Stivaletto, che passione

February 17th, 2007

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Parliamoci chiaro: Gli stivaletti, in genere, fanno piuttosto cagare. Per quelli di noi cresciuti a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90, lo stivaletto è sinonimo di tamarragine all’ennesima potenza e richiama alla memoria, un po’ come La Madeleine di Proust, la fibiona di El Campero che un buon tamarro abbinava senza remore allo stivale Durango e sopratutto il logo di “ El Charro “ che ricordo passavo ore a disegnare sui quaderni di scuola cercando di captarne la perfezione argometrica del font. Riflettendoci a lungo, tuttavia, mi viene da pensare che lo stivale in genere, sia più che altro una questione di personalità. A prescindere dagli abbinamenti spesso davvero grossolani e dal degrado stilistico che in Italia abbiamo raggiunto negli anni del terrore ( 1985-1992 ) va altresì riconosciuto ai “ fanatici dello stivale sempre “ un guizzo di personalità sopra la media. Chi, nel corso di quegli anni, faceva abbondante uso di stivale ( in particolare il modello “ Country boots “ stile cercatore d’oro nel selvaggio west ) si distingueva, nel bene o nel male, per essere una persona particolarmente estrosa. Magari aveva un cinquantino ( inteso come moto 50 di cilindrata ) . Magari aveva i Jeans Carrera bianchi. Magari era stato bocciato tre volte in seconda media. Oppure era un bullo di paese. Magari aveva una cassetta degli Iron Maiden. Magari aveva l’Afagano, quando tutti intorno smazzavano solo marocchino. Insomma tutti quei plus che fanno, quando si è teenager, di un individuo normalissimo, il tuo eroe. Parallelamente al Country Boots, da sempre accompagna le nostre vite un altro modello di calzatura che ha attraversato nel corso della storia momenti di gloria assoluta e momenti di oblio e che torna alla ribalta riappropriandosi della propria coolness e del proprio status di calzatura per gente che cammina a cinque centimetri sopra la terra. Stiamo parlando dello stivaletto stile Chelsea ( noto come Chelsea boot) prepotentemente tornato alla ribalta e in pieno revival sia negli ambienti altolocati della moda Milanese ( Ermenegildo Zegna, Armani ) sia nei cool brand più underground ( April 77, Insight 51, Marc Jacobs ).

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Ora chiunque abbia bazzicato le discoteche del Nord-Est a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90 non può che rabbrividire e di certo associa l’immagine di cui sopra ai completi indossati da Fiorello al Karaoke. In effetti il Chelsea boot è stato violentato e stuprato nel corso di quegli anni ( ricordo un’immagine agghiacciante di Mc Hammer che li indossa insieme ai suoi famigerati ed ultra-merdosi pantaloni a palloncino..) in barba ad una tradizione nobile e ad un passato glorioso. Ora, se incrociate in una vetrina un paio di Chelsea boot e sentite un’irresistibile impulso ad acquistarli, non spaventatevi, non siete più gay della norma e soprattutto non rischiate di entrare nella scuderia di Claudio Cecchetto. Ecco, come sempre, un po’ di storia. Gli stivaletti Chelsea ( Chelsea boot ) furono inventati da Anello e Davide nel 1958, due emigrati Italiani calzolai specializzati nelle forniture teatrali. Il simpatico duo fondò la loro ditta nel 1922 e raggiunsero la cresta dell’onda nei primi anni 60, parallelamente alla diffusione della moda trasgressiva e anticonformista ( modern style ), quando il loro negozio nel West end veniva letteralmente preso d’assalto da giovani alternativi e anticonformisti. Se Anello e Davide furono gli inventori ed i loro clienti i precursori, la diffusione su larga scala dello stivaletto Chelsea si deve a negozi come Denson che inventò i modelli Springers, Fine Poynths e Classics, tutti resi celebri dai Beatles. Gli stivaletti alla Robin Hood ( tacco piatto, risvolto in cima e lacci intrecciati sui lati ) costavano tre sterline circa ( molto poco considerando che li indossava anche David Bowie quando era il leader dei David Jones and the king bees e la loro accessibilità contribuì non poco alla loro diffusione ). Le scarpe con elastico laterale erano una variante “ italianizzata “ di un modello diffuso in Inghilterra sin dal 1850 e che veniva di norma usata dai ballerini di Flamenco. A frugare ogni dubbio, ecco cosa riporta David Bowie in una recente intervista proprio riguardo alle scarpe di Denson:
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se vedo qualcosa del passato in una foto, mi ricordo l’intero personaggio sul quale stavo lavorando in quel periodo. Per me gli accessori sono un’intera esperienza di vita (ride), anche quando sei più giovane penso. Gli accessori sono molto di più di qualcosa da portare addosso, sono una affermazione di ciò che sei, sono un segno, diventano un simbolo. Quando eravamo molto giovani andavamo a comperare le scarpe da Denson’s a Lewisham, proprio sotto il ponte della stazione… si chiamava Denton ma le scarpe erano Denson a punta, se ricordo bene. Era il 1961 ed eravamo orgogliosi di essere i primi ragazzi della zona ad avere scarpe italiane. Vengono di solito chiamate “winkle pickers” (N.d.T.: ammazza scarafaggi ) ma oggi si dice ” a punta “. Io sono sempre stato esperto di scarpe. Tuttavia fui surclassato da un tipo “giusto” del sesto anno che si chiamava Gavin. Un tipo molto fico, sarà andato a lavorare in pubblicità. Indossava stivaletti Chelsea. Erano così eleganti perché non erano a punta e avevano ai lati delle bande elastiche. Ci rimasi davvero molto male.

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