Deerhoof:
Friend opportunity

February 21st, 2007

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La prima volta che ho ascoltato i Deerhoof (non ricordo con precisione cosa, forse Reveille ) pensavo di avere impallato lo stereo e di aver sfondato l’amplificatore, o in alternativa di aver fumato davvero troppo. Seguendo i tradizionali criteri di fruizione musicale risulta davvero impossibile tentare di far comprendere a qualcuno che non li conosce cosa cazzo suonino i Deerhoof. Se consideriamo che la musica trasmette delle sensazioni ( emotive ma talvolta anche fisiche ) direi che lo status che meglio rappresenta la musica dei Deerhoof è quel mal di testa cronico e pungente che spesso da anche una forte sensazione di nausea. Frughiamo ogni sospetto: Non il mal di testa che scaturisce quando si ascolta qualunque merda incisa da Yoko Ono e nemmeno la nausea che ti prende quando innavertitamente ascolti i Pooh. Piuttosto quel mal di testa da abuso, causato cioè dal sovraccarico di stimoli e di imput ( naturali o indotti dalla chimica poco importa, il principio è il medesimo ) a cui viene sottoposto il proprio organismo. Ecco i Deerhoof sono un po’ così, da usare con estrema cautela. Laceranti esplosioni, urletti in stile sala parto, melodie meravigliose interrotte da spasmodiche accelerazioni e bruschi cambi di registro, musica che letteralmente scardina ogni idea di musica. Inutile negare che i Deerhoof si muovono in quella desolante terra di nessuno che sta a cavallo tra indie e garage, ma rispetto al manifesto programmatico del “ movimento “ e all’attitudine simil-intellettualoide e cagacazzi dei gruppi garage ed indie ( Blonde Redhead, Sonic Youth ) i Deerhoof sono divertenti al limite del demenziale e cosa ancor più ammirevole sembrano divertirsi davvero molto. A scanso di equivoci, adoro sia i Blonde Redhead che i Sonic Youth, ci mancherebbe, ma anche il più stronzo e fissato garage rocker non può dire che siano gruppi divertenti o che si possono prendere per il culo. Pochi cazzi, ai concerti dei Blonde Redhead si va seri e possibilmente con un espressione corrucciata e assorta che trasudi esistenzialismo da tutte le parti. Ai piedi del palco ci si guarda carichi di empatia, convinti di appartenere ad un elité intellettuale depositaria unica e inviolabile del sacro verbo dell’indie rock. Chi ha una giacca di velluto nel proprio guardaroba, di certo la indossa per l’occasione. Se vogliamo considerare i Deerhoof un gruppo garage ( ed in parte lo sono di certo ) dobbiamo probabilmente pensare piuttosto alle esperienze radicali di Captain Beefheart, ma così facendo avremo comunque colto solo una piccola parte del loro immaginario musicale. Dovremo senz’altro tirare in ballo l’istrionismo bizzare dei Devo, così come il fronte più sperimentale del Krautrock ( Can ). Il drummin astruso e potentissimo porta alla memoria gli Who ( Keith Moon ). Il songwriting, la grafica, l’atteggiamento volutamente infantile richiama alla mente il movimento artistico Americano di fine anni 80 Child-Arts. Eppure ancora non ci siamo del tutto. cs254247-01a-big.jpgFriend opportunity, uscito recentemente, mette un po’ di chiarezza all’interno di quel caos musicale che sono i Deerhoof. Allo stato attuale è l’unico disco dei Deerhoof che riesco ad ascoltare dall’inizio alla fine senza che mi prendano gli spasmi. I tratti salienti della band restano tutti, dall’umorismo infantile diffuso, al low-profile della produzione, ai suoni sgangherati ed astrusi ( garage jazz? ) che sembrano non portare mai da nessuna parte e che improvvisamente ti regalano 25 secondi di melodia capaci di dare senso ad un intera esistenza. Il resto è noise, brusii da condizionatore d’aria rotto, risatine isteriche su ritmi impazziti. Non so che cazzo altro scrivere su questo disco, mi arrendo. Greg, batterista e mentore della band, sostiene che i Deerhoof siano qualcosa che ha a che fare con i sogni. La perfetta combinazione di stranezze, bambinerie, giochi, sciocchezze e arte. Direi che ci siamo.

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