verbo del Rockeggiare. L’argomento non è certo una facezia e, causa anche il dilagare del fenomeno ( mi capita di venire salutato in questo modo da gente che non ha davvero nulla a che spartire con il Rock’n’Roll style, ma nemmeno lontanamente e con uno sforzo di immaginazione degno di Talkien…) e prima che se ne impossessi la giornalista di Studio Aperto che sta sul cazzo a tutti, ecco la risposta alla domanda che tutti noi ci facciamo. Da dove nasce il tipico saluto “ a corna “ con cui i Rocker sono soliti inneggiare al Rock durante i concerti e/o in svariate altre situazioni in cui risulta imprescindibile far risaltare la propria connotazione da Rocker e, più in generale, la propria tamarragine? La storia vuole che il fantomatico gesto, entrato ormai nella ritualità Rocker, abbia avuto origine dal quel truzzone di Ronnie James Dio, una delle voci più caratteristiche ed imitate della storia dell’Hard-Rock, già negli Elf, nei Rainbow ( con Ritchie Blackmore ) ed ovviamente nei Black Sabbath ( che avevano appena licenziato quel fattone di Ozzy con cui incise Heaven and Hell e Mob Rules,  gli album della “ rinascita “ dei Sabbath. Attriti e divergenze con la band lo portarono successivamente a sciogliersi dal gruppo e a fondare, insieme all’altro ex Sabbath Vinnie Appice, i Dio, tutt’ora sua band ufficiale. Ora, uno che si fa chiamare Dio già deve avere degli enormi problemi a contenere il suo ego smisurato, ma ad ogni modo Ronnie non passerà di certo alla storia per la sua morigeratezza. Si narra infatti che attualmente viva in un castello in stile medievale ( una copia di un castello che aveva visto in Scozia ) che si  è fatto costruire negli Stati Uniti, dove il Medioevo si sa ha lasciato un’eredità storica ed archittetonica pazzesca ed infatti sta una meraviglia in mezzo a villoni neo-coloniali e palazzine finto Liberty. Comunque, sui dati anagrafici esatti di Ronnie James Dio aleggia molta incertezza. Statunitense figlio di genitori italiani, all’anagrafe risultebbe come Ronald James Padovana (altri ritengono invece che il suo cognome sia Padovano o Padavona); sarebbe nato a Portsmouth nel New Hampshire, la data più attendibile è il 10 luglio 1942. Altre ipotesi sostengono che Dio, in un intervista ( lo so che fa ridere..pensa al tipo che ha intervistato Dio..e non era  mica Andy Wharol..) , ha dichiarato di essere nato il 10 luglio 1949 ma probabilmente è una cazzata. Ad ogni modo le origini Italiane della famiglia del cantante sono un dato certo e utile alla nostra storia dato che  Ronnie sostiene, e ci tiene a farlo sapere ad ogni occasione in cui può dar libero sfogo al suo ego titanico, di aver diffuso il gesto delle corna nella sotto-cultura Heavy Metal ( poi propagatosi anche negli altri sottogeneri Rock ) prendendo spunto dal classico gesto apotropaico di origini italiane. Il gesto delle corna infatti è un gesto dal significato volgare ed offensivo molto diffuso nell’Europa meridionale, le cui origini risalgono all’antica Grecia. Anche la bibbia ne porta numerosi riferimenti ( Ebrei contro Cristiani, Lanzichenecchi contro Corinzi e altri ultras dell’epoca che erano soliti picchiarsi a sangue per le strade, mica come adesso che siamo diventati tutti più civili…). Il gesto si fa chiudendo la mano a pugno e tenendo solo l’indice e il mignolo alzati. Il medesimo gesto , nel periodo mediovale, assunse anche valore scaramantico e veniva utilizzato, sempre nell’aree dell’Europa Meridionale, come gesto benaugurate e di buon auspicio. Nella foto vediamo Silvio che appunto augura buona fortuna ai vari capi di stato presenti a Bruxelles durante il G-8 di qualche anno fa. Questa la tesi più volte sostenuta dal cantante ( ed ormai ufficialmente riconosciuta dalla storiografia Rock ) sebbene i maligni sostengano che in realtà il gesto è riconducibile all’alfabeto americano dei segni, detto anche ASL ( come la nostra azienda sanitaria locale ) e che significa niente di meno che “ ti voglio bene “ e la cosa fa cascare un po’ i coglioni. In effetti vedendo l’immagine qui sotto ( non so bene  se sia la mamma di Bush Junior o la sorella di Bush padre, ad ogni modo una vecchia baldona della famiglia Bush ) non è immediatamente riconducibile alla classica groupie dei Motorhead. Una nebbia fitta avvolge dunque l’origine del gesto, sebbene su comune accordo della storiografia Rock si è convenuto di far passare la tesi di Ronnie James Dio quale artefice ed inventore del funambolico gesto, perché a volte sulla Storia è meglio non indagare troppo e mettersi d’accordo su una verità che non scontenti nessuno. Immaginatevi infatti ,ad un concerto dei Pantera, Phil Anselmo con la testa insanguinata mentre sputa e fa le corna al pubblico urlando “ I’m Broken “ e che in realtà, sotto sotto, sente pulsare il suo subconscio che gli sta suggerendo “ peace and love, sono un freakettone figlio dei fiori, vi amo tutti e vorrei abbracciarvi ma sono prigioniero di un ruolo che non mi appartiene, tutta colpa dell’alcol e della mia casa discografica. “ Da qui l’annosa questione sulla presunta connivenza tra cultura Heavy Metal e omossessualità inconscia, ma questa è un’altra storia e ne parleremo in separata sede. Sino ad allora le corna Rock le avrà inventate Ronnie James Dio e significheranno ” vaffanculo, sono un cazzo di Rocker “.

 

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Tomboy:
Seriuos

( 2007 )

 

Mi sono mangiato un po’ le palle per essermi lasciato sfuggire il dj-set di Tomboy in occasione dell’after-show degli Lcd Soundsystem</strong> a Milano organizzato dai ragazzi di Pig Magazine ( giornale per il quale ho l’onore di collaborare e scrivere e che consiglio vivamente a tutti di comprare e di richiedere in edicola ). Mi sono mangiato le palle soprattutto dopo aver dedicato la giusta attenzione a Serios, progetto solista pubblicato dal belloccio Danese. Dico solista perché, per chi non lo avesse ancora inquadrato, Tomboy è in realtà Tomas Barfod, già batterista degli Who Made Who,  band che ci ha fatto muovere il culo parecchio lo scorso anno.  E’ diverso tempo che Mr Barford gironzola con un dj-set che senz’altro svela i suoi gusti di musicista affermato e perfettamente inserito all’interno delle frequentazioni giuste ( se poi ci mettiamo che è pure il manager della Gomma Records abbiamo un altro James Murphy, con il quale infatti condivide diversi progetti indie dance ) e non era difficile pure notare che gli Who Made Who sono entrati in un batter d’occhio nel giro che conta, cosa che intuisci subito quando ti telefona uno come Tiga  e ti chiede un remix per il suo nuovo album o Erol Alkan ti invita a suonare al Trash. Ad ogni modo la cosa puzzava un po’ di fuffa. Un po’ quelle cose alla Dunkel  ( il 50 % degli Air ) che ha fatto un disco di cui nessuno ricorderà l’esistenza ( dite la verità, molti di voi nemmeno sapevano che era uscito..) nel giro di qualche settimana o dell’uscita solista di Tom Yorke, mi dispiace per i fan accaniti, ma assolutamente inutile e indegna di un genio del suo calibro, arrivata con un ritardo di cinque anni ( almeno per chi bazzica in territorio glicht-pop e non ascolta solo gli Stereophonics  ) come una mozzarella vallelata che giace scaduta in uno scaffale del supermercato ( il mio amico Roger Ramone mi passerà l’espressione e gli sarò per sempre debitore. ). Ed invece cazzo no. Serios di Tomboy è un disco ultra-cazzuto, che si toglie completamente dallo stile e dai  progetti portati avanti dalla band e piglia una strada autoctona e molto, molto personale. Il leiv motiv dell’album è il Funk, nella sua accezione più ampia, più versatile e dicotomica possibile, quella cioè che mette sullo stesso piano i Kraftwerk e i Funkadelic, quella di Prince e di Afrika Bambaata, quella mistura sexy, elettronica e satura di bassi slabbrati più di quelli di una valletta che sta all’origine del break tipico dell’electro. Pornodelia sleezy che ben si adatta ad un pre-party istrionico e pronto a decollare ma che, se suonato al volume giusto, regala anche delle giuste vibra da dancefloor. La cosa che più attizza tuttavia resta la vena vagamente synt-pop che attraversa tutto il disco e che, nuotando nella bambagia dell’eleganza tout-cort e ahime correndo il rischio di far breccia sui fighetti fanatici dell’aperitivo, impregna il disco e lo rende assolutamente perfetto per qualunque contesto ( da qui il rischio che ne consegue..diventare una sottoforma di tappezzeria sonora. ) Ma fidatevi, se miscelato tra i Phoenix, Junior Boys, Architecture in Helsinki e Erlend Oye è semplicemente perfetto e se adorate quel beat elegante che vi fa sentire dei gourmet della musica elettronica, allora godrete.

 

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Oasis:
Lord don’t slow me down

( 2008 )


Grazie, o signore, per averci dato gli Oasis. Già nell’etimologia del nome che hai voluto per loro è contenuto il segreto della felicità. In un mondo dove tutto cambia, dove tutto scorre ( diceva il nano dei Negramaro..ma qualche anno più in là pure quel gran pezzo di filosofo che fu Eraclito ) , dove le mode cambiano ad ogni filo di vento come i ricci capricciosi di una bionda, un’oasi sicura dove rifugiarsi. Un oasi di stile. Lo so che i detrattori sostengono che i dischi degli Oasis sono tutti uguali. E allora? Anche la nutella è immutata e secolare. Anche la Coca-Cola. Cioè, anche la figa è la stessa da secoli, eppure non mi pare che abbia stancato o che qualcuno si lamenti. Gli Oasis non sono un gruppo orginale o particolarmente dotato di inventiva a livello compositivo. Ok ma dobbiamo pure smettere di pensare che ogni cosa originale sia per forza figa. Cioè anche girare con le mutande in testa è piuttosto originale, ma non per questo vorrei che mia madre lo facesse. Lo stesso vale per gli Oasis, un gruppo elegiaco che risponde agli archetipi di stile che i padri fondatori a loro tempo fissarono nella magna carta del Britisth-Style. L’errore più comune che si tende a fare è quello di considerare gli Oasis alla stregua dei Beatles. Otre che blasfemo e passibile di scomunica, l’accostamento è inesatto. Gli Oasis, e per attitudine Woking Class e per manifesto programmatico-estetico, sono molto più vicini a band come Kinks, Who, Jam</strong> e persino ai ruvidi Stones degli esordi. E’ evidente la venerazione dei fratelli Ghallagher per i Beatles  ( o per meglio dire per il profeta Lennon, ma è una venerazione comune ad ogni Britannico credente nel sacro verbo del pop rock. I credenti più ferventi ( tra cui il sottoscritto ) sostengono che mancano due Beatles alla fine del mondo, cioè che il mondo così come lo conosciamo finirà con la morte dell’ultimo Beatle. La musica degli Oasis, così monocolore e semplice, non è paragonabile alla varietà di toni utilizzati dai Beatles, paradossalmente meglio incarnata dalla band storicamente rivale, i Blur. L’universo macho-centrico degli Oasis ruota intorno a pochi, basilari, concetti. Non c’è nulla della metafisica Beatlesiana. Chiarito questo basilare concetto che spesso fa non apprezzare gli Oasis al pubblico più raffinato ( e ovvio che il paragone con i Beatles è scomodissimo ) veniamo al dunque. Poche band ( dai tempi dei Beatles, questo sì che è esatto ) hanno rappresentato l’essenza del British style meglio degli Oasis. Una perfetta sintesi post-moderna di Mod culture ( calcio-birra-pugni-orgoglio nazionale ), esistenzialismo pop  ( da Byron a Morrisey, nessuno sa descrivere con parole semplici uno stato d’animo meglio degli Inglesi ), cura maniacale dello stile ( t-shirt Fred Perry, scarpe rigorosamente Adidas o Puma guai a indossare le Nike, roba da Yankee! ) rispetto della tradizione (  Paul Weller  è la vera regina di Inghilterra ) e chitarre rock’n’roll che vengono da lontano, da Cuck Berry e  Fats Domino per intenderci. Per questo gli Oasis sono quello che sono. L’ultimo baluardo occidentale di una cultura antitetica al modello culturale dominante, quello Americano, ai suoi miti, ai suoi Hamburger al suo modello di consumo. Niente di ” fuori dal sistema ” ( sarebbe ridicolo crederlo..io ormai c’ho trent’anni e ho visto Mtv fagocitare anche un modello reale di cultura alternativa come i Nirvana… poi ho visto sfilare modelle con le camice a quadri come i boscaioli di Seattle..) ma semplicemente un modello di consumo alternativo, per certi aspetti più vicino al gusto Europeo. Ecco, tutto qui. Più che per la rilevanza musicale ( indiscutibile nei primi due album, leggittimamente discutibile dal terzo in poi, con qualche brusca caduta ai tempi di Standing On The Shoulder of Giants, disco inutile come una terza tetta ) gli Oasis  rivestono un’importanza fondamentale nella cultura pop contemporanea per il particolare ruolo che la storia ha designato loro. Cresciuti nei sobborghi della Manchester operaia stremata dallo strangolante ” regime ” della signora Tatcher ( un’inquietante mistura di ultra-conservatorismo, neo-liberismo anni 80 e autoritarismo ) e all’ombra di un padre violento ed alcolista, incarano alla perfezione lo stereotipo del turbolendo figlio della working class che trova nel pub di quartiere, nel calcio, nella musica pop una via di fuga da un destino che appare già segnato. L’ascesa degli Oasis  coincide con il declino del Tatcherismo e con l’ascesa, dopo quindici anni ( la Tachter restò al governo per tre mandati ) del laburismo e della ” rinascita ” culturale e  dall’uscita da un periodo di oblio ( gli scontri tra la Tatcher e i sindacati restano una delle pagine più drammatiche della storia recente Britannica. In particolare lo scontro con i sindacati dei minatori, ben rappresentato dal film Grazie Signora Tachter che vi consiglio di vedere. Per capire la rivelanza sociale delle posizioni Tachteriane nella vita del proletariato inglese, si veda il bel film Riff raff  ) Britannica che prende il nome di British invasion per chi ama la musica pop e di neo-laburismo per chi mastica di politica. Ecco, non si può prescindere dalla loro origine ” working class ” e dalla loro capacità di parlare al ” popolo ” in maniera schietta e diretta. A dispetto di quanto si possa credere, gli Oasis non sono un gruppo di fighetti. Lo sono diventati, certo. Hanno guadagnato una ventina di milioni di sterline a cranio, chiunque si rammolirebbe, a parte Tyson che s’è sputtanato tutto e continua a picchiare tutti come lo stesso giorno. Lo si capisce da questo video, in cui si vede Noel aggredito recentemente da un’invasato durante un concerto a Toronto. Guardate la reazione di Liam. Qualche anno fa si sarebbe scagliato come una furia sull’agressore. Adesso mima la reazione, si incazza di brutto, ma lo fa perchè sa di avere una ventina di energumeni intorno pronti ad intervenire. Poi con quel fazzoletto al collo sembra un pò un coglione. Ma questo è il prezzo di una vita in poltrona. Però l’animo hooligano è rimasto dai, si vede. Comunque tutto per questo dire che a brevissimo uscirà il nuovo album degli Oasis, dal titolo Dig out your soul, anticipato dal singolo ( che trovo favoloso! sembrano i Black Rebel Motorcycle, chitarre da urlo..) The shock of the lightning, e speriamo vivamente sia uguale a tutti gli altri cazzo.

 

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( Settembre 2008 )


1) Electric feel - Mgmt -

2) Anyone else but you - The Moldy Preachers

3) Divine - Sebastian Tellier -

4) Paris is burning - Ladyhawke -

5) Perfect boy  - The Cure -

6) Echoes round the sun - Paul Weller vs Noel Gallagher

7) All i want is you - Barry louis Polisar -

8) Crimewave  - Crystal Castle vs Healt -

9) Per combattere l’acne  - Le luci della centrale elettrica -

10) La mano mia  - Bugo -

Nonostante un clima ancora schifosamente torrido ed un umidità che sfiora quella della foresta pluviale, l’estate è finita. Almeno per me. Per festeggiare ecco subito la mia playlist delle canzoni da cameretta, quelle che ho ascoltato di più e che più ho amato nel corso di questi mesi. Non c’è un cazzo di brano da dancefloor, appunto perchè trattasi di canzoni extra-contesto facciamo casino,strafiamoci e balliamo sulle rovine del mondo: visto l’intensa attività djistica profusa nei mesi estivi e visto che da diversi mesi non scrivo qualcosa, per trovare la necessaria abnegazione avevo voglia di partire da qui. Dalla cameretta. Dallo studiolo anzi, che forse fa più Bhoemienè. Luogo a me caro, anzi carissimo. Finalmente, dopo diversi mesi passati a gozzovigliare e a vedere più di qualche alba, cioè anche due lo stesso giorno a volte, posso riprendermi il mio spazio, come recita lo spot di un famoso assorbente. O forse no, però sarebbe comunque un ottimo slogan. Però dovrebbe essere l’assorbente a dirlo, allora sarebbe fico. Tipo girato da Gondry o qualche altro regista sbarellato. Dicevo comunque, avevo voglia di cominciare da una dimensione più casereccia, lontano dal clamore della cassa dritta. A fine articolo ho comunque messo le dieci tracce che più mi hanno sbombazzato quest’estate, come vuole una tradizione che io stesso ho avviato e a cui non intendo certo sottrarmi. Ma tutto questo preambolo per dirvi che sono felice di essere a casa, di metter mano ad una pila di dischi che ormai hanno le ragnatele e di poter sentire in sottofondo un cazzo di disco a volume 2. Comunque diamo un occhio ai titoli e vediamo di spendere due parole sui brani in questione. Al primo posto con Electric Feel, brano che trovo fantastico così come tutto il disco degli Mgmt  su cui infatti torneremo molto presto. Quindi non ci perdo neanche troppo tempo, la canzone mi auguro la conosciate, sono quelli che sembrano i Cure ma un pò più gay e che sul video sono tutti vestiti da Frikkettoni hyppie senza lavoro. Quello tutto in controtempo. Che non capisci perchè ti piace, ma capisci subito che è roba da fighi e che se non ti piace allora non sei figo. Al secondo posto la mia canzone preferita dell’estate ( ma perchè non è al primo allora? perchè non la conosce nessuno e non fa figo come quella degli Mgmt che invece se uno la vede dice ah cazzo, vedi che avevo detto che era roba tosta, anche Electroboogo lo pensa, quindi siamo giù in due e sicuramente siamo fichi tutti e due e capiamo di musica a bestia. Mentre Anyone else but you, che cazzo di roba è? roba da nerd lettori di Blow-up boriosi e pieni di brufoli e già pelati a 27 anni? ecco magari qualcuno pensava questo e si stizziva e non andava a cercarsi il brano. Mentre visto che è al secondo posto, uno dice cazzo al primo ci sono gli Mgmt al secondo ci sarà certamente una cosa fighissima che, anche se non conosco, sicuramente dovrei perchè in questa playlist c’è solo roba giusta. Ecco questo è stato il mio ragionamento. ) Enyone else but you  è la canzone che cantano i due fidanzatini alla fine di Juno . Ora, se avete visto il film, vi ricorderete di certo la scena finale in cui i due teneri teenager che si sono ingroppati cantano una ballads un pò stile Belle and Sebastian con le chitarre e la voce. Se avete visto il film al cinema e siete andati via prima del finale, siete dei coglioni. Se lo avete visto in dvd, sicuramente avete presente. Comunque la canzone è dei Moldy Preachers ed è fantastica, una folk song stile We are gonna be friend  dei White Stripes o ancora I’m stickin with you dei Velvet Underground. Comunque tutta la colonna sonora del film è strepitosa, così come il film che è il mio preferito di quest’anno. Adoro i film così nerdy, con la grafica figa e la colonna sonora che spacca. Al terzo posto metto Divine di Sebastian Tellier, anche in questo caso il brano è cosa nota, anche in questo caso il suo disco quest’estate l’ho frugato. Al quarto posto metto Paris in burning, così perchè mi ha fatto tornare in mente i fasti dell’electroclash e la considero una delle hit più significative di quest’estate. Al quinto posto il nuovo dei Cure, bellissimo. L’ho messo al quinto perchè è uscito da poco e non l’ho ancora ascoltato tanto, ma trovo che sia davvero intenso e una delle cose migliori dei Cure da diversi anni. Cazzo,ascoltatelo e poi ditemi. Al sesto posto, un concentrato di stile puro. Paul Weller e Noel Gallagher. Cioè potrebbero pure fare un disco di scoregge. Sarebbero comunque le migliori scoregge che abbia mai sentito.  Al settimo posto metto All I want is you, da non confondere assolutamente con All that she wants di quei minchioni degli Ace of Base. Ma ve li ricordate? la tipa me la ricordavo figa. Invece è un cesso, ho rivisto il video da poco su Mtv. Lui, stendiamo un velo pietoso. Ma sapete che loro si sono sciolti perchè la tipa era perseguitata da un fan? probabilmente voleva ucciderla e dopo aver visto il video ho anche capito perchè. Comunque All i want is you è una super ballad folk piena di sentimento. Roba tipo Badly Drawn Boy oppure i Belle and Sebastian. Roba fatta da scandinavi biondi con la barba tutti super fighi e con le t-shirt coi dinosauri colorati che fanno tutti l’art college e vivono facendo lavori con la creta in cantine di case coloratissime fronte lago. Ecco quel mondo lì. Sai quando vedi i documentari di Licia Colò sui paesi scandinavi. Lì c’è la felicità. All’ottavo posto metto Crimewave ; Roba più underground, roba sporca, anfetaminica. Il pezzo è davvero bello. Sconclusionato. Synt pop da allucinati. Bello. Il disco dei Crystal Castle  fa un pò cagare però. No? beh a me sì. Cazzo copiano tutto. D’accordo come tutti. Ma loro copiano le cose sbagliate. Gli ultimi due posti sono occupati da due artisti Italiani. Al nono c’è <strong>Le luci della centrale elettrica, di cui potete ampliamente leggere qualche post pìù sopra, mentre all’ultimo posto La mano mia di Bugo, il mio pezzo preferito dell’ultimo album. Pure questo album mi è piaciuto a botta. Il pezzo è stupendo, arrangiato da Dio. Non da Dio in persona, da Stefano Fontana. Bravo Stefano Fontana. Ecco, questo è quanto mi è passato tra le orecchie nelle (scarse ) ore di tregua. Per la playlist danzereccia dovrete attendere, in realà era un trucco. Ma la faccio presto, giuro. Il tempo di godermi un pò di pace qui nella mia cameretta. E di fare un giro su youporn che saranno tre mesi che non lascio un commento sui video. Ma è vero che li hanno tolti? cazzo, erano uno spasso.

 

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Juno

( Aprile 2008 )

 

Odio andare al cinema. Non ci vado praticamente mai. Non dico che l’ultimo film che ho visto in un cinema sia stato i Goonies, ma poco ci manca. Non mi piace stare nella sala con altre persone. Non poter scoreggiare con serenità o farlo sentendomi terribilmente in colpa. Non poter mettere la pausa se devo pisciare. Per gli stessi identici motivi invece molti amano andare al cinema. Io no. Poi uno dice, cazzo c’è lo schermo grande a 16:9, vuoi mettere spararti il Signore degli Anelli col mega Dolby in un super-cinema eccetera eccetera? beh io ho un maxi televisore del cazzo e anche un Dolby ( merdabondo..ma che cmq ha il suo perchè in una stanza di 12 metri quadri ) e i film me li guardo sul divano di casa un anno dopo che sono usciti. Ecco tutto questo per dire che non sono certo un cool hunting invidiabile in fatto di film, visto che li vedo circa un anno dopo la loro uscita nelle sale, ma devo dire che scegliere di noleggiare un film o di comprarlo un anno dopo che è uscito ha i suoi perchè e ti consente di aprezzarne i contenuti o di sbeffeggiarli lontano dall’isteria mediatica che contagia le novità di ogni genere. Poi cmq i film che mi piacciono non li fanno mai al cinema e di certo non andrei a vederli in un cinema d’essai per queste cinque buone ragioni: 1) In zona non ce ne sono e quelli che ci sono hanno lo schermo più piccolo della tv di casa mia. 2 ) Sicuramente mi starebbero sul cazzo tutti quelli dentro al cinema, con la loro aria da intellettuali consumati e la t-shirt dei Modena City Ramblers. 3) Molto spesso dopo la proiezione o ancora peggio prima, c’è un dibattito oppure un coglione che presenta il film vestito come Nanni Moretti. 4) L’aria è sempre tesa e tutti si prendono troppo sul serio 5) Dentro la sala c’è sempre puzza di merda. Quindi i film me li guardo a casa anche diversi anni dopo che sono usciti. Il più bel film che ho visto di quelli che sono usciti quest’anno e Juno  di Jason Reitman. Il film ha avuto una certa eco nel web e pure sulla carta stampata. In quest’ultima più che altro perchè tratta un’argomento ” scabroso ” cioè un’adolescente che resta incinta e sceglie di non abortire e dunque ben si presta a dibattiti e puttanate varie. Non sono certo la massima autorità riguardo gravidanze adolescenziali nè tantomeno voglio inerpicarmi su dibattiti pro o contro aborto, ma vi assicuro che la tematica è affrontata in modo leggero e da una prospettiva molto ” pop “. La trama del film e varie recensioni le trovate praticamente ovunque in rete, quindi vi racconto ciò che del film ha colpito il sottoscritto ( come senz’altro una folta schiera di cazzoni ) e perchè dovreste vederlo se non l’avete fatto, anche se non siete donne o gay. Alla domanda della mia fidanzata ” guardiamo un film che è la storia di una adolescente che resta incinta? ” la mia risposta è stata: ( e probabilmente anche la vostra se ci conosciamo di persona ) ” si vedono adolescenti nude? perchè se non si vedono adolescenti nude, non muore nessuno dopo 10 minuti di film o non c’è del sottotesto rock, cioè tipo la colonna sonora o dei dialoghi fighi, io mi rompo le palle. Tutto questo perchè deduco dalla trama che non ci siano alieni, mostri o roba che viene dallo spazio”. Invece cari amici, il film è proprio figo. Prima di tutto ha una colonna sonora da panico, davvero stupenda ed infatti ne abbiamo già parlato perchè nella mia playlist di fine estate ci sono un paio di brani del film. Dentro l’o.s.t ( original sound track, bifolchi! ) ci trovate i Velvet Underground, I Belle and Sebastian, Cat Power, i Sonic Youth ed un sacco di altra roba, ma mica roba scontata, tutte super chicche che davvero si incastrano alla perfezione con l’andazzo del film. In secondo luogo la fotografia del film è stupenda. Avete presente il primo Tim Burton ( tipo Beetlejuice o Edward mani di forbice ) o film indie tipo Napoleon Dynamite con quei colori super brillanti, un pò sovraesposti?? ecco, quel mondo lì. Bel verde, tanto arancione, tanto azzurro cielo. Figo. Poi ci sono i dialoghi, bellissimi. Anche in Italiano. Di solito i doppiatori fanno delle cazzate mostruose. Ma qui ci hanno azzeccato abbestia. In Inglese non è facilissimo, è davvero molto slangato almeno per il sottoscritto. Comunque i dialoghi, così come parte della sceneggiatura sono stati scritti da una blogger di nome Diablo Cody che ha il merito di aver dato un taglio spiccatamente femminile,ultra-contemporaneo e ironico al film. La tipa ha preso pure l’oscar per la sceneggiatura, quindi onore al merito. A me basta guardare i dettagli, tipo la sequenza dei titoli di apertura per capire se un film mi piacerà. Non essendo un fanatico di film, la mia soglia di attenzione è piuttosto scarsa quando decido di guardare un film ( altrimenti leggo ) quindi mi rompo le palle abbastanza facilmente. Ok Truffau  e altre torte da quattro ore me le sono sparate, ma più che altro perchè faceva figo. L’unica eccezione è stata Estigmate, vi ricordate il film sulla tipa con le stigmate di qualche anno fa?? una merda di film ma con i 30 secondi di titoli più fighi che si siano mai visti. Il pezzo che si sente in sottofondo e di Billy Corgan degli Smashing Pumpkins. Il tipo che li ha fatti ( Quello di fare la sequenza iniziale con i titoli è proprio un mestiere ad Holliwood..  ) è lo stesso che ha fatto quelli di Seven che infatti sono fighi pure quelli. Comunque i primi due minuti di Juno sono fantastici e già capisci dove andrai a parare. Insomma a tutti questi ingredienti sopra citati, metteteci pure che il film abbonda di riferimenti a musica, film, registi e via dicendo e quindi intriga assai il malato di pop culture. Insomma è un film leggero da qualunque prospettiva lo si analizzi e davvero non mi pare il caso di stigmatizzarlo come un film baluardo degli anti-abortisti tipo quel ciccione di Ferrara  si dice che abbia pianto vedendo il film..ma che cazzo di film ha visto? di certo non quello che ho visto io ) ma fatto davvero bene e sorretto da un ottimo impianto narrativo. Quindi guardatevelo e compratevi pure il cd. Bella.

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Le luci della centrale elettrica:
Canzoni da spiaggia deturpata

” Da qualche parte negli anni 00 “

Ok lo ammetto, è un mare di tempo che non scrivo qualcosa, per meglio dire di qualcosa. A questo proposito ringrazio quanti continuano a scrivermi chiedendomi qualche bazza in termini di uscite discografiche ed affini, puntualmente disilluse da la solita estate iper-frenetica a cui il mio lavoro principale mi costringe. Aggiungeteci poi che: a) Mi prende pure bene andare in spiaggia, cioè cazzo dopotutto abito al mare. b) Non è che ci sia poi molto di interessante di cui parlare. In effetti, tralasciando la bordata hype legata alla nuova ondata di french touch, tralasciando la solita euforia da party boy estatici che sorridono sempre e che riempiono i fotoblog di espressioni ebeti ( tra cui troneggia la mia, si intende ndr ), mi trovo un pò imprigionato in quello stato euforico-contemplativo da post coito. Dopo cioè un inverno davvero fulmicotonico e gonfio di belle serate, bella musica ( bella gente, bella situazione?! Dio mio come cazzo scrivo..vi prego uccidetemi ) adesso me ne sto qui, a riempire gli spazi vuoti ( pochi ) col joypad in mano, sparando alla cazzo sul nuovo episodio della saga di gta dove interpreto un Niko Bellich spietato come l’ultima finanziaria. Tempo sprecato? col cazzo. I migliori momenti della nostra vita, li passiamo con un joypad in mano. Comunque mentre mi trastullo e mi gingillo su queste elucubrazioni, arriva un disco di cui non si può non parlare. Per la verità il disco è uscito da tempo, per la verità giaceva sulla mia pila di ” cose da fare ” da tempo innumerevole, ma non ho mai sentito l’imput necessario a prendermi la briga di ascoltarlo. Devo ammettere che il titolo ha fatto la sua:  Canzoni da spiaggia deturpata  è un titolo davvero bellissimo. Ma andiamo con ordine. L’autore di questo capolavoro, a mio avviso uno dei più beli dischi Italiani degli ultimi due anni, si chiama, ironia della sorte, Vasco e viene da Ferrara, quella Ferrara di cui tutti noi conoscono la Blade Runneriana visione che si ha della zona industriale arrivando dall’autostrada. Quel concentrato abnorme di industria pesante, di zolfi e fumi che uccidono, di grigiume urbano puzzolente e avvizzito che, misteriosamente, ha un fascino tutto suo. Quel tripudio di luci e lucette. Le luci della centrale elettrica, appunto. Vasco da Ferrara, non ha nemmeno 25 anni ed un talento reale,difficile da mettere in discussione. Il talento oggettivo di chi sa scrivere canzoni, di chi non si gingilla dietro inutili e caricaturali macchingegni, di chi non è nemmeno così nerd da sembrare figo, di chi vive ai margini delle cose che contano. Una voce, una chitarra. Un paio di sovraincisioni. Il resto è puro flusso emozionale, il flusso che appartiene ai grandi cantastorie. Ora, non immaginatevi di starvene difronte ad un Guccini  o ad un De Gregori  pre-mortem ( artistica ), Le luci della centrale elettrica è pefettamente calato nel nostro tempo, contemporaneo oltre misura e nelle immagini e nelle atmosfere evocate, meno naif di Bugo e per questo forse meno figo, ma decisamente di un altro pianeta per quanto riguarda capacità narrative. Ok non ha davvero niente, ma proprio niente di pop e usa davvero poche cose per cercare di farsi piacere e ben volere, ma cazzo è davvero geniale. Urbano, asfissiante, trabordante asfalto e fuliggine. Vasco è andato a scuola dai grandi cattivi maestri: CCCP, Rino Gaetano ( più volte citato ) ma anche l’andazzo letterario e l’immaginario da provincia meccanica di
Tondelli e Genna  e tanto tanto  Pazienza. Già autore di un primo demo al limite dell’ascoltabilità anche per i palati più audaci, in canzoni da spiaggia deturpata Vasco riprende alcuni degli stessi brani ma cerca di organizzare il disordine e coaudivato da Giorgio Canali  alla produzione, affina gli arrangiamenti pur mantenendoli scarni e ruvidi come una colata di cemento fronte mare. Ma è sui testi che vale la pena concentrare maggiormente l’attenzione e che si scopre come stupirsi ed emozionarsi sia ancora possibile: ” Con le nostre discussioni serie si arrichiscono solo le compagnie telefoniche  ” o ancora ” Diecimila case sfitte e nemmeno un posto per scopare con te  ” oppure ” Siamo l’esercito del sert  ” rivelano una poesia che da urbana diventa industriale, che da decadente diventa ormai caduta, in cui asfalto, lamiera, ostilità, cinismo, deflagrazione, nucleare, non sono lo spettro di qualcosa che ha da venire, ma la realtà con cui conviviamo e scenario ( non più ipotetico ) in cui si muovono le nostre esistenze. Ecco, un disco che richiede il suo spazio, che va assorbito e che non si può certo ascoltare ad agosto gonfi di Mohjtos mentre si cerca di rimorchiare una sgrilla. Ma porca troia un disco che dice qualcosa e di cui si cazzo, c’era proprio bisogno. Poi ai party ci andiamo lo stesso, le t-shirt colorate le mettiamo comunque, teniamo d’occhio le ultime sneakers e continuamo a ballare sulle macerie del mondo tutta l’electro che ci va di ballare, ma ogni tanto fermarsi e guardarsi intorno, meglio ancora dentro, non è male. Album come questi costringono a farlo. Personalmente ci ho trovato il Philip Dick più allucinato, i demoni di Lovercraft, il futuro inquieto di Gibson e Sterling, il cyberpunk del Salvatores  di Nirvana, i Nirvana stessi, e tanta tanta poesia. ” Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?  ” che qualche anno fa, il futuro sembrava migliore.

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Chestile

” La Stanzetta, 2008 “


Per chi non lo sapesse questo uomo qui è Mc Hammer che tradotto in Italiano suonerebbe tipo Mc Martello. Già questo basterebbe a scagionare quest’uomo da qualunque attinenza con una rubrica che si fregia del titolo chestile. Ma non basta. Questo uomo qui è un criminale. Non perché ha scritto can’t touch this ( sapete il tormentone con balletto annesso na na na can’t touch this..) cioè anche, ma non solo. Questo uomo qui è un criminale del senso estetico tout court visto che dobbiamo a lui alcuni degli accostamenti in termini di abbigliamento ed accessori più tragici del ventesimo secolo. Ok non è il solo direte voi, basta farsi un giro ad una festa anni 80. Ma qui c’è di più. A questo uomo viene attribuita l’invenzione dei fantomatici pantaloni a palloncino. Larghissimi sulle cosce, strettissimi in vita e sulle caviglie. Clowneschi oserei dire. I pantaloni a palloncino, meglio se nelle tonalità oro, blu elettrico o profondo rosso sono quanto di più brutto sia mai comparso su questo pianeta, a meno che uno non sia un sultano allora ok può vestirsi come cazzo vuole e comunque sarebbero perfino fedeli ad una certa iconografia storica se abbinati ad un paio di babbucce a punta, un po’ naif certo, ma molto stilose in medio oriente. Visto come stanno andando le cose, vivo nel terrore che qualcuno improvvisamente pensi che siano molto fighi e che dunque debbano tornare di moda. In realtà non sono mai stati così popolari tra i teen-ager nemmeno negli anni 90 a testimonianza che non siamo una generazione così nichilista come vuol farci credere Galimberti. Abbiamo ancora dei valori. Comunque un po’ mi dispiace, perché Mc Hammer è caduto in disgrazia e ha perso tutti i suoi dollaroni. Cioè, non è che li ha persi, li ha spesi tutti per una casa con i rubinetti d’oro. E Adesso nessuna banca gli fa più credito. Del resto se va in giro con quei pantaloni ha pure ragione il suo direttore di banca a non farli un prestito. Poi c’è Paul Weller che se guardi il vocabolario sotto la sua foto c’è scritto chestile. E mi pare che non ci sia altro da aggiungere.

 

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Action figures mania

” La Stanzetta, Aprile 2008 ”

Ok, ho un palco in scala reale con i Motley Crue che suonano nel salotto di casa. Se è per questo ho anche i Kiss, con tanto di americana ring e luci vere che si possono orientare, e allora? Non ditemi che non amate le action figures e che non ne avete la casa invasa. Quand’ero piccolo avevo tante macchinine e ci giocavo alle auto-scontro insieme al mio amico Coz ( poi diventato chitarrista dei Certanly ed ora emigrato a Dublino in missione per conto di Dio per uccidere Bono Vox ). Avevo anche i Transformer, ma solo quelli piccoli perché quelli grandi costavano un pacco di soldi. Allora adesso me ne fotto e mi compro delle action figures enormi, tipo Robocop alto 40 cm che se schiacci il bottone ti ripete i tre principi dell’OCP o i serial killer tipo Jason o Hellraiser che quando ero piccolo non potevo comprarmi perché mi cagavo adosso e mia mamma pensava fossi un bambino con dei problemi perché un pò mi piacevano. Comunque le Action figures ed in generale tutti gli adult toys sono una figata, perché da una parte sottendono all’immaginario fanciullesco che vive sotto pelle in ognuno di noi e dall’altra sollazzano anche il desiderio di accumulo di cianfrusaglie e di manie di proto-collezionismo di cui ci nutriamo noi figli del consumismo e anche un po’ figli delle stelle. La nascita delle action figures si perde agli albori dell’uomo. Alcuni studiosi ( tra cui i djs Strifu e Aladyn, miei grandi amici nonché grandi collezionisti di action figures ) sostengono che la prima cosa fatta dall’uomo comparso sulla terra sia creare un action figures da mettere sul comodino. In effetti ha un senso. Comunque per il boom dell’industria dell’action figure bisognerà attendere gli anni 70, quando la mego corporation ( corporate Giapponese ormai fallita per colpa di Guerra Stellari, un giorno vi racconterò la storia davvero tristissima..non capisco perché non ci  fanno un film invece di fare sempre film di merda sulla storia della regina Elisabetta e tutte ste robe che rompono il cazzo a noi giovani ) inziò ad incrementare la produzione di giocattoli rivolti ai dime store ( negozi di paccottiglia economica per bambini senza velleità ) con la produzione di toys più sofisticati e realistici che avevano come soggetti i personaggi delle principali saghe cinematografiche e fumettistiche del periodo ( Star Trek, Il Pianeta delle Scimmie, i super eroi Marvel ). Il vero boom si ebbe però con l’invenzione che, al pari della TV e dei cereali al cioccolato, rivoluzionò per sempre la vita su questo pianeta: I Micronauti. Cazzo chestile i Micronauti. Se qualcuno dovesse avere un Micronauta a casa, è bene che egli sappia che alcuni modelli vengono pagati dai collezionisti anche migliaia di dollari. Potrei uccidere per un Micronauta. Tornando al presente, le action figures ormai imperversano ovunque: Da quelle musicali ( da Jhonny Cash a Nelly, potete trovare davvero chiunque ) a quelle cinematografiche, a quelle dedicate ai serial Killer o ai fumetti. Esistono diverse case produttrici, principalmente Giapponesi ed Americane. Tendenzialmente quelle Giapponesi prediligono l’aspetto Toys mentre quelle Americane sono più realistiche. Personalmente trovo quelle di Mcfarlane toys le migliori in assoluto. Date un okkio su spawn.com per intenderci. Ma cari amici, diffidate dalle action prive di stile, alcune sono davvero merdabonde. Conclusione: Può un action figures migliorare la vostra vita? La risposta è assolutamente sì e il mancato acquisto di una action figures che vi piace può procurarvi frustrazione ad libitum. Vi racconto questo episodio: Mi trovavo a Roma per un viaggio di piacere e come sempre mi reco a Profondo Rosso, negozio di co-proprietà di Dario Argento  e Luigi Cozzi ( sceneggiatore storico dei primi film di Argento ). Il negozio sta ad uno smanettone come una farmacia per un drogato. Compreresti qualunque cosa. Comunque in un angolo, troneggia un action figures alta due metri, raffigurante il mostro della laguna, un classico degli horror anni 50. Già mi vedo in treno seduto a fianco del mostro. Devo resistere alla tentazione di comprare una delle cose più stupide della mia vita. Costa una follia. Non saprei dove metterla, è a dir poco gigantesca. Cosa dirò alla mia fidanzata? I dubbi mi tormentano. Parlo con Luigi Cozzi, gli lascio la mia mail e gli spiego il mio dramma. Lui mi guarda stupito, del resto sto parlando con uno che scrive libri su come Gesù sia un U.F.O e ha sceneggiato 6 film di Mario Bava  e una decina di Argento. Per lui avere un mostro della laguna in casa non rappresenta un grosso problema. Comunque gli lascio la mail e rimaniamo che ci terremo in contatto per capire il da farsi. Dopo due giorni mi arriva una mail che mi comunica che il mostro è stato venduto. Ora sta in bella mostra nel salotto di qualcuno e nella mia casa c’è un angolo triste e vuoto, che aspetta ancora di essere riempito.

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Hercules and love Affairs

( Boh…da qualche parte nel 2008 )

Ora, era davvero difficile trovare un’icona gay più gay di Ercole imbrigliato in qualche intrico amoroso di ambiguo orientamento. Non ci sono cazzi e non c’è nemmeno da fare tanto i contrariati, voi che sudate sulla pista con possenti groove incazzosi e pensate di essere dei machos, o anche dei nachos. La disco music è da sempre gay oriented, fatta da gay per i gay, poi pazienza se piace anche agli altri. Ed è per questo che è così sexy e oltraggiosa, così incredibilmente rivoluzionaria e carica di pathos. Per questo motivo molti la amano e altrettanti la odiano. Perchè destabilizza le proprie certezze, sopratutto in campo sessuale ed annienta il sottile e labile confine dell’identità sessuale chiusa ed indiscutibile. Come l’heavy metal o come i film sui cow-boy. Insomma avete mai visto una donna su un film di cow-boy? guardate che Broken Montain ha scoperto l’acqua calda. Comunque non divaghiamo, Hercules and love affair è, per il momento, il miglior disco uscito nel 2008. Dietro al progetto si cela Andy Butles, bel giovine operante nella grande mela con una passione sfrenata per i classici. In tutti i sensi. Dagli evidenti riferimenti alla mitologia ellenica ( Hercules theme ) e all’iconografia del periodo ( bei fustacchioni gnudi, discoboli dai bicipiti possenti, fanciulli efebi e compagnia bella ) sino a quelli per la disco-music classica. Quella di New York city, dell’afro beat di Arthur Russel. Ma anche la prima house di Chicago. Calda. Oltraggiosa. Sensuale. Il disco non poteva che uscire per DFA, etichetta newyorkese ( Lcd Soundsytem, BlackDice, The Rapture  per intenerci ) che meglio di chiunque altra ha saputo interpretare questo spririto e renderlo attuale. Il disco è anticipato dal singolo Blind, il primo vero anatema dell’anno 2008. Il pezzo è semplicemente perfetto. Godetevelo finchè resterà una cosa da condividere privatamente tra appassionati perchè è destinato a diventare il tormentone dell’estate e a luglio vi avrà già rotto le palle. Ma ha un incanto e una magia notevole. Quando passa per radio ti fermi un secondo e ti senti trascinare dal quel groove monocromatico e pastoso. Poi arriva quella voce. Ti lascia esterefatto. Nel senso che ti spiazza. Non è la voce che ti aspettavi di sentire. Non capisci se è una di quelle minchiate tipo Love Generation di Bob Sinclar o se sotto c’è della sostanza. Poi arrivano le trombette e dici cazzo no, le trombette no. Poi ascolti bene e pensi, porca troia le trombette che figata.Poi ancora quella voce, che incanta e seduce. Efebica ed innaturale, mitologica. Quella voce è il divino Antony. Un efebo sgraziato, uno scherzo della natura. Con una voce lieve come un liuto,tuttavia in grado di sedurre Zeus con la sua fragilità. Oppure Diana cacciatrice. Antony va a letto con Bjork. Non che scopano insieme, ci mancherebbe, lui è definitivamente assessuato ed incarna uno stato di purezza assoluta, come le sacerdotesse di Apollo. Sono molto amici e a lei piace dormire con lui e accarezzargli la testa e proteggerlo, come un peluche. Parafrasando il buon  My Robot Friend,  Andrew Butler con questo pezzo ha esaudito la richiesta di una generazione: Sdraiare la vellutata voce di Antony sopra un manto di beat celestiali. E cazzo se c’è riuscito. Ora se vivessimo in un mondo normale, uno così dovrebbe cantare in Vaticano davanti al Papa perchè cazzo davvero ti mette in sintonia con l’universo e ti aiuta a comunicare con Dio. Vabbè. Ad ogni modo non che il resto del disco sia da meno; Si prosegue sui medesimi binari in almeno un paio di episodi cruciali (  You Belong ) e nel complesso siamo difronte a 46 minuti di epopea disco e mitologia della dance, stile a manetta, bassi liquidi e funk, odore di sesso e urina e tutto quel campionario lì. Lì a danzare tra gli angeli che, si sa, non hanno sesso e se ce l’hanno lo tengono ben nascosto tra i calzoni.

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The next big thing: Glasvegas

(  2008 )

Il nuovo anno si apre all’insegna dei Glasvegas, la nuova creatura di Mr.Alan Mcgee, mentore della creation records che dice di adorarli e venerarli alla stregua di giovani divinità. Solo per questo vale la pena di fermarsi qualche secondo a riflettere visto che Mcgee, problemi di cocaina a parte, è uno che ci vede lungo e l’ultima volta che l’abbiamo visto così gasato era per una band di cazzoni hooligan di Manchester che aveva scovato in un infimo pub, successivamente passati alla cronaca con il nome di  Oasis.  Ad ogni modo la band di Glasgow ( ma quanto ne sanno questi Scozzesi?! ) arriva al suo debut album con la strada ben spianata dai due singoli ” Geraldine ” e ” Daddy’s gone ” e alla prima settimana di uscita vende 56.000 copie in Inghilterra piazzandosi al secondo posto dietro ai  Metallica. Miracoli che avvengono solo nella terra di Albione. Definire il sound dei Glasvegas in una parola è semplice: Epico. Prendete il wall of sound caro a Spector ( e pure a Mcgee…pensate a Definitely Mabybe degli Oasis o ai Jesus and Mary Chain sempre prodotto di casa Creation ) e aggiungeteci un pò di nostalgia Smiths e tanti tanti echi di sixties. Nel caso dei Glasvegas però le citazioni non sono imbarazzanti, perchè palesemente note e dichiarate, a meno che voi non abbiate sedici anni e questo sia il terzo cd che vi comprate in vita vostra. Nonostante l’accessibilità pop dei ritornelli, nonostante i coretti, nonostante i campanellini, gli archi e tutto il repertorio, i Glasvegas sono meno accessibili di quanto sembrano. I sette minuti iniziali di Flowers and football tops la dicono lunga e sono lussi discografici che solo band come i Verve  sembrano potersi permettere nel 2008 così come l’assenza di brani prettamente da club ( tappa ormai quasi obbligata per tutte le band…) o la tendenza al melodrammatico spinta ben oltre il livello degli Editors. Ecco, forse pure troppo. Unica pecca del disco l’eccessiva ” drammaticità ” degli arrangiamenti e pure della voce che ha volte ” soffre ” un pò troppo e tende all’emo. Ma forse è pure un problema di contesto. A volte spiegare ad un Italiano le dinamiche del pop Inglese è come spiegare il melodramma Napoletano ad uno del Ghana. I Glasvegas ( che è il nome con cui gli Scozzesi chiamano Glasgow..un pò come Jesolangeles che è il nome con cui gli Jesolani chiamano Jesolo ) sono immersi nella loro ” Scozzesità ” fino al midollo.  It’s my own cheating heart ad esempio è una ballads completamente in slang scozzese, secondo me incomprensibile pure ad uno che viene dal Galles. Una di quelle cose da cantare sbronzi quando la tua ragazza ti ha lasciato. Ecco, un pò tutto il disco è così. Da mettere su quando ti prende la sbronza triste, quando ti abbbracci col tuo migliore amico, quando la tua squadra del cuore ti ha deluso, quando vuoi dar sfogo alla tua emotività ma non vuoi sembrare gay. Comunque un gran disco, pure se spariscono domani e non ne sentiremo più parlare. Tipo la Beta Band. Quanti di voi se la ricordano? eppure erano fantastici. Ma questa è un’altra storia.

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Sul perchè i Radiohead siano la band più importante del mondo

( 2007 )

L’affermazione non è mia, l’ho presa in prestito da Gianluigi Ricuperati, scrittore convincente e brillante ( ha pubblicato per Bollati e Boringhieri i romanzi Fucked up  e Viet Now ). Ricuperati, sulle pagine di Rumore di Novembre, così sostiene: “ I Radiohead  sono il gruppo più importante del mondo perché sono un modello di evoluzione convincente oltre misura, come lo sono stati i Beatles: Da artisti di talento ad artisti compiuti, da artisti compiuti ad artisti reinventati, da artisti reinventati ad artisti dominanti. “ Affermazione al più condivisibile. E’ indubbio che il percorso artistico intrapreso dal gruppo di studenti di Oxford abbia molti più punti in comune con le band e gli artisti degli anni 60 e 70 ( i Beatles certo, ma pure i Pink Floyd, i Kings Krimson  ed in generale le prime seminali band progressive e per certi aspetti pure certi gruppi di frikkettoni ingurgita LSD della East Coast, ma probabilmente era solo una diretta conseguenza dell’abuso di droghe ) rispetto alle band contemporanee che in linea di massima tendono a cristallizzarsi su di un sound e ripeterlo fino ad esaurimento scorte con conseguente intorpidimento di coglioni da parte dei fans. Il percorso evolutivo dei Radiohead passa attraverso gli esordi defilati rispetto al carrozzone Brit-pop che di lì a poco conquisterà il mondo ( ad eccezione degli USA, dove invece i Radiohead potranno contare da subito di una nutrita schiera di adepti ). Pur nel solco di una tradizione comune il cui minimo comune denominatore puo’ essere individuato negli Smiths di Morrisey e Marr e in quell’edonismo -dandy-decadente che appartiene agli Inglesi dai tempi di Lord Byron e Shelley, i Radiohead si differenziano dalla cordata di gruppi brit-pop in diversi punti: Inanzitutto l’estrazione sociale; Tutti i membri dei Radiohead provengono dalla media borghesia Britannica e sono studenti prima di college ( Abingdon, nello Oxfordshire ) e successivamente universitari. Per comprendere a pieno quanto questo significasse nell’Inghilterra post-Tacher e pronta alla rivoluzione morbida neo-laburista di Tony Blair ( perlomeno nella prima sua prima fase politica, interlocutore privilegiato della scena giovanile ) bisogna pensare al prototipo della brit-pop band anni 90: Gli Oasis. L’immaginario musicale della più amata band inglese dello scorso decennio è figlio del retaggio sociale da cui gli Oasis provengono:  Una periferia industriale straziata e stranziante, stremata dalle politiche neo-liberali di un decennio di governo ultra-conservatore; Una periferia popolata da bulli e da stronzetti, cresciuti a pub, birra e calcio, sempre pronti a fare a cazzotti da bravi Hooligani, con il presagio di un futuro in fabbrica e nei pub a sbronzarsi alle cinque e trenta tanto simile a quello dei propri padri. In un contesto simile, gli Oasis vengono immediatamente consacrati come i Working class hero di un’intera nazione. Con il loro costante richiamo alla cultura mod ( che germogliò in Inghilterra da un contesto sociale non dissimile ), all’orgoglio Britannico ( nazionalismo? ), un machismo da cazzinculo tipico delle perifierie ed un songwriting spesso al limite del plagio, gli Oasis diventano la bandiera a mezz’asta di una nazione che chiede a gran voce un cambiamento. Nello stesso contesto gruppi di estrazione più middle ( come i Blur e gli Suede, di cui gran parte dei componenti frequentano art college e istituti superiori piuttosto qualificati ) sembrano vivere la loro condizione di “ intellettualoidi fighetti “ ( delle checche, dirà più volte Liam Gallagher ) con imbarazzo, come se il fatto di appartenere a delle buone famiglie e ad avere delle velleità da artistoidi fosse incompatibile con la crescente area riformista che si respira nell’aria. Mentre gli Oasis in preda ai fumi dell’Alcol e della cocaina cantavano che “ stanotte siamo delle Rock’n roll star “, i Blur con Boys and Girl discutevano degli appettiti sessuali ambigui dei giovani teenager britannici in vacanza a Myconos, meta piuttosto gettonata tra i giovani studenti. E’ evidente che gli Oasis ( ed il pubblico a cui si rivolgevano ) non solo non poteva permettersi una vacanza in Grecia, ma non sapeva nemmeno dove cazzo era Mikonos. I Radiohead invece non hanno mai fatto mistero delle loro origini, scagionando ogni imbarazzo con una citazione di Gustave Flaubert che Tom Yorke ama ripetere spesso durante le interviste: “ Nella vita sii regolare e metodico come un un borghese, così potrai essere originale e sfrenato nella tua opera “. Oltre ad una distanza di tipo sociale e culturale ( la seconda dissimulata dai Blur che in realtà sono una band molto più complessa e musicalmente “ colta “ di quanto vogliono farci credere agli esordi, basti pensare ad un pezzo intriso di satira sociale come Sunday sunday  ) è evidente pure una distanza ( più formale che reale ) anche nei confronti del tipico suono Brit-pop, fortemente legato alla tradizione musicale inglese ( Beatles,  Who, Small faces, Kinks, Clash, Smiths  ) mentre le influenze dei primi Radiohead sono tutte da riscontrarsi nel Rock Nord Americano da college: REM,  Pixies ,  U2 ( il gruppo Europeo più amato dagli Americani ). Nei primi anni 90 il rock, in particolare quello Americano pre-Nirvana è chiuso all’angolo, soffocato dai pugni della sempre più emergente musica elettronica e dalla dance. Persino gli U2 se ne accorgono e se ne escono con un disco come Zooropa. In questo contesto si capisce la tiepida accoglienza riservata in patria ai Radiohead da parte della critica musicale, da sempre storicamente molto “ generosa “ nei confronti della band Nazionali e tuttavia tutta presa col Madchester e l’esplosione della cultura Rave nelle periferie. Sostanzialmente la critica postuma concorda nel dire che i Radiohead di Pablo Honey  sono i Nirvana  senza scazzi di droga. Creep diventa l’inno della generazione x e di ogni giovane Werther presente sul suolo statunitense, intercettando un pubblico non dissimile da quello che di lì a poco venererà i  Nirvana di Nevermind alla stregua di Dèi. Non è un caso che la venerazione pro-Radiohead parta proprio dagli States. Da sempre gli Americani, ovvero l’equivalente contemporaneo dell’impero Romano secondo una definizione di Jhon Lennon, subiscono il fascino della cultura Europea, in particolare la middle class istruita e gli studenti del college. E’ successo con i Kraftwerk  ( adorati dagli studenti neri della middle class di Detroit tra cui Atkins ed i padri fondatori della tecno ) con gli U2  e ultimamente pure con i Coldplay che con il loro pop sofisticato e vagamente intellettualoide hanno conquistato l’influente comunità di  Hollywood con annessi atturuncoli e tirapiedi che per darsi un tono hanno smesso di ascoltare quella robaccia da neri in favore del sound raffinato e molto “ europeo “ di Martin e soci. Anche ai Radiohead è toccata la stessa sorte e terminato l’alone di spleen che pareva aver avvolto l’intera umanità compresa tra i 14 e i 25 anni sul finire del millenium bug sono diventati l’incarnazione perfetta di un certo modo di sottendere all’angoscia esistenziale tipicamente europeo che fa impazzire gli Americani traghettando nei successivi due album capolavoro questa attitudine. Ok computer e Kid A rappresentano tutt’ora il manifesto programmatico più completo ed esauriente sulle ansie del nostro decennio. Sono due concept album i cui temi dell’alienazione dell’uomo (post) moderno vengono sviscerati e ricostruiti sotto sembianze di pop-song ( Ok computer ). I temi non sono affatto nuovi e ovviamente esiste una corposa letteratura a riguardo ( da Orwell a Dick, passando per la cultura Cyber punk da cui prenderà vita il capovaloro Neuromante di Gibson ) la novità consiste piuttosto nella forma in cui questi temi vengono incanalati, ovvero la canzone pop perfetta pure per Mtv. Gli stessi temi affrontati in Ok Computer verranno successivamente estremizzati in quello che può esser definito a ragione l’album che ha traghettato la pop music nel 21 secolo. Se Ok Computer presenta ancora numerosi legami con il modus operandi tradizionale di una qualsiasi band pop-rock ( dalla struttura delle canzoni, alle strategie promozionali, alle scelte dei singoli eccetera ) Kid A stravolge completamente questo meccanismo. Inanzitutto molte delle canzoni dell’album sono disponibili on-line prima della pubblicazione del disco, cosa che detta ora fa ridere, ma credetemi che nel 2001 creò qualcosa in più che un semplice imbarazzo ai piani alti della Capitol records. In secondo luogo non ci sono casi così eclattanti nella storia della musica pop di un così radicale cambio di rotta da parte di una band, se si escludono i Beatles che tuttavia si trovarono ad operare in un periodo storico in cui l’industria discografica era ancora in una fase seminale, il marketing musicale era ancora tutto da inventare ( ci penserà Goldman manager degli Stones ad inventarlo ) e la muscia pop una matassa informe che doveva ancora essere del tutto plasmata. Dopo Ok Computer quello che serviva ai Radiohead era un altro Ok Computer. Bastava scaldare un po’ la  minestra, cambiare qualche accordo ed il gioco era fatto. Bastava chiedere agli U2 o ai REM come fare. La scelta di cambiare radicalmente registro ( ma non certo atmosfere e suggestioni, in questo senso Kid A rappresenta il prosieguo ideale di Ok computer ) in quel particolare momento di vita della band ( ormai famosa, ma non ancora consolidata ) ha dello straordinario. Parliamoci chiaro, non stiamo parlando di un cambiamento in favore di lande più tranquille e reddittizie all’interno del dorato mondio della musica commerciale da charts ( pratica diffusissima tra gli artisti rincoglioniti, tipo Sting, Elton Jhon, gli U2 i Genesis, Steve Wonder ed i suoi misfatti musicali anni 80..cazzo la lista  è infinita ). Solo con il senno di poi si può affermare che Kid A anticiperà molte delle correnti del sound contemporaneo ( da tutta la roba Warp al post-rock, all’utilizzo dell’elettronica minimale nel pop, dai Boards of Canada ai Tiromancino che senza un pezzo come Pyramid Song non esisterebbero nemmeno ) ma all’epoca della sua uscita il clamore fu molto. Tuttavia avvenne il miracolo. I fan diedero fiducia alla band. Kid A divise la critica ( come quasi tutti i capolavori ) ma il disco, sebbene  non fosse supportato da nessun video e da nessun singolo promozionale vendette parecchio. Kid A, sei mesi dopo la sua uscita, raggiunse il primo posto in America ed il secondo in Inghilterra. L’industria discografica ne fu allibita e non seppe come spiegarsi la cosa. La capitol convocò un consiglio di amministrazione straordinario il primo di gennaio.  Qualcosa non torna, non di sola merda vive la gente. Nei dischi successivi ( Amnesiac, che debutterà al secondo posto in America quando al primo c’era ancora Kid A e Hail to the thief ) l’incantesimo sembra essersi spezzato, la depressione cosmica di Yorke e il catastrofismo ambientale non sembrano coincidere con quelli del resto del pianeta, sebbene molti debbano qualcosa a questi dischi. Ma veniamo a In Rainbow, l’ultimo disco dei Radiohead che a causa delle modalità di distribuzione ha fatto tremare tutta l’industria discografica. In Rainbow, fino a qualche giorno fa, si poteva downloadare sul sito dei Radiohead sottoscrivendo un’offerta libera. Successivamente ( forse, non ci sono ancora notizie certe a riguardo ) il disco sarà distribuito nei negozi completamente autoprodotto. L’alternativa è papparsi un mega-cofanetto in limited-edition contenete cd, vinile, 7 pollici e una miriade di altre cose fighe al costo di 40 sterle spese di spedizione incluse. Una rivoluzione epocale del sistema di distribuzione della major dicono molti, un’acuta operazione di web-marketing sostengono altri. Fatto sta che a bypassare il sistema di distribuzione convenzionale non è un gruppetto underground da mille copie ma un colosso da milioni di dischi e pare che il sistema Radiohead verrà applicato anche da NIN, Sistem of a Down, Tool e Green Day al termine dei loro contratti discografici. Un altro mondo è possibile? non lo so. Posso dirvi poco su In Rainbow, mi è arrivato da qualche giorno e non l’ho ancora assimilato a sufficenza. Potrei dirvi che sono tornate le chitarre. Potrei dirvi che è un disco buio, sottile. Potrei dirvi che trasuda alienazione e l’alienazione non è più di moda e ci si vergogna un po’ meno di essere felici e forse dischi che richiedono un po’ più di ventidue minuti ( durata media di un disco degli Strokes  ) per essere assimilati posso apparire come una prassi riservata esclusivamente a chi sta meditando il suicidio. Eppure i Radiohead  mettono d’accordo tutti e dirlo non suona come una bestemmia. Solleticano delle corde che sono dentro ognuno di noi, compiacciono il nostro lato oscuro, ci fanno sentire più intelligenti. Il rischio è quello di annoiarsi, non perché i dischi siano in sè noiosi, ma perché la nostra capacità di concentrazione si è mostruosamente ridotta, non solo per colpa dell’età o degli abusi. L’industria culturale contemporanea ed ( musica, libri, film ) ne è consapevole. Forse responsabile.

 

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Buzz band

( 2008 )

Siamo una buzz band, sappiamo di non avere un futuro, per questo cerchiamo di prenderci tutto quello che possiamo prima di sparire per sempre. ” Un manifesto programmatico semplice ed efficace che, dietro una patina di apparente nichilismo naif, cela un’approccio ben calibrato e studiato nei confronti del music buisness e dei suoi isterismi mediatici. Difficile discernernere tra le band paccottaglia che ogni giorno ci propinano i media ( sempre più invadenti,sempre più sensazionalistici..NME in testa ). Difficile credere che ogni nuova band, sia LA BAND. LO hanno capito bene gli MGMT e pur consapevoli di essere vittime di questo meccanismo, hanno cercato di prenderne le distanze, dissimulando un pragmatico atteggiamento di distacco nei confronti della skizofrenia generata dalla 2.0 generation nei loro confronti. Ecco perchè ci troviamo a parlare di Oracular Spectacular, loro disco d’esordio, a quasi un anno dalla sua uscita. Perchè tale era l’isterismo generato intorno a questi due cazzoni, che pensavo si trattasse dell’ennesima stronzata da copertina. In parte, senz’altro, lo sono e ne sono ben consapevoli. Ma già il fatto che non pensino di essere i  Radiohead li rende più simpatici della media. Inoltre il loro disco è tra i più bei esordi dai tempi degli Arctic Monkeys e tra i miei preferiti usciti quest’anno. Quindi, consapevole che molti come me probabilmente si sono fermati ad ascoltare il singolo pigliatutto Time to Pretend pensando che la meraviglia finisse lì, consiglio vivamente di farsi tutto il disco, perchè ne vale davvero la pena. Andrew e Ben, ovvero gli MGMT, sono due ex-studenti di Brooklin con la passione comune per il prog-rock degli anni 70 e per una non meglio precisata forma di Hippismo contemporaneizzato. La prima cosa ad aver attirato l’attenzione su di loro è stata infatti il look un pò da finocchi e vagamente hippie, così come l’utilizzo esasperato ( ed esasperante ) del chroma key nei loro video, nelle loro foto e in qualunque cosa di attinente alla band, roba che non si vedeva dai tempi dei Grateful Dead. Comunque i primi rumors intorno alla band risalgono alla fine del 2006, quando Time to Pretend ( il singolo di cui sopra e che senz’altro assocerete ad almeno cinque pubblicità e tre films ) comincia a circolare in una striminzita versione demo. Quel sinth-scoreggia, quelle voci efebiche, quel look da coglioni, attira l’attenzione della Cantora, minuscola etichetta indie. Il pezzo, adorabile vademecum di rock’n'roll style, recita così: ” Lets make some music, make some money and find some models to wife “, per concludersi in un epitaffio di vomito e morte violenta che chiude la parabola discendente di una rockstar. Nel giro di qualche mese il pezzo diventa la soundtrack di un famoso spot televisivo e, complice il look da debosciati e qualche frequentazione giusta, i nostri diventano una buzz band molto amata da stilisti,cool-hunter e molta altra gente che non capisce un cazzo di musica. Insomma una storia come tante. Se non fosse che, dopo qualche mese, comincia a girare anche un secondo singolo e, a breve, un terzo singolo che accompagna l’uscita del disco. Nel frattempo i nostri hanno abbandonato la merdabonda etichetta indie e hanno firmato con la Columbia per un bel pò di dollaroni. Nei due singoli successivi la pastura di synt-pop carammeloso, echi psichedelici, melodie orecchiabili e vagiti di Cure prima maniera cominciano a far sospettare qualcosa. Che i due ci sappiano fare davvero. Che quella batteria terzinata e quel falsetto Farinelliano che compongono l’elegiaca Electric feel  siamo molto di più che un colpo di culo. Che Kids, con il suo barbaro sinth tipo Mike Olfield  e quel basso in ottava al limite del cattivo gusto, sia un gran pezzo. Che un tour come opening band di Beck non sia solo questione di conoscere la gente giusta o di avere lo stesso sarto. O forse sì. Non lo sapremo mai dove finisce il buzz e dove comincia la musica, fatto sta che Oracular Spectacular è davvero un ottimo disco di pop-music, forse il migliore che mi è capitato di sentire quest’anno. Vale una regola molto semplice: E’ un disco con almeno 6 ottime canzoni; Di quelle che ti vien voglia di ascoltare un paio di volte al giorno, di quelle che canticchi inventandoti le parole solo perchè ti ricordi la melodia. Quelle canzoni di cui imiti i suoni con la bocca, talmente sono sciocchi. C’era il rischio di perderselo questo disco, invece col cazzo.

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Klaxons:
Myths of the near future

( Febbraio 2007 )

Sono mesi che non si parla d’altro. I Klaxons, così come solo in U.K può succedere, sono famosi e bravissimi ancor prima di aver pubblicato un cazzo. Bastano una manciata di singoli (  Atlantis to Interzone,  Magick , ma soprattutto Gravity’s Rainbow, un fucile caricato ad amfetamine che trova spazio già da tempo sulla playlist di ogni indie-dancers che si rispetti) per cedere alle lusinghe concettuali costruite ad arte ( come spesso succede e noi sempre lì a correrci dietro…dannata stampa Britannica..) sui Klaxons e sulla svolta epocale di cui questa next big thing doveva farsi carico. Qualche coordinata per chi non sa di cosa stiamo parlando: Voci più che giustificate e comprovate insistono da tempo su un latente e marciante  revival anni 90 in Gran Bretagna, con particolare focus sull’estetica Rave, Techno ed Acid House. Per chi c’era, ma anche per chi quel giorno lì inseguiva la sua chimera ( io ad esempio all’epoca ero talmente assorto nel Grunge ed ero troppo impegnato a girare vestito in pigiama di flanella per capire cosa stesse succedendo intorno a me ) gli anni 90 inglesi ed in particolare la straordinaria commistione tra Rock e Acid culture diedero vita a fenomeni epocali  come il Madchester sound e a gruppi come  Primal Scream, The Stone Roses, Pink Riot, Lost Penguin, Trash Fashion e co. Il leiv motiv che pare guidare molte delle band del periodo è l’abbattimento delle regole che vogliono rigidamente diviso il processo compositivo e la fruizione di Rock e Dance, cosa che, avrete intuito, è anche uno dei principi guida che electroboogo.com ha adottato in buona misura. Un po’ di storia dunque. Nel 1990 gli Stone Roses organizzano il concerto-rave di Spike Island, tentativo embrionale di unire pubblici estremamente diversi ( primo evento in cui sono presenti sia band dal vivo che Dj )  sotto la comune effige della musica ed eventualmente della fattanza. In realtà il tentativo è fallimentare ed il pubblico resta completamente immobile durante i Dj-set. Toccherà agli Oasis  a Knebworth poco più tardi sintetizzare la nuova onda: In scaletta Chemical Brothers,  Prodigy, Ocean Color Scene  e Manics street preachers. I Chemical Brothers in particolare ( allora semi-sconosciuti sebbene annoverino tra i loro fans l’uomo più influente di Inghilterra, Noel Ghallager  ) permettono ai Breakbeats più abrasivi di coesistere con un classico Stone Roses, alle bassline acide di insinuarsi intorno ad un campione dei Manics. Non è semplice spiegare il legame che si instaura tra la nascente cultura Acid, il Rock e la gioventù britannica anni 90.Prendiamo, ad esempio, i Primal Scream: Molti li considerano come il risultato di una casuale collisione tra la cultura anfetaminica dell’acid-house  e l’universo indie-rock. In realtà i Primal Scream sono e restano un gruppo Rock che non ha mai disertato le sue origini. Ha semplicemente il merito  di averlo presentato ad una nuova serie di conoscenti impasticcati. Interessante il quadro fornito nella biografia dei Prodigy: “ Nel 1988 sono bastati pochi mesi alla Gran Bretagna per soccombere all’acid house. Non è difficile capire il perché. Per molti anni i musicisti americani hanno sperimentato con nuove forme musicali, come il Rap e l’Hip-Hop. Al paragone i gruppi britannici sembravano piatti e scontati. L’acid House è  diventata una nuovo genere con peculiarità tutte britanniche che ha dato linfa vitale ad una scena ormai addormentata. Oltre all’aspetto prettamente musicale, l’acid house forniva una serie di elementi subculturali ( abbigliamento particolare, droghe sintetiche, espressioni gergali tipo ravers ecc ) che consentivano ad una minoranza di riconoscersi all’interno di un movimento ( come avvenne ad esempio con il modernismo ). Dai pantaloni larghi a cavallo basso degli Happy Mondays e dai Reni Hats di tela leggera e con la falda bassa che cresce tutta la sperimentazione di fine novanta, la stessa che celebrerà Fatboy Slim come l’uomo che ha traghettato l’Ighilterra nel nuovo millennio. Forti della loro gadgeistica tutta glowsticks fluorescenti e smileys conturbanti, arrivano i Klaxons. I singoli hanno il tiro giusto, le frequentazioni pure ( Erol alkan, la one-night shitdisco, James Ford dei Simian Mobile Disco ) il look non ne parliamo. Mancano le baffalo e bentornato 1992. Manca solo la definizione in cui incastrare tutti questi imput: Nu-rave. Bellissima. Mi tremano le gambe e, dopo aver letteralmente frugato i singoli non vedo l’ora che esca l’album, dal titolo di Ballardiana memoria Myths of the near future. Il disco doveva uscire in Italia il 29 gennaio, in realtà uscirà il 12 febbraio. Il disco è molto bello, ma NON E’ il disco che ci avevano promesso. Cioè è tutta una bufala. Del nu-rave, dei mega groove acidi e psichedelici di Gravity’s rainbow e Atlantis to interzone ( tra latro tutti titoli molto acid ) non c’è traccia. E’ un disco indie. Ovviamente il disco contiene anche tutti i singoli usciti precedentemente e quindi se uno non li ha mai sentiti o non li ha l’occasione è ghiotta, ma i pezzi scritti dopo, invece di tracciare la nuova rotta per cui io mi ero tanto eccitato, torna tra le cosce calde e accoglienti del indie rock che va tanto di moda adesso. Niente di male anzi, solo che non c’è traccia di quella patina indie-electro che uno si aspettava, considerando poi che la produzione è affidata a James Ford dei Simian Mobile Disco e che c’è un dannato bisogno di cambio di rotta nell’aria. Ho visto un paio di foto recenti del gruppo, che ha perfino abbandonato gli abiti fluo e gli occhialoni stile Movida in favore di camice di flanella stile boscaiolo di Seattle ( no davvero non ci voglio credere..) e felpe all’insegna della sobriety. Dicono che era solo una presa per il culo, un’estetica usa e getta che avevano deciso di adottare per qualche mese. Ora fanno un genere nuovo, si chiama Punktown, una specie di Punk-Rock suonato dalle Supremes. Dico che questi Klaxons sono più intelligenti dei loro fans, me compreso. Appuntamento il 9 marzo al New Age di Roncade ( il giorno prima saranno al Rolling Stones di Milano il giorno dopo all’Estragon di Bologna ) per vederli dal vivo.

 

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Lcd Soundsystem:
Sound of Silver

( Da qualche parte nel 2007 )

Capita puntualmente, nella storia della musica pop, di avvertire un’urgenza.  L’urgenza di cambiare pagina, di tradurre la vibrazione che attraversa il nostro tempo in qualcosa di tangibile, qualcosa in grado di raccontare alle generazioni che verranno cosa eravamo così come allo stesso tempo di spiegare meglio a noi stessi i giorni che stiamo vivendo. Superato l’hype da prime pagine nei rotocalchi e tutta la mefitica coolness che avvolge inesorabile ogni cosa emerga dall’underground con le caratteristiche di un prodotto vendibile per l’industria mainstream, si fanno finalmente i conti con la realtà. La realtà dice che Sound of Silver è il disco che, se fossi ancora un musicista o qualcosa del genere invece di un semplice accumulatore di strumenti stupidi, avrei voluto scrivere. Sound of Silver è il presente ed il futuro prossimo della pop-music, non un disco denso di particolari innovazioni ( ammesso che fare qualcosa di nuovo sia sinonimo di fare qualcosa di giusto, mito che dovrebbe essersi lacerato con il tramonto delle avanguardie ma che pare sopravvivere solerte ed inutile tutt’ora…) ma un disco che segna una strada da seguire e ci fa pure un paio di graffiti utili a disegnare un suono.  Sono passati diversi anni da quando Losing my edge, singolo ammazzatutto con cui il Dj-musicista-producer-promoter James Murphy da il benvenuto al nuovo beat che di li a poco avrebbe fatto impazzire chiunque,  Breatney Spears  e Janet Jackson comprese; Quel beat sporco e sudaticcio che pareva uscito da un improbabile orgia tra i Talkin Heads di 1997 e gli Sly and The Family Stones, quella perfetta sintesi meticcia tra la disco music afro-gay, il funk omofonico dei Funkadelic  e l’irruenza del punk bianco. Tutto questo in una definizione, scomoda ed ingiusta come tutte le definizioni, punk-funk. L’impronta è quella di Liquid Liquid, Gang of Four, Arthur Russel e tutta la new York tardi anni 70 che conta, ma dire che la cosa finisce qui è riduttivo perché il timbro Dfa Records ( etichetta di James Murphy nrd ) è quanto di più riconoscibile e irresistibilmente cool abbia attraversato l’ultimo quinquiennio e quel miscuglio irresistibile diviene il nuovo must a cui fare riferimento. In quel miscuglio passano pure pure i Kraftwerk, i  Can  ( che Murphy asserisce di aver visto alla prima esibizione a Colonia nel 1968 proprio in Losing my edge ), pure il Lou Reed di Song for Drella. Sono passati diversi anni e gli entusiasmi si sono affievoliti e proprio questo clima da “ post” favorisce il verificarsi delle cose più interessanti. Lcd Soundsystem e !!!  ( nel frattempo i Rapture, altro grande nome della casa Dfa ha firmato per una Major…)  sono da considerarsi come i due dischi che meglio di qualunque altro segneranno la rotta di questo 2007. Se l’universo di riferimento resta il medesimo, aumenta la consapevolezza del proprio metro stilistico e la tavolozza dei colori utilizzati per comporre si fa decisamente più variegata. Lcd Soundsystem, alla stregua di !!! ed Hot Chip ( altra banda della scuderia Dfa ) dipana quel sottile confine tra Rock e Disco riportando in auge il concept ( tutto Americano nella tradizione ) di Dance Band, alla stregua di Sly and The Family Stone e Funkadelic. Se in Inghilterra la sintesi dei due fattori si deve alla commistione tra la cultura Acid House ed il Rock di Mad-chester ( e soprattutto all’avvento dell’ecstasy che mise d’accordo tutti, perlomeno in termini di Bpm ) in America la questione è ancora piuttosto insoluta e dal tempo del Grunge e del Post Rock che il Rock e la Disco vivono in territori decisamente antitetici. Serviva questa spazzatatura del New Jersey ( North American Scum ) a spiegarci, trent’anni dopo, come tornare ad ansimare agitati sotto lo stesso dancefloor. Giovedì 22 marzo gli Lcd Soundsystem saranno a Milano per la loro unica data Italiana. Io ci sarò, pronto a rimangiarmi quanto fino ad ora dichiarato o a ballare come un indemoniato al ritmo del disco che, più di ogni altro, segnerà il mio tempo.

 

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!!!:
Mith takes

( 2007 )

Ancora New-York, ancora centro. Porca troia brucerà ai fanatici del Brit Pop, tra cui annovero tra le prime fila il sottoscritto, che non ci siano proprio cazzi, perlomeno in termini di Party band. Quando ci si mettono quelli di oltreoceano, sebbene New-York sia la città meno Americana degli Stati Uniti, è tutto un altro muovere di chiappe. La premessa, che altro non vuol essere se non una “ riflessione a voce alta “ , prende vita da una considerazione che vado sostenendo da almeno un anno. Colto da isteria da Cool Britannia, mi sono sparato dal vivo ( quasi ) tutte le band di cui si è fatto un gran parlare ( dai Bloc Party ai Klaxons, tanto per capirci nrd ) negli ultimi due anni e i concerti in cui mi sono divertito di più sono stati quelli dei Rapture ( novembre scorso mi pare..) e quello più recente degli Lcd Soundsystem( di cui trovate pure un resoconto poco più sotto.. ), entrambe band Americane. Chiariamo che io ai concerti ci vado principalmente per ballare, guardare qualche baldona, sbronzarmi e divertirmi e non per spararmi le seghe. Ho quasi trent’anni, ho visto dal vivo una marea di Rock in tutte le salse, dal concettuale indie-stronzo sino al punk, mi sono sorbito tutto il Grunge, il Post Rock e da buon dinosauro o visto tutti i sopravissuti del Rock con la R maiuscola degli anni 70 e 80, da Dylan a Lou Reed passando per Stones, The Who, Deep Purple, Jimi Page e Robert Plant, i Cure, gli ACDC, gli Iron Maiden, i Metallica, i Primal Scream, gli Oasis, i Blur e una miriade di altre band, per farvela breve mi sono GIA’ sparato le mie seghe. Non vado ai concerti in cerca di novità, per quello vado al Sexy Shop. Vado ai concerti per divertirmi punto e basta e per prendere per il culo la band di supporto. Cazzo andavo anche ai concerti dei Pan Sonic, roba da restarci secco. Per questo adesso mi piacciono le party-band. Mi piacciono le band che c’hanno il groove e che non capisci un cazzo dei testi ( anche perchè magari non c’è proprio niente da capire..) ma ti diverti lo stesso. Ecco i  Rapture sono una cazzo di party band, hanno un drumming da infarto ed ai loro concerti ci si diverte come ragazzini al cinema porno. Anche i !!! dovevano essere una specie di party-band, almeno questo doveva essere il messaggio da far passare quando, un paio di anni fa, scoppiò quel fenomeno tanto in voga del Punk-Funk. Ora che il punk-funk pare essere archiviato, non perché sia passato di moda anzi, ma perché si è talmente insinuato nel sound contemporaneo (  pure i Muse  non si negano un pò di beat Punk-Funk, come nota giustamente Andrea Pomini..) da passare inosservato, rispuntano come i funghi sul Cansiglio le band che tutti davano per spacciate perché troppo legate a quel particolare Hype. Ecco che i !!!, finalmente liberati dalle pressioni mediatiche, cagano invece un disco multiforme, alieno, pieno di beat compulsivi e nervosissimi e con delle chitarre monocorda degne dei T-Rex di Bolan. Mith Takes è un disco estremamente maturo sul piano compositivo; Sebbene sia il groove la componente essenziale, il principio ritmico ( che si basa allo stesso modo su un campione, un loop di batteria ma anche e più semplicemente su una singola nota di basso suonata ripetutamente ) viene dilatato e squarciato per poi improvvisamente lasciare spazio ad una apertura melodica indecifrabile e piena di uno strano fascino. L’effetto è un pò quello di Screamadelica dei Primal Scream, dieci minuti di deragliamento ritmico compulsivo per arrivare ad un esile ritornello in grado di salvarti la vita e di farti assaporare le gioie della pop-music. Gli oltre cinque minuti di ” Infinifold “, ballata che chiude l’album, fa tornare alla memoria Mercury Rev e Hood e rivela degli !!! inediti e piacevolmente malinconici. Ma per farsi un’idea definitiva di cosa siano gli !!! bisogna prendere in esame,  “ Bend over Beethoven “ il pezzo più incredibile dell’album. Oltre otto minuti di straripante groove e di brillanti incursioni nell’afro-beat, assolutamente skizoide ed imprevedibile, debortante e decisamente sexy. “ Break in case of Anithing “ è palesemente ispirata ai Roxy Music, insomma oltre al singolo Heart of hearts davvero un disco con i contro-cazzi, perfetto per il dancefloor ma altrettanto perfetto nello stereo di casa, cosa che recentemente  mi capita solo con i Sunshine Underground e con i soliti Lcd Soundsystem.

 

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Arctic Monkeys:
Favorite worst nightmare

( Non mi ricordo quando )

Un cumshot nei pantaloni, ancora prima di cominciare a darci dentro di brutto. Si può descrivere solo così Favorite worst nightmare dei quattro sbarbatelli di Sheffield. Un album torrenziale, rumoroso, velocissimo e cazzo credetemi incredibilmente Rock. In alcuni punti addirittura power-rock. Fuzz a manetta, riff vintage di puro cherosene Rock’n ‘Roll e una furia martellante ai tamburi. Tutto questo considerando che  le attese erano parecchie, sopratutto dopo che in NME  aveva così sentenziato a  monte dell’uscita: ” il secondo disco più atteso dopo il più grande debutto della storia della pop music, ovvero Definiteley Maybe degli Oasis”. Roba da cagarsi sotto. Non è il solito luogo comune, la solita stronzata da giornalisti che sostengono che ” la band soffre della tipica paranoia da secondo disco ” eccetera eccetera, quella per intenderci che ha cancellato  band piene di conturbanti aspettative come i The Music dall’olimpo della musica pop Britannica; Nel caso degli Arctic la faccenda era davvero besa ed era un attimo scazzare di brutto. Whatewer people say i am, that’s what i’m not, debut album della band, è entrato nel guiness dei primati come l’album di debutto che ha sbaragliato le classifiche inglesi più velocemente, battendo gli Oasis e vendendo 360.000 copie in una settimana ( perdipiù uscendo con un’etichetta indie, la Domino ). Quindi di motivi per cagarsi addosso e decidere di non scrivere mai più una canzone in vita propria c’è ne erano così come ci stava di ritirarsi a vita privata a vent’anni e sbrodolarsi nell’autocelebrazione estatica consumati dal mito del sex, drugs and Rock’ n Roll ( cosa che avrei fatto io ). Invece pare proprio che agli Arctic Monkeys la musica interessi sul serio e non tanto come mezzo per ottenere donne, soldi e per non dover mai lavorare veramente, ma proprio come mezzo espressivo. Niente cerimoniale da autodistruzione rocker, niente risse, pugni e hotel devastati, niente orge con quattordicenni bulimiche di sesso. Tutta colpa dei Coldplay e del loro fottuto salutismo. Ma non divaghiamo facendoci prendere dall’astio e torniamo al disco: Favorite worst nightmare  è pure meglio del primo. Un album di lucido e sano Rock che non lascia respiro e dura il tempo di un orgasmo. Pezzi come ” Brianstorm “, ” This house is a circus ” e ” Old yellow bricks” sono cose su cui non si scherza e sembrano allontanare la band dagli stilemi più classici del suono britannico e trasportarli invece verso i territori meno esplorati del garage-rock statunitense dei settanta. I Riff sono spa-vento-si, ( ragazzi sembrano i Wolfmother, non scherzo! ) le sessioni ritmiche compulsive, ipercinetiche e assolutamente devastanti e si sente la puzza di  zolfo tipica di quando hai a che fare con certo Rock o quando SatanSalvy è nei paraggi ( che poi è la stessa cosa ). A volte la tensione si allenta ed emerge quella vena malinco-britannica di scuola Morriseyana che fa sempre breccia nei giovani Anglosassoni dai tempi di Byron. I testi degli Artic Monkeys non sono ancora quelli dei Maximo Park, non parlano di ” letteratura Russa ” e di ” ragazze che suonano la chitarra “, figuriamoci se possiamo scomodare Morrisey  ( ultimamente oggetto di un revival al limite del maniacale ) ma stanno decisamente crescendo anche sul piano strettamente compositivo e i margini di miglioramento tra il primo ed il secondo disco sono tali da far ben sperare. Il testo di ” Fluorescent Adolescent “  ( dedicato ai fan dei Klaxons? ) ad esempio, potrebbe essere di Jamie-T e questo è il più grande complimento che mi sento di fare ed è comunque molto. In comune di certo c’è il songwriting, il gusto per la quotidianità ed il vissuto, ma il fatto che i nostri siano incredibili con gli strumenti in mano non implica che mi comprerei un libro di poesie scritto da uno qualunque di loro. Il caso Arctic Monkeys non è dunque così inspiegabile. Sono un’ottima band, probabilmente, anzi quasi sicuramente una delle migliori band inglesi attualmente in circolazione. Scrivono delle canzoni eccellenti ( almeno tre quarti delle canzoni del primo disco sono diventati dei singoli, con una media paragonabile a quella di una pop-star tipo Cristina Aguilera o Britney Spears ndr ) e dal vivo sono a dir poco travolgenti. Nonostante siano giovanissimi hanno un sound che non dispiace nemmeno ai dinosauri del Rock o ai fratelli maggiori. Conoscono bene gli sbattimenti dei loro coetanei che si identificano in loro perchè nonostante il successo restano lontani anni luce dallo stereotipo della Rock Star, un pò per una questione di indole, un pò perchè sono sfigatelli. Se li guardi bene sono quattro tizi usciti dallo spot del Topexan senza il minimo carisma, pure un pò bruttini, che anzichè dalle groupie si fanno accompagnare in tournè dalle mamme. Ora, d’accordo che il Rock’ n Roll è cambiato ed è diventato un edulcorato sistema di ribellione esente da ogni rischio sociale, ma quando è troppo e troppo. Al concerto di Milano si vedevano quattro baldone di mezza età con le guance rosse intente a trangugiare ettolitri di birra e ad urlare come delle fossenate. Erano le mamme degli Arctic Monkeys, più sbronze dei loro figli. Ora nemmeno se mia mamma fosse Curtney Love accetterei una cosa del genere.

 

 

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Crookers

( Aprile 2007 )

Non mi ricordo nemmeno quanto tempo è passato dall’ultima volta in cui mi sono eccitato come una groupie nel backstage dei Kiss ascoltando un dj-set, dal vivo o meno. Vanno esclusi dalla categoria i set a cui partecipo in forma più o meno diretta, in cui sono coinvolti amici djs e conoscenti ed in cui la dimensione “ familiare “ fa si che il giudizio sia inevitabilmente ( e aggiungerei giustamente ) falsato anche da altri parametri, non per ultimo quello di condividere spesso la consolle e a ragion veduta pure il gusto per certa musica ed un certo approccio al dj-set. In quelle occasioni mi diverto sempre, sia a suonare che a sentire gli altri farlo, complice l’amicizia, l’alcol ed i buoni groove. Il discorso cambia radicalmente quando si va a sentire un dj un po’ come si va ad un concerto, trepidanti e con il cuore gonfio di speranze. Nella maggior parte dei casi, l’esperienza si rivela una merda. Il motivo è molto semplice e risponde ad un principio quasi matematico tanto è logico. La maggior parte ( non tutti, ma parecchi ) dei dj superstar deve il suo status al fatto di essere un ottimo produttore. Essere un ottimo produttore non implica essere un buon dj. Prima di andare oltre e di inerpicarsi in discorsi perniciosi, definiamo il buon dj, almeno secondo il sottoscritto. Fanculo la tecnica fine a sé stessa, meglio averla ed usarla finalizzata a qualcosa di utile che concepirla come il fine della propria performance. Non siamo mica al circo. Prendi uno come Dave Morales, tecnica sopraffina certo, ma se poi suoni della musica merdosa poco importa. Una buona tecnica ( che non corrisponde necessariamente a mettere a tempo due dischi..per quello esiste pro-tools ) è ben finalizzata quando ti consente di mixare dei pezzi apparentemente  “ distanti “ tra di loro, ma affini per mood, atmosfera o anche per tonalità. Fondamentale a riguardo una solidissima cultura musicale ed un hard-disc celebrare che ti consenta di pescare nella tua memoria ( e nella tua valigia ) il pezzo giusto al momento giusto, magari azzardando negli accostamenti e suonando, che so, l’unico pezzo con l’andazzo vagamente dub mai cantato da Leonard Choen  e miscerarlo insieme ai Massive Attack. Oltre alla cultura musicale, è fondamentale dunque un certo eccletismo. Un dj che suona o ascolta un solo genere musicale, non è un dj completo. Per me un buon dj-set è come un racconto giallo. Deve avere un prologo,  un intreccio narrativo avvincente e carico di tensione che culmini in un climax inaspettato ed una infine una conclusione che mandi tutti a letto contenti, ma ancora un po’ agitati e sconvolti. Ecco da tempo non provavo questa sensazione, fintanto che ho sentito la registrazione di un dj-set dei Crookers. Si sono fatti già notare da un po’, complice il fatto di essere ( a pieno diritto ) cresciuti artisticamente sotto l’ala protrettice di Stefano “ Stilophonic “ Fontana ( con cui condividono un certo gusto per il groove “ gommoso “ e molto funk ), e di aver incantato la critica con il loro remix di Baby Beatbox facendo parlare di sé fino in terra d’Albione. Aggiungici qualche incursione nel mainstream ( porta la firma dei Crookers uno dei remix più riusciti dell’album  Electrojova, in cui Lorenzo si faceva ri-leggere in chiave clubbin’ da una serie di artisti e producer Italiani ) ed un singolo dal gusto old-skool che sta facendo impazzire l’underground ( limonare limonare voglio solo limonare…) ed il gioco è fatto. Tuttavia i Crookers-dj set, mi mancavano. Sulla loro abilità ai piatti si vociferava parecchio in rete e la loro presenza fissa ad alcuni club-event interessanti della scena Milanese ( l’after-show dei Klaxons al Rolling Stones di Milano, le feste degli amici di Pig con Simian Mobile Disco e Justice  mi aveva incuriosito, anche se la voce più autorevole a riguardo è arrivata dal passaparola di amici e conoscenti.Mi sono allora procurato una registrazione del dj-set dei Crookers; Ebbene il dj-set dei Crookers è uno dei migliori che abbia sentito ultimante e non ho difficoltà a spiegarvi perchè. Il set è costruito ad arte e mantiene una certa personalità ed un certo “ gusto “ pur cambiando notevolmente di registro. Gli elementi dominanti sono l’electro-funk “ gommoso “ ( un po’ alla Tom Boy, un po’ Stilophonic..ma con più switch e qualche gneon gneon in più ), l’house barzotta e sbilenca che piace tanto ai giovani produttori Italiani ( Scuola Furano ), un retro-gusto hip-hop dal sapore squisitamente Old-Skool ( un po’Herbie Hankok, un po’Grandmaster Flash, un pò Africa Bambaata ) il tutto condito con un pizzico di quadratissimo e cazzutissimo groove acid, vicino alla scuola Francese dei Daft Punk. Insomma eclettismo puro che, seppur finalizzato al  dancefloor,  non rinuncia al gusto per la melodia e ad una intensità ad intermittenza che lascia anche ampio spazio alle pause e ai cambi di marcia, senza metterti fretta e senza la paura di dover per forza battere come un falegname per far ballare la gente. La conferma del talento ai piatti dei due giovani Milanesi arriva da voci di corridoio ( ma piuttosto fondate ) che vogliono i Crookers tra i prossimi protagonisti della compilation del Fabric ( Fabric live  ) che il celebre locale-tempio Londinese dedica ai più grandi Dj del panorama clubbin, un onore che prima d’ora non era mai stato riservato ad un dj Italiano. Pur senza un vero e proprio album all’attivo, i Crookers continuano per la loro strada ( per meglio dire strade visto che sono contemporaneamente coinvolti in progetti molto diversi, alcuni dei quali di matrice hip-hop ) macinando consensi all’unanimità. Essere dei produttori di talento ed avere pure un dj-set che spacca equivale, per una band, a fare un buon disco ed essere pure convincenti dal vivo, ovvero una credenziale indispensabile per saltare fuori dal mucchio. Occhi e orecchie puntate sui Crookers dunque.

 

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Stivaletti che passione

( Marzo 2007 )

Parliamoci chiaro: Gli stivaletti, in genere, fanno piuttosto cagare. Per quelli di noi cresciuti a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90, lo stivaletto è sinonimo di tamarragine all’ennesima potenza e richiama alla memoria, un po’ come La Madeleine di Proust, la fibiona di El Campero che un buon tamarro abbinava senza remore allo stivale Durango e sopratutto il logo di “ El Charro “ che ricordo passavo ore a disegnare sui quaderni di scuola cercando di captarne la perfezione argometrica del font. Riflettendoci a lungo, tuttavia, mi viene da pensare che lo stivale in genere, sia più che altro una questione di personalità. A prescindere dagli abbinamenti spesso davvero grossolani e dal degrado stilistico che in Italia abbiamo raggiunto negli anni del terrore ( 1985-1992 ) va altresì riconosciuto ai “ fanatici dello stivale sempre “ un guizzo di personalità sopra la media. Chi, nel corso di quegli anni, faceva abbondante uso di stivale ( in particolare il modello “ Country boots “ stile cercatore d’oro nel selvaggio west ) si distingueva, nel bene o nel male, per essere una persona particolarmente estrosa. Magari aveva un cinquantino ( inteso come moto 50 di cilindrata ) . Magari aveva i Jeans Carrera bianchi. Magari era stato bocciato tre volte in seconda media. Oppure era un bullo di paese. Magari aveva una cassetta degli Iron Maiden. Magari aveva l’Afagano, quando tutti intorno smazzavano solo marocchino. Insomma tutti quei plus che fanno, quando si è teenager, di un individuo normalissimo, il tuo eroe. Parallelamente al Country Boots, da sempre accompagna le nostre vite un altro modello di calzatura che ha attraversato nel corso della storia momenti di gloria assoluta e momenti di oblio e che torna alla ribalta riappropriandosi della propria coolness e del proprio status di calzatura per gente che cammina a cinque centimetri sopra la terra. Stiamo parlando dello stivaletto stile Chelsea ( noto come Chelsea boot ) prepotentemente tornato alla ribalta e in pieno revival sia negli ambienti altolocati della moda Milanese, sia nei cool brand più underground. Ora chiunque abbia bazzicato le discoteche del Nord-Est a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90 non può che rabbrividire e di certo associa l’immagine di cui sopra ai completi indossati da Fiorello al Karaoke. In effetti il Chelsea boot è stato violentato e stuprato nel corso di quegli anni ( ricordo un’immagine agghiacciante di  Mc Hammer  che li indossa insieme ai suoi famigerati ed ultra-merdosi pantaloni a palloncino..) in barba ad una tradizione nobile e ad un passato glorioso. Ora, se incrociate in una vetrina un paio di Chelsea boot e sentite un’irresistibile impulso ad acquistarli, non spaventatevi, non siete più gay della norma e soprattutto non rischiate di entrare nella scuderia di Claudio Cecchetto. Ecco, come sempre,  un po’ di storia. Gli stivaletti Chelsea ( Chelsea boot ) furono inventati da Anello e Davide nel 1958, due emigrati Italiani calzolai specializzati nelle forniture teatrali. Il simpatico duo fondò la loro ditta nel 1922 e raggiunsero la cresta dell’onda nei primi anni 60, parallelamente alla diffusione della moda trasgressiva e anticonformista ( modern style ), quando il loro negozio nel West end veniva letteralmente preso d’assalto da giovani alternativi e anticonformisti. Se Anello e Davide furono gli inventori ed i loro clienti i precursori, la diffusione su larga scala dello stivaletto Chelsea si deve a negozi come Denson che inventò i modelli Springers, Fine Poynths e Classics, tutti resi celebri dai Beatles. Gli stivaletti alla Robin Hood ( tacco piatto, risvolto in cima e lacci intrecciati sui lati ) costavano tre sterline circa ( molto poco considerando che li indossava anche David Bowie quando era il leader dei David Jones and the king bees e la loro accessibilità contribuì non poco alla loro diffusione ). Le scarpe con elastico laterale erano una variante “ italianizzata “ di un modello diffuso in Inghilterra sin dal 1850 e che veniva di norma usata dai ballerini di Flamenco. A frugare ogni dubbio, ecco cosa riporta David Bowie in una recente intervista proprio riguardo alle scarpe di Denson:

“ Se vedo qualcosa del passato in una foto, mi ricordo l’intero personaggio sul quale stavo lavorando in quel periodo. Per me gli accessori sono un’intera esperienza di vita (ride), anche quando sei più giovane penso. Gli accessori sono molto di più di qualcosa da portare addosso, sono una affermazione di ciò che sei, sono un segno, diventano un simbolo. Quando eravamo molto giovani andavamo a comperare le scarpe da Denson’s a Lewisham, proprio sotto il ponte della stazione… si chiamava Denton ma le scarpe erano Denson a punta, se ricordo bene. Era il 1961 ed eravamo orgogliosi di essere i primi ragazzi della zona ad avere scarpe italiane. Vengono di solito chiamate “winkle pickers” (N.d.T.: ammazza scarafaggi ) ma oggi si dice ” a punta “. Io sono sempre stato esperto di scarpe. Tuttavia fui surclassato da un tipo “giusto” del sesto anno che si chiamava Gavin. Un tipo molto fico, sarà andato a lavorare in pubblicità. Indossava stivaletti Chelsea. Erano così eleganti perché non erano a punta e avevano ai lati delle bande elastiche. Ci rimasi davvero molto male. ”

 

 

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Qualcosa di più ballabile review

( Febbraio 2007 )

A più di un anno dalla sua pubblicazione sulla fanzine ” la stanzetta “, desidero riproporre questo articolo, mai così attuale. Nonostante l’incedere inesorabile del tempo, pare che sia impossibile uscire da quel loop temporale che sono gli anni 80 italiani. Gli anni 80 italiani non sono gli anni 80. Gli anni 80 Italiani equivalgono, dal punto di vista storico e sociale, agli anni 60 americani. Come afferma il regista indipendente Alex Infascelli ( Almost Blue, Il siero della vanità ) ora conduttore di Mtv Brend New: “Diciamoci la verità, gli italiani dali anni 80 in poi schifano la povertà e hanno la puzza sotto il naso. Appena sentono odore di povero, se ne vanno. Per questo il paese è in malora: Viviamo sulla facciata di un richezza che non abbiamo. Viviamo di debiti, per il terrore di sembrare poveri. ” Gli anni 80, l’età dell’oro Italiana, ci hanno fatto annusare quel tanto di benessere che serve per andare fuori di testa. Ora, quasi vent’anni dopo, ragazzini impomatati ( siamo figli di quest’Italia, quest’Italia un pò americana nrd ) ballano la bellissima musica degli anni 80, in un rigurgito di Yuppismo stile Gerry Calà rivivono i fasti delle bottiglie al tavolo e si vestono come degli impiegati del catasto a diciotto anni, in un costante party revival che disperatamente imita un mondo che non esiste più. Certo gli anni 80 sono anche Gaz Nevada, Tondelli, il Plastic di Milano e tutto quell’immaginario lì, ma quello non è Italia, è un pezzo di Londra trapiantata in provincia. Ad ogni modo, dedicato a tutti quelli che..

“ Gira una sinistra leggenda tra gli aspiranti Dj o chiunque condivida il fardello di dover mettere qualche volta dei dischi ad una festa o in un club. Chiariamo subito che non stiamo parlando dei Dj superstar, quelli per intenderci che mettono i dischi alle feste di Cavalli e che si muovono con il Jet privato, ma piuttosto del “ Dj precario “ quello che, proprio come l’omonimo compagno di destino, ama condividere con il proprio simile e sventurato “ collega “ pettegolezzi d’ufficio, chiacchere maliziosi sui “ potenti “ e per l’appunto leggende metropolitane su disgraziate situazioni in cui si è trovato catapultato. Ebbene tra le figure mitiche che popolano i club e le feste di tutto il mondo, una in particolare rappresenta una minaccia temibile per il Dj precario, che a differenza del Dj Superstar non gode dello status di intoccabile che li consente di essere immune da qualunque aggressione. La figura in questione è comunemente nota come “ il pesantone “, essere non del tutto umano che si aggira nei pressi della consolle e ad intervalli regolari di 5-10 minuti se ne esce con delle richieste paradossali o avanza pretese spesso davvero suggestive. Il pesantone vive nella convinzione che il Dj sia una sorta di Eta-Beta che nella sua valigia di dischi possiede tutte le canzoni mai apparse sulla faccia della terra. Nel caso in cui si riesca ad eludere un primo attacco, il pesantone torna alla carica sostenendo di avere lui stesso un cd “ molto bello “ e si offre di andare a prenderlo in macchina. Ebbene ogni Dj precario sa che è fondamentale dribblare anche quest’attacco, per non rischiare di essere trasformati in un Juke-box umano ( alcune leggende dicono che sia successo ). Alcuni Dj indossano delle simpatiche T-shirt protettive con scritte ironiche del tipo “ non sono un Juke-Box “, ma sappiate che non basterà per evitare gli esemplari di Pesantone più tenaci. Il secondo attacco è tutto incentrato sulla natura sibillina delle frasi incantesimo che pronuncia il nefando mostro. Le più comuni sono” Hai qualcosa di più ballabile? “, “ Hai qualcosa di mosso? “ “ scusa, ma la musica sarà così tutta la sera? “ o ancora la variante pubblicitario-ossimorica  “ mi metti vodafone di Vasco “ “ mi metti quella della pubblicità del Martini “ e via dicendo. Queste frasi hanno lo scopo di confondere le menti e di indebolire la volontà del Dj che piano piano scivolerà nell’oblio e si chiederà cosa ha fatto di male per meritarsi questo. Ed è proprio in questo momento di debolezza che il Pesantone sferrerà l’attacco finale, rovesciandovi una birra intera sul mixer e causando un cortocircuito che farà saltare tutto l’impianto. Il pesantone, trionfante , se ne tornerà in macchina ascoltando Su di Noi di Pupo a tutto volume ed esclamando soddisfatto. “ Questa si che è musica! “

 

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April 77:
Dance today, revolution tomorrow.

( Dicembre 2006 )

Che cosa hanno in comune bands ed artisti come Franz Ferdinand, The Horrors, Rolling Stones, International Noise Conspiracy ed Iggy Pop? oltre a qualche groupie e probabilmente qualche pusher ( a parte i Franz Ferdinand che ripetute voci di backstage riferiscono essere ragazzi  coscienziosi ed estremamente disciplinati ) condividono pure lo stesso stilista. Pur con le rispettive differenze di look e di stile, non si può far a meno di notare una comune attitude, che inevitabilmente converge in un’unica direzione atta al recupero, in alcuni casi davvero filologico, dei principali archetipi stilistici del Rock’n Roll style frullati insieme in un delirante cocktail post-moderno. In realtà l’operazione messa in atto non è certo cosa nuova nell’ ambito della moda pop-rock, anzi possiamo affermare che la miscelanza di capi e accessori appartenenti ad epoche molto distanti nonché a retaggi culturali e socio-politici molto differenti è una costante che si ripete dalla nascita stessa del concetto contemporaneo di moda, ovvero verso la metà degli anni 50. Pensiamo ad esempio al look neo-edoardiano di inizio secolo che, intorno al 1952 si fonde con la drape-jacket ( giacca lunga a risvolti stretti ) americana importata da personaggi come Cecil Gee  e che darà origine  ad uno stile ibrido molto diffuso tra i giovani proletari dell’epoca. Negli anni a seguire tale stile verrà arricchito da accessori come il colletto di velluto, le cravatte sottili o le scarpe di camoscio ( beetle crushers marca Eton Clubman). Sommate tutto questo ed avrete Malcom Mclaren deus ex machina dei Sex Pistols che a sua volta deve molto ( sia in termini di look che di strategie marketing-promozionali ) ad Andrew Loog Oldham, autentico precursore mod in un periodo dominato dallo stile Beatnik nonchè manager degli Stones ed ideatore del loro strepitoso look sin dai primi anni 60. Il mood che guida lo stilosissimo brand francese April 77 responsabile del look tardo-edoardiano degli Horrors così come delle cravatte sottili o delle camice stile Granny dei Franz Ferdinand,  oltre ad essere la data di nascita del suo fondatore Brice Partouche sottende fin dal nome a battesimo del brand una certa devozione programmatica nei confronti dell’immaginario Rock. Il 77 infatti è un anno fondamentale per la storia della musica in cui si intrecciano fatalmente episodi che simbolicamente e, diremo quasi profeticamente, sintetizzano le future strade che la musica pop-rock avrebbe intrapreso di lì a poco. Nel 77 muore Elvis, debuttano i Clash e Sid Vicious si unisce ai Pistols mentre a New York i Blondie sgomitano e cominciano a preparare il terreno per ciò che verrà. Proprio dalla devozione sincera ed incondizionata nei confronti di questo immaginario, nasce April 77, che come dichiara lo stesso Partouche è “ made by rockers for rockers “. Ogni capo, ogni accessorio della collezione trae dunque ispirazione da una fotografia, dal verso di una canzone, da un souvenir che appartiene alla cultura rock e le cui connessioni sono dunque facilmente intuibili a chiunque abbia dimestichezza con questa mitologia popolata da divinità per nulla virtuose. Le analogie stilistiche (di look e in alcuni casi anche di sound ) tra i gruppi contemporanei e molte delle bands delle scorse decadi sono altresì evidenti, ma se ad un’analisi superficiale le band di oggi sembrano coerentemente imitare un certo periodo storico o un particolare sound, in realtà riflettono tutta la skizofrenia del post-moderno. I Franz Ferdinand si vestono come Colin Woodhead nel 1965 ma suonano come i Talkin Heads degli anni 80. Gli Horrors miscelano un 50 % di look neo-edoardiano ( parliamo di panciotti doppiopetto e colli di velluto roba fin-de-sieclè, cioè 1890 circa..) con un 30% di Robert Smith ( trucco pesante, capello cotonato) e un restante 20% di miscellanea varia ( i film di Tim Burton, la versione cinematografica del Dracula di Stoker ) eppure suonano primitivi e psicotici come i Sonics ubriachi al doppio della velocità. Il risultato è una sommatoria di ingredienti già esistenti miscelati senza cura nel tentativo ( a volte fallimentare a volte geniale ) di generare qualcosa di vivo. Tipo Frankestein. Pezzi di cadaveri assemblati. Personalmente lo trovo estremamente affascinante. In altri casi il risultato è  grottesco. Pensiamo ad esempio agli Stones che , usando una metafora da circuito automobilistico, è come se si fossero doppiati da soli. Il loro look, grazie ad paradosso temporale degno di Ritorno al futuro è terribilmente di moda. Nel video di Rain fall dawn li vediamo indossare gli stessi capi in stile Granny indossati sulla copertina di Between the buttoms ( febbraio 67 ) che, per dovere di cronaca, furono scelti per la band da Oldham dopo che li usarono i Beatles per  il retro copertina di Revolver, uscito nell’agosto 66. Tutto questo per affermare che April 77, affrontando il tema del recupero ( la collezione autunno-inverno 06-07 è ispirata ad esempio al mondo Rockabilly e Teddy Boy ) con spiccata ironia e senza eccedere nei fastidiosi fanatismi filologici da malato mod ( che a mio avviso quando eccede è irritante quanto una commessa fashion victim che veste sono Dolce Gabbana o Prada ),  elimina “ l’effetto nostalgia “ e si abbandona alla devozione pura verso il Rock ’n ‘ Roll style. Proprio da questa devozione sincera e pura deriva lo stretto legame tra il neo-nato brand ed il mondo Rock ’n ‘ Roll che pare stia accogliendo con fragrante entusiasmo lo stile ( forse meglio gli stili? ) della casa di moda. Del resto il legame tra moda e pop-rock è una costante, basti pensare a negozi come “ Granny takes a trip “ artefice del look caleidoscopico di Pink Floyd e Beatles, o ancora Bob Dylan e il negozio “ Sportique “ ( per intenderci il look post-beatinik di Dylan in Highway 61 revisited  ) o ancora il negozio di capi militari usati di Portobello Road “ I was lord kitchener’s valet “ responsabile di aver venduto ad Hendrix la  giacca militare che  portò così tanto al punto da fondersi con la sua stessa immagine. Tutto ciò senza considerare i casi più eclatanti della storia, come il negozio Sex di cui erano proprietari l’ormai convertito al situazionismo Mclaren e signora Westwood e da cui presero forma ( ed abiti ) i Sex Pistols a cui fu sufficiente rubare gli strumenti a Rod Steward per formare una band. Sulla stessa scia pare collocarsi questo brand che, nato in seno ad una forte collaborazione con il negozio Noir Kennedy di Parigi, ormai gode di vita propria. Cuore Rock (  ma non portafoglio..contrariamente a quanto si possa  pensare i vestiti non sono per niente economici ) e spirito roll, a volte fedele all’originale, a volte re-interpretato secondo inediti incroci di stile. Un pò come una Rock band che suona a proprio modo la cover di un proprio idolo. Direi come gli Oasis che fanno My Generation come atto d’amore nei confronti degli Who e non come Little Tony che ha fottuto una Spada del cuore a Battisti e dice ancora in giro che è roba sua. Ecco April 77 è un po’ cosi.

Cenni storici:

Paul Gorman

Look: Avventure della moda nel pop-rock

Arcana editrice

Alcune informazioni su April 77 sono tratte da un articolo apparso sul magazine Pig di Novembre a cura di  Ilaria Norsa e dal sito www.april77.fr.

 

 

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My sinth is bigger than yours:
Moog Theremin

( Novembre 2006 )

la nostra gallery retro-futurista di oggetti e delicatessen smanettone non poteva che partire dal precursore di ogni sintetizzatore, ovvero il Theremin. Inventato intorno al 1920 dallo scienziato russo Leon Theremin, questo sintetizzatore si può considerare a tutti gli effetti il primo strumento elettronico al mondo. A vederlo altro non è che uno scatolone con due antenne posticce ( però che stile.. ) ma la peculiarità che ne ha decretato il fascino e l’aurea misterica sta nel fatto che si suona interamente con le mani. Grazie direte voi e la chitarra con cosa la suoni, con il culo? Beh un  po’ si, ma qui intendo che si producono suoni muovendo le mani all’interno del campo magnetico creato dalle due antenne e si producono suoni strani e misteriosi. Proprio  da questa spinosa questione nasce la raccomandazione di Clara Rockmore, unica virtuosa del Theremin al mondo e oggi ultra ottantenne che non si stanca di sostenere nelle varie prefazioni all’uso del sintetizzatore come il Theremin sia uno strumento serio alla stregue del violino o del violoncello  e non un giocattolo magico con cui produrre suoni strani e sciocchi. Ebbene io dico che Clara Rockmore è una vecchia troia e il Theremin uno lo usa un po’ come cazzo li pare. In effetti, dopo una parentesi colta durata durata sino agli anni 30 in cui il Theremin venne ben accolto all’interno dei circoli accademici ( ne furono fan Toscanini, Rachmaninov e il magnate dell’industria Henry Ford ) il Theremin cadde nel dimenticatoio per essere poi riscoperto nei tardi anni 50 ed impiegato per le colonne sonore di film. Infatti i Theremin meglio prodotti sono proprio i modelli valvolari vintage prodotti dalla Rca negli anni trenta i quali però a causa della limitata produzione e  dei costi altissimi sono praticamente introvabili. Nei tardi anni 50, grazie alla riscoperta dello strumento dovuto in gran parte alla nascita della fantascienza cinematografica, il Theremin viene prodotto in scala, sebbene a transistor.  La produzione migliore e che meglio si avvicina ai Theremin degli anni trenta è ad opera del mitico Robert Moog, il cui logo-nome campeggia su alcuni dei synth più fighi mai costruiti nella storia e che prosegue tutt’ora. Alcuni fulgidi esempi dell’utilizzo del Theremin in ambito cinematografico sono: “ Io ti salverò di Alfred Hitchock, Ultimatum sulla terra, la Guerra dei Mondi, l’invasione degli Ultracorpi sino alla sigla iniziale di Star Trek, che consacra definitivamente il Theremin come lo strumento smanettone per eccellenza, specie su suonato nudi con adosso solo un paio di orecchie da dottor Spock. Avete presente la sigla dei Simpson durante gli speciali di Hallowen o il Jingle che accompagna sempre la comparsa dei due alieni? Ecco quello è il Theremin. Lo strumento è davvero di una stupidità disarmante e nessun uomo sano di mente potrebbe spendere dei soldi per acquistare un pezzo di legno che produce dei sibili incontrollabili simili a dei vagiti di piccoli vitellini, e per questo come voto diamo un bel 7. Merita di più direte voi? si certo ma si tratta comunque di uno strumento ancora in produzione e a transistor, non un vecchio valvolare che avrebbe meritato tutta la nostra stima incondizionata.

 

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My sinth is bigger than yours

( Novembre 2006 )

No,non è una rubrica per aspiranti onanisti, ma la prima di una serie di campagne promosse da electroboogo.com rivolte alle sottospecie più particolari di pop-umanoidi. A tredici anni invece del blasonato Commodore 64 sfoggiavi fiero il tuo spektrum? Hai un orologio con calcolatrice? ( i modelli ultra fighi di Paul Frank non valgono, l’orologio con calcolatrice per antonomasia è e sarà sempre il Casio color fumo di Londra ) sei un fan di Star Trek? Ma soprattutto sei affascinato da tutto ciò che possiede manopole,tasti e tastierine quasi fossero i capezzoli di una donna? Allora puoi finalmente approfittare di questa campagna per mettere in mostra i tuoi figliocci digitali, i tuoi Sinth che nessuno capisce e che per anni hai tenuto nascosto per colpa dell’avvento del Grunge. Cerco foto della tua creatura con allegato una descrizione del rapporto emotivo e spirituale che ti lega al tuo Sinth e potrai condividere con me il tuo feticismo analogico. Parteciperai così al concorso  My sinth is bigger than yours è potrai vincere il più prestigioso dei premi, la gloria assoluta. E forse anche un paio di orecchie da Dottor Spock. Ma non prometto niente.

 

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La techno è una cosa seria

( Febbraio 2007 )

“ La storia della techno non comincia dalla Detroit dei primi anni 80, come spesso viene sostenuto, ma nella Dusserdolf dei primi anni 70 dove i Kraftwerk impiantarono la loro fabbrica di suoni Klingklang sfornando brani pionieristici come Autobahn e Trans Europe Express realizzate con Sinth e batterie elettroniche ( Simon Reynolds ndr). Per uno di quei bizzarri loop che contraddistinguono la storia del pop gli stessi Kraftwerk furono influenzati dal sound di Detroit, in particolare dalla rivoltosa carica di adrenalina di MC5 e Stooges ( la cui componente noise si deve secondo lo stesso Iggy Pop al clangore delle fabbriche della motor city ). Come altri gruppi kraut rock  ( Can, Faust e Neu!) i Kraftwerk si ispiravano anche al minimalismo mantrico e ai ritmi anti rhytim and blues dei  Velvet Underground  ( Jhon Cale produsse anche il primo disco degli Stooges ). Sostituendo chitarre e batterie con pulsazioni di Synth e ritmi programmati  e portando i bpm alla serena velocità di crociera del loro Motorik, i Kraftwerk risultano al tempo stesso post rock e proto techno. L’impatto che il gruppo teutonico ebbe sulla comunità afro americana è impressionante e denso di mistero.  Le motivazioni  vengono ben sintetizzate dalle parole del pioniere della Techno  Carl Craig il quale afferma “ erano talmente rigidi da sembrare funky “ ovvero “ erano talmente bianchi da sembrare neri “. Fu soprattutto la comunità nera di Detroit a subire il fascino dei Kraftwerk. Il rigore teutonico e la glaciale grandeaur della loro musica erano in perfetta sintonia con i  gusti eurofili dei giovani intellettuali neri middle-class e accesero la fantasia di tre compagni di liceo Juan Atkins , Derrik May  e Kevin Saunderson a cui va attribuito il merito di aver inventato la Techno di Detroit. Da Cosmic cars di Cybotron, uscito nel 1982, all’omaggio di Autobhan del 95 Landcruising di Carl Craig sino all’internazionalizzazione del sound ad opera della seconda generazione (  Ritchie Hawtin  e  Jhon Aquaviva  ) il sound di Detroit si è mantenuto fedele alla celebre descrizione di May: Come se George Clinton  e i Kraftwerk rimanessero chiusi in ascensore con un sequencer come unica compagnia ( Simon Reynolds ndr ). Nato dal grembo di un gruppo di intellettuali middle-class, la Techno di Detroit si carica fin da subito di significati extra-musicali in particolare il concetto di “ nostalgia del futuro “ espresso attraverso un suono duro, robotico, dissonante. Una forma di glaciale intimismo, una struggente visione mentale. La componente concettuale che si cela dietro le prime produzioni del trio di Detroit è impressionante. Attraverso una sintesi tra la Terza Onda di Alvin Toffler e della Zohar ebraica i nostri sostenevano che “ interfacciando la spiritualità degli esseri umani con la matrice cibernetica ci si poteva trasformare in realtà super-umane digitalizzate. “ In linea con la numerologia Zohariana Rick Davis ( co-fondatore del gruppo deep-space insieme ad Atkins ) si faceva chiamare 3070. A Detroit tutti erano convinti che i componenti di Cybotron fossero dei bianchi mittle-europei ed in effetti ben pochi elementi suggerivano il contrario, facendo di Cybotron l’anello di congiunzione mancante tra i New-Romantic e Neuromancer di Gibson, romanzo che diede il LA al movimento cyber-punk e a cui la cinematografia contemporanea deve davvero molto. Se la prima ondata Techno raggiunse il culmine intorno al 1988-89, fu in realtà la seconda generazione di produttori e dj ad estremizzare i lati più oscuri e celebrali del movimento. In particolare due etichette, due collettivi di Dj e produttori raccolsero l’eredità della prima ondata, ormai sempre più distante da Detroit per i numerosi impegni in Europa ( Strings of life ebbe una popolarità inaudita all’interno della scena rave  europea ): Underground Resistance e  +8. In particolare il collettivo Underground Resistence si  faceva portavoce di una militanza astratta dai caratteri para-militari: Gli UR si presentavano ( si presentano tutt’ora ) come guerriglieri sonori impegnati in una guerra contro l’industria musicale main-stream. A parte l’ovvio paragone con i Public Enemy e la loro milizia security of the first world  la militanza degli UR si avvicina anche all’esperienze di terrorismo chic dei front 242 ( pionieri belgi del genere Hardcore ). il movente insurrezionalista degli UR aveva radici profonde e culturali, ( basti pensare che le uscite in vinile venivano identificate solo attraverso slogan come: La chiave per avanzare è sonora, a cavallo tra  l’esperienza estetica dada e la strategia comunicativa tipica del situazionismo ) in linea con la dialettica che contraddistingue tutta la musica pop nera impegnata. La tensione tra militanza e misticismo. Da una parte c’è una stirpe di agitatori culturali tendente a innalzare il livello di coscienza e a indirizzare la collera nella giusta direzione:  Last Poets, Gil Scott Heron, Public Enemy, dall’altra la tradizione degli esoterroristi della fantascienza nera e sognatori di altri mondi: Sun Ra, George ClintonJimi Hendrix, Lee Perry. Con il suo immaginario spaziale, la maggior parte della Techno di Detroit appartiene al secondo schieramento, agli afro-futuristi che trascendono l’oppressione subita sulla terra viaggiando lungo le strane vie celesti dell’immaginazione. Gli UR in particolare sembravano subire il fascino del carattere inumano ed inospitale di Saturno. Mentre la maggior parte delle evocazioni spaziali della techno sono leziose e manieriste, il sound UR è aspro e desolato. L’album x-102 ad esempio è indubbiamente un concept album. Ad ognuno dei tre anelli di Saturno è dedicato un brano, così come ad ognuna delle sue nove lune. Le note di copertina forniscono informazioni sulla composizione e le possibili origini dei satelliti e degli anelli del pianeta. Nella versione su vinile i solchi sono disposti in modo da corrispondere alla larghezza effettiva degli anelli e alla distanza tra di essi, tutto in perfetta scala. I primi tentativi sonori degli UR suonano terribilmente simili alle prime esperienze hardcore e gabba dei gruppi del benelux e questo spiega la reticenza da parte del pubblico Europeo colto e musicalmente preparato nei confronti di una produzione musicale spesso ridotta a compilation con terribili copertine e titoli terrificanti che hanno relegato la Techno a mero genere di consumo, spesso indirizzata a decelebrati ragazzini impasticcati e svuotandola di ogni sua valenza socio-culturale. La totale marginalizzazione e successiva strumentalizzazione della musica Techno ( soprattutto in Italia ) è dovuta in parte anche dalla sua totale esclusione dai circuiti musicali underground ( in particolare centri sociali e club alternativi al circuito delle discoteche ) sulla base del preconcetto talaltro ampliamente smentito, di un relazione tra la musica Techno e la cultura di destra. Per anni centri sociali e club alternativi hanno bandito la musica elettronica ( in particolare la techno ) dalla loro programmazione alimentando così il suo processo di marginalizzazione. Laddove la musica elettronica è compenetrata all’interno della cosiddetta cultura alternativa si sono registrate le esperienze musicali più interessanti. Un caso su tutti quello di Torino, da sempre fucina di suoni ed esperienze musicali diverse ( Rock, Reggae ma anche elettronica proposta e suonata all’interno dei circuiti alternativi ) che ha dato origine ad un gruppo sensazionale ed assolutamente anomalo per il panorama pop Italiano come i Subsonica, il cui eclettismo stilistico e capacità di sintesi tra mondi inconciliabili ( soprattutto in Italia ) rappresenta davvero un caso sintomatico. Il titolo del nuovo disco dei Motel Connection, progetto dance-oriented che vede coinvolto Samuel dei Subsonica, si intitola  “ Do i Have a Life? “, come una canzone, indovinate un po’, degli Underground Resistance. La Techno è dunque una cosa seria, almeno così dovrebbe essere. Lester Bangs,  nella sua folgorante carriera giornalistica per testate come Creem e Rolling Stones fece due grandi errori di valutazione: Il primo riguardante il nascente fenomeno dell’heavy Metal che nei primi anni 80 cominciava lentamente il suo processo di sedimentazione attraverso la comunità Rock Britannica e che Bangs liquidò come un fenomeno marginale destinato ad estinguersi nel giro di pochi mesi ( riferendosi ad esempio agli Iron Maiden ) ed il secondo inerente alla nascente scena pre-house e techno ( nata dalle ceneri dell’ormai decadente fenomeno della disco-music ) che arrivò ad odiare e bistrattare, assecondando l’atteggiamento condiviso da tutta la comunità rock ( addetti ai lavori, giornalisti e band comprese ) e dalla gran parte della stampa specializzata del periodo. Poco male per Bangs, giornalista brillante e fonte continua di ispirazione per chiunque voglia intraprendere questa carriera, pure lui come tutti noi avrà fatto qualche cazzata. In realtà l’odio latente della comunità rock nei confronti dell’universo propriamente considerato “ dance “ di cui tutt’ora sentiamo gli strascichi è vecchio come la guerra tra Guelfi e Ghibellini e affonda le sue radici in profonde questioni sociali e culturali. Purtroppo la scarsa considerazione della stampa specializzata nei confronti della musica dance, ma estenderei la cosa a tutta la musica elettronica in genere, così come la difficoltà nell’afferrare  le dinamiche complesse e nuove ( la totale assenza di uno star system costellato di volti da mettere in copertina, il frequente cambio di nome da parte dei produttori ecc ) di un fenomeno così effimero e rivoluzionario a fatto che non si sviluppasse, a differenza di quanto successo nel mondo del pop e del rock, una coscienza critica in grado di legittimare culturalmente la scena che tutt’oggi appare relegata negli angoli più marginali e bui della cultura musicale contemporanea. La musica elettronica ( sia il frangente più dance incarnato dalla techno e dalla house che quello più sperimentale e glitch ) ha perso, nel corso degli anni 80, il suo carattere sovversivo ( come del resto è successo con il Rock’n Roll prima e con il Punk poi ). Persino la musica house, apparentemente innocua e priva di edulcorazioni sociali impegnate, è un sound che nasce in seno alla comunità afro-gay Americana di Chicago e che dunque che incarna il magnetismo tribale, il gusto funk e soprattutto la carica innovativa e priva di compromessi di chi è abituato a vivere ai margini. L’house di Chicago nasce da una doppia esclusione: non solo la sua matrice era nera ma nera e gay. Una forma di assoluta dissidenza culturale. Essere neri poteva significare avere qualche problema coi bianchi. Essere neri ed essere gay significava di certo avere problemi con tutti, persino col proprio vicino di casa. Nel 1979 lo scontro da teorico si spostò su un piano pratico: Nasce il movimento Disco Sucks! Il cui scopo evidente era quello di abbattere qualunque forma di disco music presente e futura presente sulla terra. In uno scenario apocalittico degno di Fharaneit 451 durante l’incontro di baseball tra Chicago White socks  e Detroit Tigers il dj  Steve Dhal  invitò il pubblico a portare i propri vinili di disco music ( ma anche di funky e black Music ) e di bruciarli. Si calcola che quel giorno bruciarono qualcosa come 100.000 vinili. Il fenomeno disco-sucks rievoca gli incendi dei libri sovversivi o le mostre di arte degenerata organizzati dai nazisti, moderni spettacoli in stile Kulturkampf in cui emergeva che la disco music era priva di radici, falsa, decadente e tradiva il principio virile dell’unica autentica musica americana, il rock’n’roll. La fobia anti disco no fu solo prerogativa dei rocker bianchi, anche  molti neri la criticavano considerandola una parodia senza anima del funky. Chuk d  dei Public Enemy fornisce questa spiegazione: “ È una musica artificiale e priva di radici che sradica i neri dalla loro storia, è roba da gay “. La storiografia ufficiale pone quel giorno come la battaglia di Caporetto della musica Disco. Ironicamente quel derby di baseball  si giocò tra le due città che avrebbero avuto di lì a poco un ruolo fondamentale nella storia della cultura clubbin, Detroit e Chicago.

Fonti letterarie:

 

- Symon Reynolds, Generazione ballo/sballo

- Bewster-Broughton, Last night a dj saved my life

- Ian Tudson, The story of UR

- Jhon Ludson, The story of detroit techno

- Paolo Ferrari,Anomalia Subsonica

 

 

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Placeboiata:
Your boyfriend looks like a girlfriend

( Ottobre 2006 )

La comodità di scendere di casa e recarsi a piedi a vedere un concerto dei Placebo non è certo cosa da poco. Dopo un’orgia di bianchi e cicchetti vari al Frà Goloso e raggiunta la soglia alcolica necessaria per affrontare un concerto Rock, l’allegra cumpa si incammina in direzione del palazzo. Non nascondo che i Placebo non sono certo tra i miei gruppi preferiti, altresì non faccio mistero della mia predilezione estetica per l’universo glam fatto di lustrini,  paiettes e uomini barbuti truccati. Di certo i Placebo non sono i Roxy Music e probabilmente dovrebbero baciare il culo ben depilato di gruppi come Pulp o Suede, ma ad ogni modo di Rock si tratta e a noi il Rock ci piace come concetto, a volte anche a prescindere dai gruppi. Mentre mi perdo in queste considerazioni mi accorgo di aver fatto un’enorme cazzata. Il lungo tragitto da casa mia al palazzo vanifica lo sforzo alcolico compiuto poc’anzi e mi trovo così in prossimità della cassa accrediti praticamente sobrio. Condivido quest’amara considerazione con il mio amico Dario e ci facciamo coraggio a vicenda. Il palazzo è gremito. Uno si aspetterebbe di vedere un sacco di ragazzini efebi pettinati come Morrisey e vestiti di un bel nero corvino, una massa di teen-ager con il rimmel che limonano avidamente facendo sfoggio gratuito della loro ambiguità sessuale, oppure un bel po’ di giacche di taglio edoardiano, magari con delle pins di gruppi fighi da art college inglese tipo Smiths, Interpol, Franz Ferdinand, insomma roba per uomini della terra di mezzo. Uno va ad un concerto dei Placebo anche per questi motivi. Uno vuole vedere delle giovani donne sofisticate che mangiano solo yogurt e ripetono ad alta voce quanto siano infelici. Uno vuole vedere un esercito di piccole Wynona Rider. Io ho una maglia di Hendrix che da sola dice “ sono un dinosauro del Rock, sono venuto solo a rompere le palle. W gli Zeppelin. “ La cosa più glamour che ho visto è stata una baldona sovrappeso che, tentando di arrampicarsi sulla schiena di un suo amico, ha fatto scivolare fuori dai Jeans un culone enorme avvolto da una mutandazza di Dolce e Gabbana. La scritta Dolce e Gabbana sull’elastico si è deformata a tal punto a causa del culone fuori misura che per un attimo ho avuto la sensazione che esplodesse. Poteva ferire qualcuno. Poi partono i Placebo che dovrebbero essere in tre, invece sono in cinque. Ci sono, nascosti nella penombra ai bordi del palco, un ulteriore chitarrista ed un bassista. Il sapiente gioco di luci sembra volerli escludere dallo show, come a dire “ hey ragazzi fate finta che questi due non ci siano, sono un elemento marginale dello show, noi siamo un power-trio come i Muse e spacchiamo il culo a tutti “. Invece i Placebo non sono i Muse e devono suonare in cinque per tentare di emanare un minimo di vibra Rock. Come Ligabue, che suona con 123 chitarre. L’unica cosa di Rock che c’è, è la puzza. Arriva Special Key, l’unica canzone che ho riconosciuto perché si chiama come i miei cereali preferiti e molti finalmente ballano. Ci sono pure due giovani ravers che si agitano ben oltre i bpm del brano, probabilmente abituati al remix di Timo Maas, l’unico motivo per cui sono lì è quel remix ballato a Ibiza due anni fa, per il resto dei Placebo non sanno un cazzo. Si sono pure mangiati una chicca e ovviamente gli ha preso male perché il live è più loffio di una purea di patate. Dopo un’ora e mezza di flaccidissimo pop-rock edulcorato i Placebo se ne vanno e non fanno nemmeno Pure Morning, il loro brano più famoso, in un delirio di onnipotenza che sembra dire “ Hey abbiamo altri pezzi validi oltre a Pure Morning, smettetela di romperci le palle, ascoltate il nuovo disco! “. Bob Dylan può decidere di non fare più Blowin in the Wind, non tu, viso pallido. Il resto è un delirio di alette di pollo, birre e buona compagnia.

 

 

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Jalisse:
Una piaga del nostro secolo

( Dicembre 2006 )

Tra le numerose piaghe che affliggono il nostro pianeta, io credo almeno tra le prime cinque, vanno annoverati i Jalisse. Inutile perdere del tempo a soffermarsi sulla produzione musicale del mefitico duo, sarebbe troppo facile perdere la pazienza e soprattutto equivarrebbe a sparare sulla croce rossa. La musica dei Jalisse è brutta, ma forse non più brutta di quasi tutta la musica leggera Italo. Quello su cui mi soffermerei e su cui davvero ci sarebbe da incazzarsi è il look di questi due cialtroni. Sono terrificanti a dir poco. Un concentrato di tammarragine davvero con rarissimi paragoni. Sembrano usciti da un catalogo di postalmarket giallognolo del 1981. Il tizio poi è davvero, davvero troppo. Avete presente quando comprate un rasoio elettrico modello pellagra nel negozio dei cinesi? avete presente il tizio riportato sulla confezione del suddetto rasoio che in genere ha una barba squadratissima e un espressione attonita? eccolo, è lui. Ad ogni modo vi chiederete voi cosa centrano i Jalisse con noi, assolutamente nulla, se non che stamane ho appreso che i Jalisse saranno tra i protagonisti della prossima edizione del Festival di Sanremo, pare con una canzone scritta da una giovane promessa dell’Italo pop, Rita Levi Montalcini. Nemmeno Philip Dick avrebbe osato immaginare tanto. Ad ogni modo l’occasione è ghiotta per proporvi di seguito un breve estratto letterario tratto  da un romanzo porno-psichedelico diffuso sul finire dei 90 nel circuito underground. Il romanzo, scritto a quattro mani pare da due malviventi con la passione per la musica folk, ha un titolo curioso, una vita in cancrena. Nel capitolo in questione si parla appunto dei Jalisse e con una breve istantanea colma di talento letterario gonzo davvero raro, si sintetizza alla perfezione il rapporto tra individuo-fama-caducità del tempo. Di qui nasce anche il detto, ormai entrato nel linguaggio comune, ” speriamo di non fare la fine dei Jalisse. ”

Gamedeo, un simpatico coatto romano, un giorno incontrò sull’autobus il tizio dei Jalisse, quello orrendo con la barbetta che mi pare si chiami Fabio Ricci o qualcosa del genere. Gli si avvicinò e disse ” ma tu, perchè prendi l’autobus, che sei il chitarrista solista dei Jalisse?

Da ” Una vita in cancrena ” romanzo bandito dalla curia episcopale nel 2001.

 

 

 

 

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Shitdisco:
Kindom of fear

( Aprile 2007 )

Restando in tema di party-band il nome degli Shitdisco non è certo l’ultima cosa arrivata, sebbene Kindom of fear, primo disco della band, sia uscito solamente da un paio di mesi. In realtà la mia copia mi è arrivata solo stamattina e dato che volevo ascoltarlo tutto prima di parlarne accuratamente, ho dovuto rimandare di un bel po’ questo pezzo. Questi tuttavia sono alterchi che riguardano esclusivamente me e le poste Italiane e di cui probabilmente non fotte un cazzo a nessuno. Torniamo agli Shitdisco, nome dicevamo piuttosto chiacchierato nell’ultima stagione discografica e che si inserisce nel pieno di quel  mood disco-punk che tanto sta facendo vibrare i nostri cuori da un po’ a questa parte. In realtà del quartetto di Glasgow si vociferava già da tempo, e per tempo intendo diversi anni. Pur accostati alla scena cosiddetta nu-rave e spesso associati ( per motivi di marketing e di sensazionalismo vario ) a band come Klaxons, Sunshine Underground, New Young Pony Club, in realtà gli Shitdisco bazzicano tra cinetica disco ed irruenza punk già da qualche anno. Era il 2005 quando il devastante singolo-missile patriot da dancefloor  I Know kung-fu lato a Disco blood  lato b - e porca troia che lato b- usciva sul mercato e faceva impazzire molti ( tra cui il sottoscritto ) di coloro che avevano trovato House of Jealous Lovers dei Rapture come il pezzo che ci avrebbe portato nel futuro della party-music. Insomma gli Shitdisco non hanno fatto in tempo a saltare sul treno del nu-rave perché sono arrivati in stazione troppo presto e non hanno avuto cazzi di aspettare che passasse il treno. Appena lasciata la stazione, magari per una birra al bar, ecco quel cazzo di treno arrivare ed una manica di deficienti fluorescenti corrergli dietro e salirci di corsa. Ecco perché Kindom of Fear  non è poi così spiazzante. Esce con parecchi anni di ritardo e, che vi piaccia o no, il tempismo è una cosa da non sottovalutare nella musica pop contemporanea. Non voglio dire che sia un disco brutto ( ben altri sono i dischi brutti  ) ma questo ipercinetismo da mangiatore di pastiglie non fa poi così breccia nel mio cuoricino, e con tutta l’indulgenza che si può avere con i pionieri, tutta la faccenda appare allo stato attuale  un po’ trita. In teoria, tolto l’hype e l’eccitazione del momento, dovrebbero restare le canzoni ( intese come melodia, strofa, ritornello eccetera ) che però non sono belle come quelle dei Sunshine Underground. Non hanno cioè la vitalità pop necessaria per sopravvivere anche al di fuori del contesto prettamente party e quindi non si sa che farsene se non si è belli carichi ad un pigiama party con un gruppo di aspiranti attricette vent’enni e qualche amico Rocker in rovina. Il disco contiene tutte le vecchie produzioni della band e fa una certa impressione vedere che alcune risalgono al 2003. Ad ogni modo della faccenda di aver perso il treno eccetera agli Shitdisco sembra non fregargliene un cazzo. Non fanno come i Dinosaur Jr che vanno ancora in giro dopo quindici anni a dire di aver inventato il Grunge  ed i Nirvana o il tizio che gira per Venezia dicendo di aver scolpito lui i leoni di San Marco. Entrambe le cose sono probabilmente vere, ma alcune merde bisogna mangiarsele da soli al bancone del bar senza recriminare un posto che la storia ti ha negato rompendo le palle al prossimo. Questi quattro beoni ci hanno messo quattro anni per incidere un disco che non dura neanche quarantacinque minuti e non ha certo le tessiture armoniche e/o concettuali di Stg. Pepper perché hanno passato gli ultimi anni della loro vita a sbronzarsi e a girare l’Inghilterra con il loro sound-system improvvisando session,concerti e rave-party in location e situazioni che avrebbero scoraggiato anche uno Jedi. Questo è Rock ‘n’ Roll. Dopo il successo fulminante del loro singolo d’esordio ( I know Kung-fu lato A e Disco Blood lato b…vi esorto…procuratevelo! ) se la sono spassata e non hanno minimamente pensato di cavalcare l’onda, probabilmente perché il loro cervello era troppo offuscato per intuire le potenzialità di svolta che di li a qualche hanno avrebbe avuto la scena musicale Inglese. Ora i Klaxons hanno probabilmente un sacco di groupie, t-shirt gratis e tutto il resto, ed i Rapture  faranno i dollaroni con la loro tournè Americana, ma il rock non è fatto di calcoli, al massimo di calcoli renali.

 

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Deerhoof:
Friend opportunity

( Gennaio 2007 )

La prima volta che ho ascoltato i Deerhoof (non ricordo con precisione cosa, forse Reveille ) pensavo di avere impallato lo stereo e di aver sfondato l’amplificatore, o in alternativa di aver fumato davvero troppo. Seguendo i tradizionali criteri di fruizione musicale risulta davvero impossibile tentare di far comprendere a qualcuno che non li conosce cosa cazzo suonino i Deerhoof. Se consideriamo che la musica trasmette delle sensazioni ( emotive ma talvolta anche fisiche ) direi che lo status che meglio rappresenta la musica dei Deerhoof è quel mal di testa cronico e pungente che spesso da anche una forte sensazione di nausea. Frughiamo ogni sospetto: Non il mal di testa che scaturisce quando si ascolta qualunque merda incisa da Yoko Ono e nemmeno la nausea che ti prende quando innavertitamente ascolti i Pooh. Piuttosto quel mal di testa da abuso, causato cioè dal sovraccarico di stimoli e di imput ( naturali o indotti dalla chimica poco importa, il principio è il medesimo ) a cui viene sottoposto il proprio organismo. Ecco i Deerhoof sono un po’ così, da usare con estrema cautela. Laceranti esplosioni, urletti in stile sala parto, melodie meravigliose interrotte da spasmodiche accelerazioni e bruschi cambi di registro, musica che letteralmente scardina ogni idea di musica. Inutile negare che i Deerhoof si muovono in quella desolante terra di nessuno che sta a cavallo tra indie e garage, ma rispetto al manifesto programmatico del “ movimento “ e all’attitudine simil-intellettualoide e cagacazzi dei gruppi garage ed indie ( Blonde Redhead , Sonic Youth ) i Deerhoof sono divertenti al limite del demenziale e cosa ancor più ammirevole sembrano divertirsi davvero molto. A scanso di equivoci, adoro sia i Blonde Redhead che i Sonic Youth , ci mancherebbe, ma anche il più stronzo e fissato garage rocker non può dire che siano gruppi divertenti o che si possono prendere per il culo. Pochi cazzi, ai concerti dei Blonde Redhead si va seri e possibilmente con un espressione corrucciata e assorta che trasudi esistenzialismo da tutte le parti. Ai piedi del palco ci si guarda carichi di empatia, convinti di appartenere ad un elité intellettuale depositaria unica e inviolabile del sacro verbo dell’indie rock. Chi ha una giacca di velluto nel proprio guardaroba, di certo la indossa per l’occasione. Se vogliamo considerare i Deerhoof un gruppo garage ( ed in parte lo sono di certo ) dobbiamo probabilmente pensare piuttosto alle esperienze radicali di Captain Beefheart, ma così facendo avremo comunque colto solo una piccola parte del loro immaginario musicale. Dovremo senz’altro tirare in ballo l’istrionismo bizzare dei Devo, così come il fronte più sperimentale del Krautrock ( Can ). Il drummin astruso e potentissimo porta alla memoria gli  Who  ( Keith Moon ).  Il songwriting, la grafica, l’atteggiamento volutamente infantile richiama alla mente il movimento artistico Americano di fine anni 80 Child-Arts. Eppure ancora non ci siamo del tutto. Friend opportunity, uscito recentemente, mette un po’ di chiarezza all’interno di quel caos musicale che sono i Deerhoof. Allo stato attuale è l’unico disco dei Deerhoof che riesco ad ascoltare dall’inizio alla fine senza che mi prendano gli spasmi. I tratti salienti della band restano tutti, dall’umorismo infantile diffuso, al low-profile della produzione, ai suoni sgangherati ed astrusi ( garage jazz? ) che sembrano non portare mai da nessuna parte e che improvvisamente ti regalano 25 secondi di melodia capaci di dare senso ad un intera esistenza. Il resto è noise, brusii da condizionatore d’aria rotto, risatine isteriche su ritmi impazziti. Non so che cazzo altro scrivere su questo disco, mi arrendo. Greg, batterista e mentore della band, sostiene che i Deerhoof siano qualcosa che ha a che fare con i sogni. La perfetta combinazione di stranezze, bambinerie, giochi, sciocchezze e arte. Direi che ci siamo.

 

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Beck:
The information

( Settembre 2006 )

Ora, chiaro è che qualunque disco di Beck, per quanto merdoso,  sarà di certo superiore a moltissima fuffa che ci viene propinata. Ma guardiamoci in faccia. The information, ineccepibile sul piano stilistico ( ci mancherebbe altro, c’è Nigel Godrich che tenta una via di redenzione buttando qualche sample qua e là , ma pure lui pare a corto di miracoli da un po’ di tempo e da l’impressione di aver finito le carte magia dal suo deck ndr ) è bruttino. Il motivo è semplice, certe sonorità e certi escamotage creativi ormai appartengono al nostro dna musicale e non stupiscono più. Fa un errore grossolano Beck, quello di pensare che il suo eclettismo, il suo stile innovativo ( 10 anni fa certamente, ma ora? ) siano condizioni sufficienti a fare un buon album, dimenticandosi ad esempio di scrivere delle canzoni decenti. Ok il packaging del cd è figo, soprattutto gli stickers. Allora fai un album di stickers, magari da comprare in edicola. Il logo e la cover sono fighi, ma assomigliano terribilmente a tutto quello che ora va di brutto ( un po’ low-fi, un po’ videogioco anni 80 stile flux, un po’ copertina da smanettone di micro-music e chip sound ndr ). Anche l’idea dei video fatto coi telefonini dovrebbe comunicarci che sei uno sintonizzato sui nostri bpm, uno che ci sta dentro, ma i Beastie Boys hanno fatto una cosa più figa della tua dando delle telecamere ( semi-professionali, non dei cazzo di telefonini ) al pubblico durante i concerti e realizzando poi un dvd con le riprese amatoriali. Se dunque  l’unico motivo per cui The Information dovrebbe essere un buon disco è che contiene una sequela di ottimi esercizi di stile che caricaturalmente sintetizzano il Beck pensiero, allora ok è un buon disco, ma non aggiungerà nulla che già non sapevate di lui. Ci ha provato Beck a fare , ad esempio, un disco interamente acustico e ne è uscita una porcheria melensa come Sea Change. Con l’album Guero ( Guerolito,Guero Remix e via dicendo ) è tornato sui suoi passi riproponendo la ruvida miscela di funk, blues, sixites sound e rumorismi urban tanto cara ai suoi fan ( sottoscritto compreso nrd ). The information parte esattamente da lì, con qualche digressione in più verso l’Hip-Hop ed un sound vagamente break ( bassline acidognole, molto Herbie Hancock, Cyboyton ecc ). La sensazione che trapela dunque è quella di un oblio  non tanto creativo quanto compositivo a cui pare siano sottomessi molti dei rivoluzionari geni del linguaggio musicale pop di fine anni 90,  morbo che lo accumuna ad esempio al debutto di Tom Yorke solista alle prese con un album interamente in laptop che se ha stupito la frangia dei fan rockettari, ha fortemente deluso gli ascoltatori con maggior bagaglio elettronico. Difficile forse per questi ex-ragazzi cimentarsi con il peso della propria leggenda, forse perché come molti dei geni del nostro secolo in pochi anni hanno detto e dato tutto, anticipando profeticamente e in tempi non sospetti le evoluzioni che la musica pop, naturalmente  ha seguito.

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Music & Downloads

** MIXTAPE **

*MIXTAPE - LATE NIGHT I DANCE ALONE -

*MIXTAPE - LATE NIGHT I DANCE ALONE part II -

** REMIX **

* BASEMENT JAXX - JUST ONE KISS - ELECTROBOOGO BOOTLEGONE REMIX

* PLANET FUNK - LEMONADE - ELECTROBOOGO REMIX

* WORA WORA WASHINGTON - DAJA - ELECTROBOOGO PUNKY FUNKY REMIX

** SONGS **

* THE GARAGE PUSSYLOVERS

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