Jamie T:
Panic Prevention

Era da tempo che non sentivo un disco geniale. Non ci sono cazzi, Jamie Treays, questo ventenne di Wimbledon ( Londra Sud ) con la faccia da coglione ed i brufoli è un fottuto genio. Ci sono dischi interessanti a sbrega, un sacco di ottime cose, ma da qui a fare un disco geniale è tutta un’altra cosa. Senza scomodare l’aristocrazia del pop-rock e quei dischi su cui siamo tutti d’accordo, chiariamo il concetto di disco geniale, almeno secondo il sottoscritto. Mellow Gold di Beck è un disco geniale. Moon Safari degli Air è un disco geniale. Kid A dei Radiohead è un disco geniale, solo che non si tratta di un genio terrestre. Ecco Panic prevention, disco d’esordio di Jamie T mi ha dato un po’ quella sensazione lì. Una vibra tutta di stomaco, che per quanto fighi e ultra cool, i vari FranzFerdinand-Kasabian-KaiserChiefs-BlocParty e compagnia bella non ti daranno mai. Quelli fanno buoni dischi, buoni per andare ad un party o per scopare in macchina o fumarsi una canna a letto, tutte cose di assoluto rispetto certo, ma non ti cambiano la vita. Ecco un disco geniale è un disco che può avere un’influenza sulla tua vita. Non voglio fare il nostalgico, ma in genere queste cose capitano quando hai vent’anni e le emozioni che una frase o un riff di chitarra ti danno in quel particolare momento della tua vita te le porti dentro per sempre. Ogni volta che sento 1979 degli Smashing Pumpkins canto come una checca. Ogni volta che sento Champagne Supernova degli Oasis, ordino una birra. Ecco se dieci anni fa mi fosse capitato tra le mani un disco come questo, mi avrebbe cambiato la vita e per cambiato la vita non dico che sarei diventato un punkabbestia o che mi sarei arruolato nell’esercito delle 12 scimmie, ma semplicemente che sarebbe entrato nel mio dna emozionale e me lo sarei portato dietro tutta la vita, come una foto sbiadita che tieni sul portafoglio e che hai fatto quando avevi i capelli lunghi e ascoltavi solo gli Iron Maiden. Un disco insomma che se non hai vent’anni non puoi cogliere in pieno e rischi di uscirci a pezzi se ti ci metti ad analizzarlo serio serio, magari pensando a Lennon o a Roger Waters.

Jamie T Non è quel tipo di genio universale, adatto a tutte le stagioni come i grandi classici della letteratura Greca a fumetti che faceva Enzo Biagi, no questo è un ragazzino come tanti che ha messo su disco tutto quello che li passava per la testa, registrando tutto in casa e assemblando alla meno peggio dei loop caserecci fatti con le tastiere che compri alla Rinascente, un basso sgangherato e una manica di amici sbronzi che fanno cori, lo chiamano alle tre di notte sul cellulare per fargli sentire un giro di chitarra astruso e troppo simile a qualunque cosa dei Kinks e rollano parecchie canne. Ma Panic Prevention non è il solito disco in chiave lo-fi che ormai ha rotto le palle e che tutto sembra meno che onesto. Panic Prevention è un disco profondamente ispirato. Panic Prevention è un disco ambientato esclusivamente a Londra. La Londra di Jamie T non è la Londra che ci si immagina, assomiglia più ad un’immensa periferia trasformata in una Disneyland grottesca in cui vagano flotte di post-adolescenti senza meta, senza soldi per andare nei club fighi di Camden, senza maglie di Fred Perry o completini in lamè aderenti, rinchiusi in quattro mura a fumare, bere e progettare un avvenire in cui l’unica soluzione per svoltare sembra quella di rapinare una banca. Un’adolescenza che assomiglia ad una condanna, in quella particolare fase della vita in cui scopri che il tuo migliore amico si fa di eroina da circa due mesi, tuo padre ha un amante butterata da cui si fa succhiare l’uccello in macchina e che l’unica via d’uscita dalla periferia sembra buttarsi a capofitto sopra un dancefloor e ballare come un pazzo scatenato il Rock’n Roll ( My little brother just discover Rock’n Roll cantano gli Art Brut e recentemente anche i Tre Allegri Ragazzi Morti in una piacevole cover-rivisitazione del brano in Italiano ) Una periferia non così distante dalla periferia di qualunque altra città, una periferia che da condizione urbana diventa condizione esistenziale. Una condizione non distante da quella raccontata da Mike Skinner e dai The Streets o ancora dagli Artic Monkeys, sebbene per diversi motivi entrambi piuttosto vicini all’approccio compositivo sgangherato, nervosamente compulsivo e schizofrenico di Jamie T. Tuttavia Jamie T ha una peculiarità che lo distanzia ,per certi aspetti , dallo stile Grime dei The Streets. Jamie T non racconta la provincia, la celebra. Jamie T è fantasticamente ispirato nel raccontare le sue storie di botte da stadio, amori finiti per colpa di una serata a base di Special K o ancora di quella volta che una sua amica è annegata mentre rincasava ubriaca da una festa. Jamie T è un folgorante romanziere urbano. Jamie T in questo senso è più Hip Hop di 50 Cent ed Eminem. Jamie T prende una chitarra classica scordata, suona una specie di accordo ed è capace di andare avanti delle ore sbiascicando parole con uno spericolato accento slang e facendosi improvvisamente rap, rock, reggae e triturando insieme Clash, Plan B, Miss Dinamite, Artic Monkeys e Bob Marley, senza mai cambiare quel cazzo di accordo. Jamie T è già una star in Inghilterra e, ironia della sorte, grazie ad un singolo particolarmente orecchiabile ( il disco straripa di geniali intuizioni pop ) potrebbe diventare una star anche qui, del tipo quelli che poi si vedono al Festivalbar. Magari a cantare su un palco davanti ad una flotta di sbarbe inconsapevoli che ” Before we rock steady down and on the dancefloor / I don’t get no fights when I get angry drunk / Sit down in the corner, man / I’ll soak my fuckin’ socks off/ So who the fuck are we? Just the boys in the city “.