Architecture in Helsinky:
Places like this

Guardando gli Architecture in Helsinki non ci si può che rodere il fegato dalla gelosia. Sono ultra-nerd, hanno delle t-shirt fantastiche, delle barbe bellissime e indossano occhiali buffi senza per questo perderne in dignità. Vivono in promiscuità o almeno danno l’idea di farlo, e sicuramente fanno dei lavori fighissimi tipo il grafico o quello che da da mangiare ai delfini al parco Oltremare di Riccione. Non ne parliamo, come minimo avranno tutti il Mac, ma non il titanium che fa un po’ troppo sborrone, ma quello più piccolo, per non far pesare ai meno fortunati il loro potente potere d’acquisto datogli dai loro dollaroni Australiani. Già perché a dispetto del nome, che suggerisce un habitat da sogno tipo Jonkopin, sulle rive meridionali del lago Vattern ( da dove arrivano gli I’m from Barcellona, i quali appunto non sono affatto di Barcellona ), un paese di 81.000 abitanti dove camminando ci si può imbattere in Erlend Oye dei Kings of Convinience che pesca su una barca che sembra appena uscita dalla casa nella prateria e si passa il tempo organizzando cineforum casalinghi o confenzionando marmellate fatte in casa. Invece gli Architecture in Helsinki sono Australiani, per la precisione di Melbourne ma evidentemente hanno capito subito che lasciare in qualche modo alludere di essere Svedesi, Islandesi o comunque nordici, faceva decisamente più figo che rischiare di essere equiparati al prodotto culturale medio cacato da quella terra di vaccari che è l’Australia e che, a parte gli ACDC e Mr Crocodile Dundee non ha fatto granchè per il progresso dell’umanità. Comunque guardandoli non si direbbe proprio che sono Australiani e si capisce subito che hanno le idee molto chiare su come funziona il risparmio energetico, seguono una dieta ultra bilanciata e povera di colesterolo e sono molto sensibili alle tematiche ambientali. Il termine Architecture utilizzato nel loro nome poi, non può che chiamare a raccolta la miriade di giovani architetti ( molti dei quali Gay ) che tendenzialmente ascoltano folktronica, indie-pop, glitch e musica strampalata in genere. E’ ovvio che solo la gelosia mi muove a tanto astio. In realtà Places like this, ultimo lavoro della band pubblicato di recente, è davvero straordinario.

La gamma di strumenti utilizzati, che va dai sinth analogici cari a noi smanettoni fino a strumenti classici come tuba, trombone, clarinetto e flauto dolce fa di Places like this un caleidoscopio sonoro arzillo e vivacissimo, con dei picchi assoluti come Like or not, che sembra Beck che tenta di inchiappettarsi Prince non ci riesce e alla fine si incazza, o ancora Red Turned white, open track grooveggiante piena di deliziosa micro-elettronica da cameretta. In genere Places like this suona leggermente più spigoloso rispetto al precedente In case we die ma generalmente l’atmosfera è quella di casa e per qualche strana ragione i suoni assomigliano tutti a quelli della nostra infanzia o dell’infanzia che avremmo voluto vivere. Brani come Debbie o Same Old Innocence potrebbero essere la sigla di una Heidi futuribile o la perfetta colonna sonora di un pic-nic in un prato mentre si limona tra maschi, tipo i Pet shop boys che incontrano Belle and Sebastian. Menzione di merito anche per i cori ed in generale gli arrangiamenti vocali ( per non parlare dei testi! ); Sfidano la legge di gravità, geniali, irriverenti e davvero troppo stupidi per essere cantati da un individuo in età adulta. Insomma un album istrionico e divertente con un retro gusto amaro vagamente impregnato di malinconia per qualcosa che sembra andato perso, un po’ pirata un po’ signore, assolutamente consigliato.