Se qualcuno vi sta sulle palle regalategli Metal music machine

Tra i dinosauri del Rock, non esiste modo più elegante e raffinato per dire a qualcuno che ti sta sulle palle che regalare una copia di Metal music machine di quella mezza checca di Lou Reed. Non tanto perché l’album sia oggettivamente fastidioso, purulento ed estremamente irritante, quanto perché il suo valore concettuale supera maldestramente ed inconsapevolmente la sua bruttezza. Cioè non è come la merda cacata nella sala di un museo da Duchamp e provocatoriamente definita merda d’artista e come tale volta a suscitare un qualche dibattito sul ruolo dell’arte nella società del capitalismo avanzato eccettera, questo disco è una merda cacata da un maestro dell’arroganza psicopatica che, per qualche ragione sconosciuta persino e soprattutto all’autore, per un certo periodo storico è stata considerata una sorta di manifesto programmatico, se non addirittura il suo più alto momento creativo da una bolgia isterica di neo-movimentaristi punkadelici. Cioè dopo aver definito il concetto di metropoli contemporanea con album come Transformer e Berlin, altrettanto riconosciuti certo, ma per diversi anni non accolti da ferventi entusiasmo, ci è voluto un divertissement arrogante e fanfarone come Metal music machine per erigere Lou Reed a reuccio distrofico, paranoico, nichilista ed iper-tossico dell’infame regno della suburbia metropolitana Newyorkese. E come spesso diciamo in questa rubrica, un po’ di storia dunque. “ Il violento rifiuto di Lou Reed verso i suoi anni glitter è il perfetto spartiacque tra i primi anni settanta e l’ultima parte del decennio” scrive Mark Edwards sul London Sunday Times. Alla costante ricerca di una propria identità artistica ( per meglio dire, un proprio io ), Lou Reed spesso è stato la parodia di sé stesso. Ammaliato dal fascino androgino di Bowie e dall’istrionismo di Jagger, ha cercato negli anni del suo periodo glitter di copiarne le movenze e gli atteggiamenti sul palco, con risultati scoraggianti a causa in primis della sua goffaggine intrinseca e in misura minore dalla sua scarsa estensione vocale. La cover di Transformer ( foto sopra ) è l’iconografia esemplare della tensione che ha dominato Reed nei primi anni della sua carriera solista. Teso in una terra di nessuno, truccato come un travestito Wharoliano, bisessuale dichiarato ( ma in realtà omosessuale latente e tassativamente misogino ) non ha nulla del fascino androgino alieno di David Bowie ( che tralatro produsse il disco ) né tantomeno la carica erotica di Jagger e assomiglia piuttosto ad un Frankestein emaciato sul baratro della distruzione. Il 1975 è un anno cruciale per il rock. La scena glitter si era esaurita. Era nato il punk. Era arrivato Springsteen ( per tutta la sua carriera Reed ebbe un rapporto ambiguo con il cantautore definito allo stesso modo un genio e poche settimane dopo un emerito coglione nrd ). Dylan era rinato. Ma soprattutto il punk. Nessun gruppo più dei Velvet Underground godette dei benefici del Punk e nessun cantante della vecchia generazione più di Lou Reed. Alla fine del 73, anno di apertura del CBGB’S che divenne il quartier generale del punk a New York, la scena cittadina era allo sfascio e nessuno era sopravissuto agli eccessi della vita underground. Nessuno a parte i musicalmente irrilevanti New York Dolls e Lou Reed le cui crude cronache sui bassifondi cittadini contribuirono non poco ad aprire la via al punk rock. Frammenti di Ramones, Blondie, Television, Talkin Heads cominciavano a dare i primi segni di vita sin dal 74 e a costituire la seconda costellazione di stelle Newyorkese che di lì a poco avrebbe insegnato il punk pure agli Inglesi. Come sostiene Brian Eno “ pochissima gente aveva comprato l’album The Velvet Underground and Nico ma quei pochi avevano tutti formato un gruppo “. Ed infatti molte delle personalità più creative degli anni 70 come Stooges, Patti Smith, Television, Pere Ubu, Ramones, Richard Hell, Brian Eno, Roxy Music, Cabaret Voltaire, Buzzcocks, Talkin Heads, Wire rispecchiano e confermano totalmente la fondamentale influenza musicale dei Velvet. Alla fine del 75, mentre Lou era alle prese con l’album Coney Island Baby, stavano nascendo due forti correnti Rock che minacciavano di lasciarlo indietro. In ambito mainstream Dylan dominava le classifiche con il suo album forse più pop, Desire, Bowie stava collaborando con Lennon e aveva un singolo al primo posto della classifica Americana ( Fame ) e Bruce Springsteen con Born to Run era la next big thing planetaria. Parallelamente nell’aria si avvertiva il buzz intorno alla neo-nata scena punk e alle band di riferimento del panorama underground Newyorkese. Coney Island Baby era un buon album certo, ma non poteva minimamente competere con Born to run di Springsteen, Horses di Patti Smith o the Ramones dei Ramones. Ed è qui che entra in ballo Metal music machine. (more…)



