Arctic Monkeys:
Favorite worst nightmare

Un cumshot nei pantaloni, ancora prima di cominciare a darci dentro di brutto. Si può descrivere solo così Favorite worst nightmare dei quattro sbarbatelli di Sheffield. Un album torrenziale, rumoroso, velocissimo e cazzo credetemi incredibilmente Rock. In alcuni punti addirittura power-rock. Fuzz a manetta, riff vintage di puro cherosene Rock’n ‘Roll e una furia martellante ai tamburi. Tutto questo considerando che le attese erano parecchie, sopratutto dopo che in NME aveva così sentenziato a monte dell’uscita: ” il secondo disco più atteso dopo il più grande debutto della storia della pop music, ovvero Definiteley Maybe degli Oasis “. Roba da cagarsi sotto. Non è il solito luogo comune, la solita stronzata da giornalisti che sostengono che ” la band soffre della tipica paranoia da secondo disco ” eccetera eccetera, quella per intenderci che ha cancellato band piene di conturbanti aspettative come i The Music dall’olimpo della musica pop Britannica; Nel caso degli Arctic la faccenda era davvero besa ed era un attimo scazzare di brutto. Whatewer people say i am, that’s what i’m not, debut album della band, è entrato nel guiness dei primati come l’album di debutto che ha sbaragliato le classifiche inglesi più velocemente, battendo gli Oasis e vendendo 360.000 copie in una settimana ( perdipiù uscendo con un’etichetta indie, la Domino ). Quindi di motivi per cagarsi addosso e decidere di non scrivere mai più una canzone in vita propria c’è ne erano così come ci stava di ritirarsi a vita privata a vent’anni e sbrodolarsi nell’autocelebrazione estatica consumati dal mito del sex, drugs and Rock’ n Roll ( cosa che avrei fatto io e probabilmente tutta la redazione di electroboogo ). Invece pare proprio che agli Arctic Monkeys la musica interessi sul serio e non tanto come mezzo per ottenere donne, soldi e per non dover mai lavorare veramente, ma proprio come mezzo espressivo. Niente cerimoniale da autodistruzione rocker, niente risse, pugni e hotel devastati, niente orge con quattordicenni bulimiche di sesso. Tutta colpa dei Coldplay e del loro fottuto salutismo. Ma non divaghiamo facendoci prendere dall’astio e torniamo al disco: Favorite worst nightmare è pure meglio del primo. Un album di lucido e sano Rock che non lascia respiro e dura il tempo di un orgasmo. Pezzi come ” Brianstorm “, ” This house is a circus ” e ” old yellow bricks ” sono cose su cui non si scherza e sembrano allontanare la band dagli stilemi più classici del suono britannico e trasportarli invece verso i territori meno esplorati del garage-rock statunitense dei settanta. I Riff sono spa-vento-si, ( ragazzi sembrano i Wolfmother non scherzo! ) le sessioni ritmiche compulsive, ipercinetiche e assolutamente devastanti e si sente la puzza di zolfo tipica di quando hai a che fare con certo Rock o quando SatanSalvy è nei paraggi ( che poi è la stessa cosa ). A volte la tensione si allenta ed emerge quella vena malinco-britannica di scuola Morriseyana che fa sempre breccia nei giovani Anglosassoni dai tempi di Byron. I testi degli Artic Monkeys non sono ancora quelli dei Maximo Park, non parlano di ” letteratura Russa ” e di ” ragazze che suonano la chitarra “, figuriamoci se possiamo scomodare Morrisey ( ultimamente oggetto di un revival al limite del maniacale ) ma stanno decisamente crescendo anche sul piano strettamente compositivo e i margini di miglioramento tra il primo ed il secondo disco sono tali da far ben sperare. Il testo di ” Fluorescent Adolescent ” ( dedicato ai fan dei Klaxons? ) ad esempio, potrebbe essere di Jamie-T e questo è il più grande complimento che mi sento di fare ed è comunque molto. In comune di certo c’è il songwriting, il gusto per la quotidianità ed il vissuto, ma il fatto che i nostri siano incredibili con gli strumenti in mano non implica che mi comprerei un libro di poesie scritto da uno qualunque di loro.

Il caso Arctic Monkeys non è dunque così inspiegabile. Sono un’ottima band, probabilmente, anzi quasi sicuramente una delle migliori band inglesi attualmente in circolazione. Scrivono delle canzoni eccellenti ( almeno tre quarti delle canzoni del primo disco sono diventati dei singoli, con una media paragonabile a quella di una pop-star tipo Cristina Aguilera o Britney Spears ndr ) e dal vivo sono a dir poco travolgenti. Nonostante siano giovanissimi hanno un sound che non dispiace nemmeno ai dinosauri del Rock o ai fratelli maggiori. Conoscono bene gli sbattimenti dei loro coetanei che si identificano in loro perchè nonostante il successo restano lontani anni luce dallo stereotipo della Rock Star, un pò per una questione di indole, un pò perchè sono sfigatelli. Se li guardi bene sono quattro tizi usciti dallo spot del Topexan senza il minimo carisma, pure un pò bruttini, che anzichè dalle groupie si fanno accompagnare in tournè dalle mamme. Ora, d’accordo che il Rock’ n Roll è cambiato ed è diventato un edulcorato sistema di ribellione esente da ogni rischio sociale, ma quando è troppo e troppo. Al concerto di Milano si vedevano quattro baldone di mezza età con le guance rosse intente a trangugiare ettolitri di birra e ad urlare come delle fossenate. Erano le mamme degli Arctic Monkeys, più sbronze dei loro figli. Ora nemmeno se mia mamma fosse Curtney Love accetterei una cosa del genere.