American Apparel:
The style Grid

Non sono un fan della prima ora del brand American Apparel. Per dirla tutta, le prime cose che mi è capitato di vedere mi facevano cacare e mi facevano venire in mente cose tipo le foto delle copertine dei vhs con Barbara Bouchet che ti insegna a fare aerobica o la tipa che insegnava ginnastica a quelli di Amici e che poi hanno cacciato su media-shopping a vendere delle cose perchè era diventata troppo cicciona. Il mondo di riferimento del brand è costellato da costumi interi in lycra lucidissima, t-shirt slabbrate dai colori sgarcianti indossate da tipe con l’aria sfatta ma molto sofisticata, calzini in spugna come quelli che mi comprava la mia mamma ai magazzini Davanzo con l’immancabile tricolore e la scritta Italia 90. Ma soprattutto i fouseaux, noti anche con il termine volgarizzato di ” ciclisti ” perlomeno dalle mie parti. Ad ogni modo un vero capo-feticcio dei tardi anni 80 ( e anche primi anni 90, soprattutto nella variante li metto sotto i Jeans strappati, anzi a brandelli, come Hulk dopo che è tornato normale ) I foseaux di American Apparel coprono una gamma di colori vastissima, da ogni tipo di viola mai apparso sulla faccia della terra al giallo canarino, fino alla conturbante variante zebrata e/o leopardata che farebbe invidia ad ogni matta del paese. ( si sa che tendenzialmente ogni paese ha una matta e che di norma questa indossa dei fouseaux e/o ciclisti ). Tutto questo prima che mi capitasse di visitare il negozio monomarca che A.A ha recentemente aperto in Porta Ticinese a Milano e che mi ha fatto un pò ricredere. Oltre ad avere acquistato un bel po’ di mutande dalle colorazioni insolite ( tipo culo marrone elastico panna, oppure culo viola elastico bianco ) e una felpa viola Tim Burton in pura ciniglia ( ” potrò usarla come asciugamano nel caso si infeltrisse al primo lavaggio “, ho pensato mentre gingillavo incerto sull’acquisto..poi invece anche dopo diversi lavaggi è ancora perfetta ) ho avuto finalmente modo di approcciarmi alla filosofia del brand, anzi del no-brand per dirla alla Naomi Klein, e di vedere da vicino un bel po’ di capi niente male.

La prima cosa che ho notato è che, effettivamente, le foto pubblicate sui vari magazine di moda hanno privilegiato l’aspetto più fluo nuravers anni80 partypeople hoiraybanbianchi del brand, più che altro perchè è quello che balza immediatamente agli occhi dato la totale essenza di elementi decorativi ( stampe, loghi eccetera ) sui capi: Ma ho scoperto che non mi bisogna per forza essere gay per trovare qualcosa di figo. Le due caratteristiche principali del brand sono infatti il colore ( predominante, assoluto, effetto pantone ) ed il materiale ( bisogna effettivamente toccare ogni capo per rendersi conto della qualità e della particolarità dei materiali utilizzati ), entrambe caratteristiche che difficilmente si possono trasmettere con una campagna promozionale fotografica destinata al grande pubblico. I capi American Appareal ( maglieria, pantaloni, intimo ) come già accennato sono infatti privi di qualunque tipo di decorazione o di stampa. Decisamente minimali, seppur coloratissimi. Dov Charney, 34 anni, senior partner e deus ex machina dell’azienda, ha le idee chiare in proposito: “ Le stampe le facciamo fare agli altri. A noi questo business non interessa “. E infatti le magliette American Apparel sono vendute sia ai negozi sia alle aziende che le personalizzano in base alla propria filosofia di prodotto. Il quartier generale del brand è nel centro di Los Angeles, in una palazzina di quattro piani dove si produce al 100% internamente senza alcun subappalto, con una particolare attenzione all’ambiente ( l’azienda si sta muovendo in una direzione sempre piu ecologica attraverso il riciclaggio di tonnellate di scampoli di tessuto e l’impiego di cotone organico ) e anche al trattamento dei dipendenti, cosa che non manca di venire ampliamente sbandierata ad ogni occasione.

Comunque l’esperienza in negozio è decisamente conturbante e assomiglia più alla visita ad un colorificio che a quella ad un negozio di vestiti. Poi quando esci la commessa ( Giapponese o Cinese ) ti chiede un sacco di dati per registrarti e avere dei vantaggi, eccetera. Io non volevo farlo, perchè mi hanno insegnato che poi queste multinazionali vendono i tuoi dati al governo ma lo facevano tutti quanti e poi c’era questa cosa che rispettavano l’ambiente e pagavano i dipendenti un dollaro e ottanta in più rispetto al contratto nazionale e tutti quei colori sgargianti e allegri e non mi andava proprio di fare il polemico e ho dato la mia mail. E adesso mi arriva una mail al giorno con foto di gente in mutande e calzini di spugna.