La Macchinina del Tempo

June 29th, 2007

rod-taylor-frame.jpgViaggiare nel tempo. Quale antico sogno per l’uomo moderno? Quante volte commettendo un passo falso o un errore a nostro giudizio irrimediabile, abbiamo desiderato ardentemente di poter tornare indietro e porvi rimedio? Quante curiosità potremmo soddisfare vivendo in diretta i fatti storici e scientifici che più ci hanno appassionato? Dal Dr. Who a Cecchi Paone, l’umanità non ha mai smesso di alimentare questa flebile fiammella. Il mio personale desiderio nacque con il celebre film L’uomo che visse nel futuro (da cui è tratto il frame qui sopra) del 1960 diretto dal regista George Pal,a sua volta tratto dal romanzo di H.G. Wells “ The Time Machine ” del 1895. Finalmente nei primi anni ottanta arrivò una risposta sensata alla questione. Il nuovo Eone fu Robert Zemeckis che con la celebre trilogia Back to the Future ( che vede come protagonista un giovanissimo Michael J. Fox appena svezzato dalla Famiglia Keaton e grazie anche a quel volpone di produttore che è Steven Spilberg) ci fece intravedere la luce. Chi segue la mia rubrica dell’Assurdibile su Electroboogo.com sin dagli esordi, ricorderà certo che l’editore mi presentò oltre che come opinionista-onanista, anche come individuo in grado di viaggiare nel tempo al solo scopo di riportare cronache in diretta dal passato. Non era certo una menzogna. Dove vi porterò? Ma naturalmente alle prime dei film alle quali non avremmo dovuto mancare per nulla al mondo e ancora nei negozi di dischi il giorno in qui uscì quello per cui non avremmo dovuto aspettare un giorno di più, andremo a leggere i libri prima che una pellicola, un amico, un conoscente, un nemico o il caso ce ne sveli il finale, eccetera, eccetera. Oggi viaggiare nel tempo è possibile, e per quanto non sia di dominio pubblico, sappiate che è molto più facile di quanto crediate, ed io proverò a spiegarvelo.Ad un ventennio di distanza procurarsi i due elementi base per effettuare un viaggio nel tempo è cosa ordinaria. Innanzi tutto vi serve un flusso canalizzatore da inserire nell’abitacolo della vostra vettura. Lo trovate in un qualsiasi negozio di elettronica, anche da Turchetto. Mi raccomando però, prendetene uno di qualità con istruzioni per l’installazione in italiano, altrimenti potreste incontrare delle difficoltà soprattutto al momento di tornare al futuro. Diffidate anche degli Iper che vi forniscono scarsa assistenza o nulla. Il secondo elemento invece acquistatelo dove preferite, ovunque commercino elettrodomestici. Si tratta difatti di un semplice robot da cucina tritatutto. Esso occorre per sminuzzare i rifiuti che serviranno a generare un energia dell’ordine del Giga Watt. Anche in questo caso ovviamente uno strumento di qualità superiore oltre a garantirvi una durata maggiore, vi permetterà di tritare senza fastidiosi inghippi quali: Tirare fuori la roba che avete messo dentro perchè troppa tutta insieme, o troppo resistente, o attorcigliata e quant’altro. L’unica raccomandazione è quella di utilizzare solo materiali che non rilascino diossina o altri veleni nell’aria, e di controllare ovviamente lo stato delle lame. Posizionate quindi anch’esso nella vostra vettura. Personalmente per motivi estetici preferisco riporlo nel bagagliaio al posto del caricatore cd. Questo è quanto. Aggiungete solo alcune conoscenza tecniche. Io mi affido ad un amico che fa il carrozziere, ma se ne intende anche di meccanica ed elettronica, questi i requisiti base per il fai da te. Nel mio caso è fondamentale il carrozziere in quanto mi sono detto: >. Ho quindi optato per l’utilizzo di auto d’epoca, o anche solamente vecchie. Generalmente fine settanta, primi ottanta, quando si faceva di spigolo virtù, ed un buon martello poteva ancora risolvere qualsiasi ammaccatura con semplicità. Tra le varie automobili utilizzate per le mie escursioni cronistiche, la prima scelta è caduta sul mio modello preferito: una Citroen CX 2.0 Pallas del 1978, bianca con interni in velluto marrone.cx-del-tempo.jpg
Tra l’altro una parte senz’altro entusiasmante dell’operazione è quella di individuare il mezzo tra i tanti annunci, e per questo ci affidiamo generalmente ad internet in modo tale da trattare direttamente con privati. Sempre grazie alla rete ricerchiamo le informazioni tecniche ed i ricambi necessari a restaurare il mezzo. Se vi state chiedendo il perchè di questa inutile operazione assai faticosa e dispendiosa, trovate l’occasione di fare un salto nel futuro per visitare il ” MMAVT “, ossia il “Moderno Museo dell’Automobile per Viaggi nel Tempo”, e poi ditemi. Una volta installate e testate le apparecchiature non possiamo far altro che partire. Attendiamo quindi che il nostro CX si alzi su se stesso pompando sulle sospensioni idrauliche, non dimentichiamo che è praticamente un auto ad acqua, e come si dice per scaramanzia nel caso dei viaggi del tempo: >. Vista l’audacia del mezzo scelto, nel senso che è la classica automobile per la quale provi adorazione o schifo, opteremo per una visita altrettanto ambigua, ma in verità neanche troppo. La prima cosa che ha fatto scoccare in me la scintilla per questo mezzo sono stati il tachimetro ed il contagiri gialli a bobina verticale, un modo quindi totalmente diverso di studiare la plancia, ed è proprio il saper rimescolare con genialità le carte in tavola ciò che mi esalta in un artista, ed a maggior ragione se sono in due. Facciamo quindi un salto nella New York del 1981 per comprarci il vinile originale di My Life In The Bush Of Ghosts di David Byrne e Brian Eno.
cover-bush-of-ghosts.jpg
Ok! Ci siamo, è tutto pronto, giro la lunghissima chiave d’accensione. Buona alla prima? No. Ritento. Mi concentro. Sono io che sto sbagliando, non è lei. Non la tratto come si deve. Troppa superficialità. Ci vuole dolcezza, ma una dolcezza nerboruta, irrigidisco la gamba leggera sull’acceleratore. Buona alla seconda. Si. Con calma, con calma, tiro leggermente l’aria (arcaico sistema adottato nelle auto di allora), premo poco sull’acceleratore e le bobine gialle del contagiri cominciano a roteare, l’auto un po’ s’impenna e poi si alza lievemente come un docile tappeto, la sposto puntando il suo lungo muso sul rettilineo. La scaldo un po’. Accelero, parto, mi lancio e raggiungo la velocità desiderata. Contatto. Sto viaggiando nello spazio e nel tempo. Il viaggio è breve, sono appena arrivato e già stavo per schiantarmi contro un pilastro del ponte di Brooklyn, che non è propriamente quello tra Musile e San Dona di Piave. Controllo se ho caricato l’indispensabile, un vecchio mangiadischi che funziona anche con i 33 giri così da poter ascoltare il vinile durante il ritorno. Sbarcato a Manhattan colgo già gli sguardi dei curiosi che per quanto indaffarati non possono non notare una modernissima ammiraglia europea, la mia Citroen mi sta già facendo fare la sua porca figura. Vorrei prendere il ferry per Staten Island ma purtoppo non ho così tanto tempo nonostante la macchinina del tempo, e quindi mi dirigo sicuro verso il 99 Records nel Greenwich Village, un negozietto aperto da poco. Cerco un buco e trovo un parcheggio. Deposito il mezzo e mi dirigo verso il negozio affilandomi le dita che si insinueranno come ragni tra gli scaffali. Entro, saluto e comincio a cercare eccitato alla rinfusa un po’ ovunque. Decido di calmarmi, sono povero e non posso comprare tutto, né per me né per gli amici, rischierei di alterare il continuous temporale e non far arrivare questi vinili nelle mani giuste dell’epoca. “ B-B-B, D-D-D, M-M-M ”, Byrne/Eno, Eno/Byrne. Eccolo. My Life in the bush of ghost edizione originale prima stampa è nelle mie mani. Pago con i pochi vecchi dollari che ho in tasca e ritiro l’auto dal parcheggio, metto il disco nel mangia dischi e parto. Ora che il bersaglio è stato colpito mi concedo un giro nella grande mela finche non troverò un rettilineo per ripartire e tornare al futuro. Nel frattempo mi dedico ad un sano ascolto. Premo il pulsantone bianco del mangiadischi arancione ed il primo pezzo America is Waiting comincia a girare senza saltare grazie allo stabilizzatore magnetico introdotto dal mio uomo di fiducia. Il brano di apertura è un extraterrestre pilota di un astronave che viaggia sotto la crosta terrestre, con un loop ossessivo di quelli che scarteremmo a priori se lo tagliassimo noi per il semplice fatto che non riusciremmo a contestualizzarlo, qui invece vi è applicata la voce di un’intervista ad un politico rubata alla radio. Questo è un po’ il concetto che gira attorno a codesta opera, cioè il cogliere dall’etere e restituire all’umano decontestualizzando il raccolto. In poche parole un disco situazionista, probabilmente pensato con le orecchie di un vero alieno che captando onde radio provenienti dal nulla plasma un’immagine personale di ciò che è stato il pianeta ed il popolo che lo abitò. Insensato. Segue Mea Culpa e veniamo sommersi da una pioggia di percussioni ed avvolti in una atmosfera di drammaticità ancora puntellata da una voce angosciosa. E’ quindi la volta di Regiment. Si attacca un bel basso ed una cadenza funky che continua a condurci verso il centro della terra o delle nostre sensazioni, con l’ingresso di un canto libanese di Dunya Yusin, e la marcia psichedelica è intensificata da una vibrata melodia di synth acidello, di quelli a metà tra un assolo di chitarra ed un tastierone. Esotico. Help me somebody apre le danze con quei ritmi di bonghi e tam-tam della savana e chitarre quasi melodiche, arpeggiate e pop, a contrastare il ritmo, e quelle voci che sono solo dichiarazioni urlate ai quattro venti, proprio come in Remain the Light (1980) il capolavoro dei Talking Heads. Dovete saper che Byrne lavorò nello stesso periodo all’album Fear of Music (1979) con le teste parlanti e con Brian Eno a quello appena acquistato, e vi sono quindi delle inevitabili similitudini, anche se con l’ultimo può scaricare il peso di dover mantenere tutto sommato in piedi la struttura di una canzone. L’album che stiamo ascoltando subì due anni di gestazione, fu realizzato nel a causa di apparenti problemi legati all’utilizzo di un inno sacro tra i campioni, in un’epoca comunque poco sospetta. Quindi se vi piacciono i Talking Heads, oppure/eppure i contemporanei LCD Soundsystem, i The Rapture, e tutto quel movimento punk-funk, e strizzate sempre volentieri un occhio ai genialoidi, non potete non ascoltare questa pietra miliare. Il resto dell’album incede in un continuo alternarsi di mentale e viscerale raggiungendo punte blandamente Industrial permeate di new wave, roba che ricorderà Roba tipo Nine Inch Nails e Marilyn Manson da una parte, ed atmosfere da Brucaliffo ed estasi in Tibet dall’altra, tant’è che la musica talvolta è così freakettona che vista l’auto con la quale sto girando mi pento solo di non avere con me quei girasoli finti e le tendine in fantasia caleidoscopica. Mistico ed Esoterico quanto basta. Potrebbe tranquillamente essere la colonna ideale per areoporti interstellari di interscambio comunitario. “Porca Paletta…”, ho lasciato il finestrino aperto mentre cominciavo il viaggio di ritorno al 2007, ed il vinile mi è volato fuori. Mi dispiace un sacco ma approffiterò certamente della ristampa del 2006. Sarebbe un peccato non possedere il supporto fisico della Mia Vita in un Cespuglio di Fantasmi ( My Life in the Bush of Ghosts ndr.) piuttosto che impicciarmi il cespuglio.Ripongo il mezzo e comincio a sognare il prossimo viaggio.
Uno, due, trenta, venticinque.
Assurdibile.

1 Comment »

  1. Diego Mallallarme says

    Mi scuso con il lettori per alcuni errori di copia/incolla in questo articolo, nonchè con alcune fastidiose ripetizioni di parole o cattive assonnanze, ma sapete cosa dice la canzone… “Sono in stagione”. Riporto perciò corrette solo due esclamazioni altrimenti incomprensibili:
    1- Nel mio caso è fondamentale il carrozziere in quanto mi sono detto: “Diego! Se devi viaggiare nel tempo almeno fallo con stile!”
    2 - E come si dice per scaramanzia nel caso dei viaggi del tempo: “Tocchiamoci i Tachioni!”
    Chiedendo umilmente perdono, il semprer vostro Diego Mallallarme.

    June 30th, 2007 | #

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